Casa Tipografico-Editrice Cav. Uff. Giov. Colitti e figlio, Campobasso, 1921, 1- 61


BIBLIOGRAFIA


Brehm Vita degli animali, Torino 1894;

Cavazza
-Ricerche sul Putorius nivalis e sui P. ermineus d'Italia Bologna 1908.
-Nota sulle Donnole e sull'Ermellino in Italia Bologna 1909.
-Dei Mustelidi italiani Genova 1912
-Ricerche intorno al Putorius nivalis monticola Torino 1914.

Ghigi Ricerche faunistiche e sistematiche sui Mammiferi d'Italia che formano oggetto di caccia Pavia 1911.

Cornaglia Catalogo descrittivo dei Mammiferi d'Italia Milano.

Fatio Faune des Vertébrés de la Suisse Genève e Bale 1869.

Lepri Aggiunte alle ricerche faunistiche e sistematiche sui Mammiferi d'Italia che formano oggetto di caccia Roma 1911.

Lopez Fauna della prov. di Teramo Teramo 1892.

Martorelli I Gatti selvatici e le loro affinità con le razze domestiche Milano 1896.

Miller Catalogue of the Mammals of Western Europe London 1912.

Trouessart Faune des mammifères d'Europe Berlin 1910.

 



ORDINE DEI CARNIVORI
(Carnivora)

Gli animali appartenenti a quest'Ordine hanno forme diverse; testa ora rotondeggiante ed ora allungata; orecchie diritte; occhi grandi con pupille rotonde od ellittiche; punta del naso nuda; labbra con baffi; dentatura completa con canini robustissimi; arti adatti a scavare, a correre, a saltare, ad arrampicarsi, a nuotare.
Le dita sono da quattro a cinque con unghie sempre aguzze, più o meno ricurve, qualche volta retrattili da potersi nascondere in apposite guaine; pollice non opponibile.
Hanno sensi squisiti ed intelligenza sviluppata. Quasi tutti nascono con gli occhi, chiusi e sono coperti di pelo più o meno fitto, e le madri hanno l'abitudine di portare in bocca i loro piccoli da un posto all'altro. Parecchi alla base della coda presentano glandole speciali che tramandano un odore sgradevole.
Qualche specie cade in letargo.
Sparsi da per tutto abitano i boschi e le campagne, si appressano alle case e all'abitato e parecchi anche vi penetrano.
Gli adulti vivono isolati e qualche specie si riunisce nelle tane durante l'inverno, qualche altra per darsi alla caccia come fanno i lupi.
Alcuni sono diurni, altri crepuscolari o notturni.
Sono sempre arditi, coraggiosi, aggressivi e feroci: si nutrono per lo più di vertebrati, alcuni d'invertebrati, alcuni altri anche di vegetali.
È un gruppo di mammiferi che va sempre assottigliandosi per la continua caccia che 1'uomo gli fa per liberarsi da nemici pericolosi, per il piacere che gli procura la caccia, per ottenere le loro morbide e folte pellicce che hanno ora raggiunto dei prezzi altissimi.
In alcune regioni d'Africa e d'Asia la pelle dei Carnivori è usata come distintivo onorifico: da noi solo le pellicce d' Ermellino hanno un significato di regalità e si usano nei manti dei principi e degli alti dignitari dello Stato e della Chiesa.
La classificazione di questi Mammiferi si basa sopratutto sui denti, specialmente sul numero dei premolari e dei molari e sul numero e la disposizione dei tubercoli su questi ultimi (l'ultimo premolare prende il nome di laceratore); sulla forma del cranio, su quella della pupilla; sulla struttura dei piedi per cui abbiamo i plantigradi che poggiano tutto il piede a terra, i digitigradi che poggiano le sole dita e i semi-plantigradi e i semi-digitigradi. Vien preso in considerazione anche il numero delle dita e la conformazione delle unghie.

 

FAMIGLIE DEI CARNIVORI


In Italia vivono le seguenti quattro famiglie:

Ursidae: Piedi plantigradi a cinque dita; coda corta, nascosta nel pelo; 42 denti; 2 molari tubercolati a ciascuna mascella dopo il laceratore. Genere: Ursus.

Mustelidae: Piedi semi-plantigradi; coda bene sviluppata meno lunga del corpo; 32 a 38 denti; un solo molare tubercolato a ciascuna mascella. Generi: Meles, Mustela, Putorius, Lutra.

Canidae: Piedi digitigradi con quattro dita solamente al piede posteriore; testa allungata, 42 denti. Generi: Canis, Vulpes.

Felidae: Piedi digitigradi con quattro dita solamente al piede posteriore; unghie retrattili; testa corta arrotondita; 30 denti. Genere: Felis.


Fam. URSIDAE

Gen. Ursus (Linneo)

Piede grosso a cinque dita davanti e di dietro, plantigrado, armato di unghie forti e ricurve; coda corta quasi intieramente nascosta nel pelo, corpo pesante e tozzo; testa grossa con muso sporgente: orecchie medie.

Mol. Perm. Can. Incis. Can. Prem. Mol.
Form.
dent.
3 + 3 + 1 + 6 + 1 + 3 + 3 = 20 = 42
3 4 1 6 1 4 3 22


Ursus arctos alpinus (F. Cuvier)
(Orso)

Pelo foltissimo, lungo e morbido, bruno marrone, più scuro sulle spalle, sul dorso, sulle cosce e le gambe, sfumato di giallo ai lati della testa, sulle orecchie e sui fianchi. Sulle zampe il pelo è più corto e quasi nero, come la punta del muso che sui lati invece conserva la tinta bruna della testa. I giovani sono d'una tinta più chiara. Non si trova il collare bianco, almeno negli adulti.

HABITAT – La catena delle Alpi.

L'Orso è conosciuto fin dalle epoche più remote e mentre prima era comune dalla zona glaciale alla torrida, è andato in seguito man mano sempre più diminuendo da per tutto sia per le mutate condizioni di terreno, sia per le persecuzioni di cui è vittima da parte dell'uomo che lo ricerca e solamente per cacciarlo, e per allevarlo e addomesticarlo, e per usufruire della carne e dell'abbondante suo grasso, e per far uso della sua fitta ed ispida pelliccia. In America sono anche ricercate le sue carni salate e specialmente i suoi prosciutti ritenuti ottimi.
L'Orso si adatta a vivere in ogni terreno e lo troviamo nelle diverse regioni, nelle fitte boscaglie, sulle aride montagne, sulle coste marine accidentate, in mezzo alle paludi e lungo il corso dei fiumi.
È animale diffidente, che fugge ogni pericolo, schiva ogni altro animale, fa vita notturna ed ha solo un breve periodo di socievolezza durante la sua prima età in cui passa il tempo a dilettarsi coi suoi riuscendo grazioso non ostante la sua naturale goffaggine. Dopo i due anni comincia a perdere la sua giovialità, abbandona ogni compagnia, si fa sempre più.... orso e non esce se non a notte inoltrata.
Alcune specie di questa famiglia attaccano l'uomo anche spontaneamente senza dargli quartiere, come fanno gli Orsi delle Indie che fanno centinaia di vittime durante l'anno e gli Orsi bianchi o polari che lo inseguono sul deserto di ghiaccio.
La femmina è tenerissima per la prole che educa, custodisce, pulisce, difende e protegge, come rammenta anche 1'Ariosto quando descrive 1' Orsa che

Sta sopra i figli con incerto core
E freme in suono di pietà e di rabbia:
Ira la invita e natural furore
A spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia;
Amor la intenerisce e la ritira
A riguardare i figli in mezzo all' ira

e come ricorda il La Fontaine in una delle sue briose favole “Le Paysan du Danube” quando, riferendosi alle amorevoli cure dell'orsa, chiama il suo protagonista “mal leccato”.
Benché pigro e pesante mostra un'agilità grandissima nell'arrampicarsi sugli alberi, nello strisciare lungo le pareti rocciose, nel nuotare, nel correre galoppando.
La sua andatura normale, invece, è l'ambio lento e tentennante, per cui muove contemporaneamente entrambi gli arti di uno stesso lato.
Un'altra sua caratteristica è la posizione eretta che assume quando si pone in vedetta, quando raccoglie frutta dagli alberi o dai cespugli, quando vuole offendere e difendersi per meglio far uso de1le poderose sue zampe anteriori.
Non ostante la sua poca socievolezza naturale, si addomestica con una certa facilità e zingari serbi e montenegrini, profittando di questa sua qualità, portano in giro orsi che tirano di scherma, che ballano, che saltano, che suonano e che raccolgono soldi.
Tale domesticità dell'Orso è esaltata nella leggenda di San Gallo in cui si apprende che il Santo trascorreva i suoi giorni in compagnia di un Orso che l'aiutava e l'assisteva nel suo alpestre romitaggio.
Si nutre di cibo animale e di vegetali e durante l'inverno cade in breve letargo.
La femmina dopo una gravidanza di circa sei mesi, partorisce per lo più in dicembre o in gennaio da due, a cinque figli che nascono piccolissimi, della grandezza di una piccola cavia.
L'Orso è il protagonista favorito di molte favole ed è conosciutissima quella dello stesso La Fontaine che ha dato origine alla frase proverbiale: “vendere la pelle dell'orso” e il poeta Heine ne ha fatto l'eroe del Suo Atta-Troll poema satirico politico.
Diversi pittori sono stati tentati a dipingere le cacce all'Orso ed abbiamo pitture notevoli di Snyders, di Fyt, di Bachelier per citare i maggiori ed un quadro del nostro Vanvitelli nella Pinacoteca di Torino.
I Romani adibirono anche gli Orsi nei loro spettacoli di lotta e la storia narra la strage di oltre mille di questi animali uccisi sotto Gordiano I in una sola giornata.
L'antica medicina si avvaleva per molte preparazioni del grasso di questo animale e secondo Dioscoride, nella traduzione del Mattioli, esso “fa dilungare i capelli et rinascere anchora quando cascono dal capo per pelagione” facendo così concorrenza alle tante attuali tinture e misture esibite al credulo pubblico nei giornali e per le cantonate.
I polmoni polverizzati si ritenevano utili in tutte le sorti d'infiammazioni ed erano un rimedio sovrano contro le irritazioni dei piedi prodotte dalle calzature molto strette.
In Italia l’Orso non vive se non nell’Abruzzo, esso è scomparso nel resto della penisola e le sue ultime catture nelle Alpi rimontano a più di venti anni addietro. Nel Trentino qualche individuo compare proveniente dal Tirolo. Nell'epoca quaternaria vivevano invece nella nostra penisola diverse specie di Orsi ed i più comuni erano rappresentati dall'U. speleus, dall'U. arctoideus e dall'etruscus.

ABRUZZI E MOLISE. - Nomi dialettali: Urs, Urz, Urze.
Il nostro Orso è sempre di colorito bruno-marrone, lavato di chiaro sulla testa, sul collo e sul dorso con arti decisamente bruni; le femmine hanno colorito più slavato sul corpo; i piccoli ancora più chiaro, tali da assumere una colorazione nocciola. Il pelo è ispido e ruvido negli adulti e morbido e lanoso nei giovani e nei piccoli. Trovo differenze notevoli col comune Orso bruno, specialmente nei denti e nelle ossa del cranio: infatti osservo nella mascella superiore fra l'altro:
1° che gli ultimi incisivi laterali, a forma grossolanamente conica, tanto da rassomigliare a dei canini, sono robustissimi, arrivano oltre la metà di questi, hanno un solco interno ad angolo acuto inferiormente ed una marcata curvatura a gomito nella loro metà anteriore;
2° che il primo dente tubercolato, oltre alle quattro sporgenze, presenta anche un piccolo tubercolo accessorio anteriore esterno che va ad appoggiarsi al lobo posteriore del laceratore;
3° che il secondo tubercolato ha la metà posteriore della sua faccia superiore abbastanza declive verso 1'esterno.
Nel cranio trovo che il margine posteriore delle ossa palatine forma un apertura ovale con una lieve sporgenza sulla linea mediana, e che differiscono per forma e posizione i fori anteriori delle medesime ossa e per la sola forma le apofisi superiori dell'occipitale, la cresta mediana e il margine superiore del foro occipitale.
Ci troviamo quindi dinanzi ad una forma che differisce dalla specie tipo e che essendo già stata chiamata comunemente Orso d'Abruzzo, può scientificamente, per la regione che attualmente abita, nominarsi:

Ursus arctos marsicanus

È da notarsi un'importante anomalia da me rilevata su due crani di Orsi, un'Orsa ed un Orsacchiotto, catturati entrambi nei boschi della Vallelonga e che fanno parte della mia collezione. L'anomalia nell'Orsa è data dagl'incisivi superiori e inferiori: il mascellare superiore presenta cinque incisivi, tre a destra e due a sinistra; nel mascellare inferiore gli incisivi secondi si trovano molto più indietro del margine alveolare e il sinistro più del destro.
Nell'Orsacchiotto mentre abbiamo i sei incisivi regolari, nella mascella superiore ritroviamo due piccoli sopraddenti alla base di ogni incisivo esterno, e nella mascella inferiore quattro sopraddenti in corrispondenza dei secondi incisivi e dei canini.
I fitti boschi di quella zona montana che va da Pizzone a S. Pietro Avellana nel Molise e si estende nell' Abruzzo aquilano dall'alta valle del Sangro sino a quella del Liri, danno ancora ospitalità al nostro Orso che trova nelle asperità di quella regione, non del tutto manomessa, un asilo ancora sicuro.
Da un ventennio le catture avvengono nelle boscaglie dei monti Forcone, Obbaco, Iamiccio, di Valle di Canneto, di Monte Boccanera, Petroso, La Rocca, Tranquillo e con non minore frequenza in quelle di Trasacco, Villavallelonga, Collelongo e Vallepiana, in tutta cioè quella zona che la benemerita Federazione “Pro Montibus” indica e propone che diventi Parco nazionale delle bellezze naturali d'Italia.
Che anticamente questo plantigrado abitasse in tutta la regione abruzzese e molisana 1o si desume dalla toponomastica locale che ricorda spesso, sulle diverse montagne, il nome dell'Orso; 1o afferma vissuto sul Gran Sasso, Orazio Delfico fino al 1756, come si rileva da una sua lettera inserita nell'opera “Dell'Interamnia Pretutia”, pubblicata da Bernardino Delfico nel 1812; lo rilevo io stesso, per la catena del Matese da un vecchio documento in cartapecora che conservo e che rimonta al Febbraio del 1541 regnando Carlo V imperatore ed essendo Viceré di Napoli D. Pedro di Toledo. Il Conte De Capoa d'Altavilla, signore di Sepino (Campobasso) nel concedere una serie di privilegi a quegli abitanti, cita anche quello di andare a caccia nelle selve coll'obbligo però di dare una parte del corpo dei cinghiali, dei cervi e dei caprioli uccisi, alla Curia Sepinate e dell'Orso la sola testa con tutta la pelle: “.... Urso nero occiso per eosdem teneantur dare capud (?) et coreum”. Cade così quella storiella ricordata anche dal Festa nel suo opuscolo riguardante i monti della vallata del Sangro, di una coppia di Orsi donati dallo Czar delle Russie a Ferdinando di Borbone e che liberati da questi sui monti d'Abruzzo, sarebbero diventati i progenitori degli attuali plantigradi.
Chi è sotto l'impressione dei racconti dei viaggi polari e delle lotte sostenute, dagli esploratori con, quegli orsi terribili ed aggressivi, non crederà certo che il nostro sia un animale tranquillo, pacifico e, se mi è lecito esprimermi cosi, di miti costumi e di vita illibata. Il nostro Orso non ha la tendenza dei suoi consimili carnivori ad essere feroce ed a vivere di sangue e di rapina: egli assume pose di offesa solo quando è stretto da vicino dai suoi assalitori o quando è ferito e non trova altro modo di salvare la propria vita.
Teme sempre moltissimo l'uomo, i cani e qualsiasi altro animale; diffidente com'è fugge al minimo rumore e non si avventura ad uscire dalla sua tana se non a notte avanzata per non andar incontro a sorprese ed a pericoli.
Diventa carnivoro coi piccoli animali, coi topi, le talpe, i rettili, gli anfibi; mangia volentieri le lumache, ricerca avido le larve e gl'insetti e soprattutto le formiche e le api, le prime per divorarle, queste per svuotare i loro favi di miele di cui è ghiottissimo. Il suo pasto comune è fatto di tuberi e di bulbi, di foglie delicate ed aromatiche, di teneri germogli, di funghi, di muschi e di licheni, di petali odorosi, di grani, di semi, di ghiande e di nocciuole, e di frutta agresti carnose: fragole, lamponi, more, ribes, uva spina, frutti del ramno, sorbe e mele selvatiche che si trovano in abbondanza su quelle montagne.
Il nostro orso e stato un pericoloso carnivoro solo dall'ottobre 1899 al novembre 1902, epoca in cui s’iniziò e finì la sua tutela colla istituzione della Riserva di caccia data in omaggio da quei comuni montani al nostro Re: allora tutte le vaccine pericolate, tutte le capre ed i vitelli, tutte le pecore divorate dai lupi diventarono tante vittime degli Orsi per il rimborso del danno da, parte dell'Amministrazione della Casa reale che nell'ultimo anno arrivò a pagare sino a £. 70.000 d'indennizzi !
Da una mia accurata inchiesta risulta che rarissimamente qualche capo di bestiame sbandato può finire aggredito dal1'Orso, ma che invece tutti i danni che si lamentano sono dovuti sempre ai lupi voraci che infestano quella regione.
Il solo danno certo, reale ed anche poco gravoso che gli Orsi arrecano sono le visite saltuarie nei campi di granturco e di patate confinanti coi boschi, nei mesi di agosto e di settembre, ed i poveri affamati è là che lasciano facilmente la vita perché i cacciatori del luogo li aspettano allora nei punti opportuni per farne di notte facile preda.
Pelli di Orso si conservano in molte case signorili di quei paesi della Marsica e una delle più grosse che ho visto appartiene alla famiglia D'Andrea di Villetta Barrea, spoglia di un vecchio individuo ucciso il 2 gennaio 1912 in Valle di Canneto dal guardiano Benedetto Iannucci: la pelle, di poco alterata per la concia subita, misura in lunghezza m. 1,90 e dall'estremo di una zampa anteriore all'altro m. 2,03. Un'altra grossa pelle di proprietà di Casa De Amicis di Alfedena fece bella mostra nel 1910 nell'Esposizione Internazionale di caccia tenutasi a Vienna. Per quello, che io so, un maschio impagliato si conserva nel Museo Zoologico della R. Università di Roma, ucciso nell'aprile del 1910 in Alfedena, dono di S.M. il Re. Di questo bell'esemplare mi è stata gentilmente offerta la fotografia dall'egregio Marchese Prof. Lepri di quella Università alla cui cortesia debbo l'aver potuto osservare e studiare l'importante materiale di quella raccolta locale. Un altro vecchio maschio catturato a Trasacco nell'autunno del 1920 è nel Museo Civico di Storia Naturale di Genova e due esemplari, una femmina adulta ed un maschio giovane, come sopra ho detto, fanno parte della mia collezione.
Il giardino Zoologico di Roma per breve tempo, donato dal Marchese Andrea Carrega, ebbe ospite un Orso del nostro Abruzzo che morì poi aggredito dagli altri orsi coi quali era rinchiuso.
Vive 1'Orso rintanato durante il giorno in quelle grotte naturali che non mancano in detta regione, nelle profonde spaccature delle rocce, nelle escavazioni del terreno, al di sotto delle grosse radici degli alberi, nel cavo dei vecchi tronchi. E tronchi capaci di contenerlo non mancano in quei boschi dove io stesso ho misurato aceri misuranti alla base circa otto metri di circonferenza.
La sera esce dal suo nascondiglio e gira tutta la notte in cerca di cibo, sempre solo se è maschio adulto, con la prole se è una femmina e quando accade che i piccoli trasgrediscono le premurose pressioni materne e si allontanano o si indugiano a ritornare nel covo, vengono presto puniti rimanendo vittime dei cani dei pastori che li attaccano e li sbranano. So così di diverse catture di orsacchiotti avvenute di pieno giorno su pei monti del Sangro.
A rafforzare quanto accenna senza darne le prove il Krementz, provetto cacciatore d'orsi e fine osservatore, che ha studiato da vicino questi animali nei loro ambiente naturale e nella loro vita libera, e che, cioè, la madre, come si legge nel Brehm, “maltratta indegnamente i figli più deboli e meno privilegiati dalla natura, mentre difende con grande ardimento i più forti e coraggiosi” posso narrare un fatto riferitomi da persona degna della massima fede, accaduto qualche anno fa sui monti di Villetta Barrea.
Un pastore nelle prime ore di un mattino vide un'Orsa con due orsacchiotti diretti verso una fitta macchia e si accorse che mentre uno di questi rimaneva da presso alla madre, l’altro stentava a seguirla restandole molto indietro. Diverse volte la madre si fermò, incitò con qualche grugnito il ritardatario a seguirla, tornò indietro a spingere il piccolo, ma accortasi infine che il poverino non si trovava in condizioni di camminare e d'internarsi nel bosco, incollerita, lo morde, lo calpesta, lo ammazza e con poche zampate gli scava sul posto una fossa e ve lo seppellisce. Dopo aver così compiuta la crudele bisogna, la madre spartana con 1'altro orsacchiotto agile e svelto sparisce nel fitto mentre che il pastore che aveva assistito a tutta la drammatica scena, riavutosi dallo spavento e dallo stupore, poco dopo disseppellisce il cadavere ancora caldo che s’affretta a mandar subito in paese.
Le carni dell’Orso sono sempre molto gradite a quelle popolazioni e un Orso ammazzato rappresenta sempre un boccone prelibato: io stesso che le ho saggiate le ho trovate tenere e di ottimo sapore.
Sotto il nome dialettale di Tata-Urze e cioè papà-Orso, il nostro plantigrado diventa un personaggio importante di molte fole paurose e di racconti infantili del nostro folklore.


Fam. MUSTELIDAE
Gen. Meles (Brisson)

Corpo allungato e schiacciato, con membra corte, coi piedi molto lunghi, plantigradi (nudi di sotto) sebbene l'andatura sia semiplantigrada; dita libere; armate d'unghie lunghe lievemente arcuate; testa allungata, orecchie medie; coda appena un po’ più lunga della testa.

Form.
dent.
1 + 4 + 1 + 6 + 1 + 4 + 1 = 18 = 38
2 4 1 6 1 4 2 20

I premolari anteriori sono piccoli e facilmente caduchi, per cui negli adulti il numero dei denti è sovente ridotto a 34. Il molare superiore unico è molto più grande che il dente laceratore, è quadrato, tanto largo quanto lungo. Il dente laceratore inferiore (1° molare) ha un largo tallone basso, tubercolato, occupante più della metà della lunghezza del dente.

Meles meles (Linneo)
(Tasso)


Pelo lungo, ruvido e rado, grigio bruno superiormente essendo i peli anellati di questi due colori; inferiormente nero. Testa bianca con una striscia nera che passa sull'occhio da ciascun lato; coda brunastra, pelosa, terminata da lunghi peli. Muso prolungato un po’ in forma di grugno.

DIMENSIONI: Testa e corpo 700 mm.; coda 180; piede 75 mm.
HABITAT. - Europa Settentrionale e Centrale, dalla Svezia al Caucaso. Si sono distinte la forma delle Isole Britanniche e quelle della regione mediterranea e delle isole.

È animale tozzo e robusto, pigro, solitario e diffidente, i cui costumi si avvicinano molto a quelli dell'Orso del quale ha anche 1'andatura dondolante. Come 1'Orso esce di notte dalle sue tane profonde fatte a gallerie ed a scompartimenti; come l'Orso si ciba di animali e di vegetali; come quello, durante l'inverno, nelle sole giornate più rigide, cade in letargo. Diffidente, fugge al minimo sospetto e molte volte non esce nemmeno dalla tana se ha inteso qualche rumore intorno; e quando assalito, non può subito rintanarsi e non può darsi alla fuga perché le sue gambe corte non glielo permettono, si butta col dorso a terra e si difende disperatamente coi denti e colle unghie.
Vaga tutta la notte nelle macchie più fitte ed esce volentieri anche fuori delle zone boschive in cerca di piccoli mammiferi, di rettili, di batraci, di vermi e di larve, di radici che scava e di frutta che trova sul terreno; batte i seminati per sgranare spighe tenere di granturco, frequenta i vigneti in cerca di uva matura. La sua voce abituale è un sommesso breve grugnito che emette specialmente quando mangia o quando cerca il cibo.
La femmina, una volta l’anno, verso la fine dell'inverno, dopo una gravidanza di circa tre mesi, mette al mondo da tre a cinque piccoli che alleva con amore e che allena alla ricerca del cibo portandoli seco per circa un anno. I figli diventano adulti e quindi atti alla riproduzione all'età di due anni.
In Italia è uniformemente diffuso, più comune in collina ed in montagna; manca in Sicilia e in Sardegna. La sua carne per lo più è mangiata e la sua pelle serve a parecchi usi e soprattutto a rivestire casse e bauli ed a fare pennelli da barba e da pittori.
Studi recenti ci fanno conoscere che il Tasso, come diversi altri animali, è refrattario al veleno dei serpenti.
La medicina popolare si avvale del grasso del Tasso per unguenti e pomate contro reumatismi dolori diversi ed infiammazioni.

ABRUZZI E MOLISE. - Nomi dialettali: Tasse, Tasce, Tasciola, Melogna. - Colonie albanesi: Tasciota, Tasciotte.
I nostri Tassi hanno in generale il colorito tipico che varia solo per l'età degli individui: i neonati sono quasi tutti interamente biancastri, senza nemmeno gli accenni delle linee nere sulla testa, i giovani molto scuri o nerastri nelle parti superiori, i vecchi biancastri o giallicci. Le strisce sulla testa che passano per l'occhio e per l'orecchio non cominciano al labbro superiore, da cui distano circa un centimetro e mezzo, ma vi sono congiunte invece per mezzo di una macchia lineare che scende quasi ad angolo retto; non terminano poi come in quelli dell'Italia Superiore (Piemonte ed Emilia) secondo il Cavazza in una linea nerastra che cinge posteriormente il collo, ma vanno gradatamente a sfumarsi sulla nuca ed a confondersi col colorito del dorso. Nei vecchi queste strisce sono molto più corte di quelle dei giovani e terminano, alle volte, subito dopo 1'orecchio.
Il Tasso vive in tutti i nostri boschi, da quelli di pianura a quelli di alta montagna e maggiormente in quelli accidentati, rocciosi, dove ama scavare le sue complicate gallerie.
È animale comune e conosciuto da tutti.
Durante la buona stagione esce sempre di notte, ma d'inverno esce anche di giorno ed allora rimane facilmente vittima dei cani da caccia e da quelli da pastore che lo ag grediscono e lo ammazzano. Tutti i sentieri dei nostri boschi durante le stagioni piovose mostrano le orme caratteristiche del Tasso che si distinguono da quelle degli altri animali per le impronte delle grosse unghie bene impresse nel terreno e distanziate dalla pianta del piede.
Nel bosco di Busso (Campobasso) un grosso cane da pastore che aveva imparato a spiare ed a colpire i Tassi precipitandosi su di essi appena che li vedeva venir fuori dalla buca per scaldarsi al sole, arrivò a predarne cinque nell'inverno del 1912.
Da noi i suoi amori cominciano presto, verso la fine di ottobre o in novembre perché ho avuto spesso i piccoli nel mese di febbraio.
Nelle nostre province si cacciano affumicando le tane collo zolfo o col carbone e poi sterrandole per prenderli tramortiti; si catturano colle comuni tagliole, si scovano introducendo nelle tane piccoli segugi, si aspettano lungo i sentieri dei boschi o nei campi di granturco quando le spighe sono ancora tenere. Per la caccia all'agguato occorrono le notti di luna poiché il Tasso non si avventura pei seminati se non a notte inoltrata ed a me spesso è accaduto, nelle valli non illuminate, di avere il Tasso vicino a pochi passi, di sentire il suo grugnito e il rumore speciale delle piante di granturco che abbatte e tien ferme fra le zampe e non poterlo scorgere per indirizzargli una fucilata.
Tutti i nostri cacciatori esaltano la carne del Tasso, ma non divido il loro entusiasmo dovuto più all'importanza della preda che al sapore delle carni che sono sempre sgradevoli per un acre odore di selvatico.
La pelle da noi serve solo a guarnire briglie, cavezze e finimenti per animali da tiro e da soma.
Nel popolo i peli del Tasso riuniti in fascetti od uniti a pezzi d'osso e cerchietti diversi servono come scongiuro per preservare i bambini lattanti da ogni malia e tutta una pelle, inchiodata dietro 1'uscio di casa, serve ad impedire che le streghe vi entrino.


Gen. Mustela (Linneo)

Corpo allungato e sottile; zampe corte, digitigrade, coi piedi arrotondati; le dita corte con le unghie compresse, puntute, semi-retrattili. Coda media, più o meno sfioccata.

Form.
dent.
1 + 4 + 1 + 6 + 1 + 4 + 1 = 18 = 38
2 4 1 6 1 4 2 20


Mustela martes (Linneo)
(Martora)

Pelo d'un bel bruno-marrone-scuro colla gola e la parte superiore del petto giallo: la lanugine è bicolore, grigio-rosso alla base, rosso-giallo più chiaro alla punta. Le membra e la coda sono d'un bruno più scuro, i piedi bruno-neri. La forma della macchia gialla sulla gola è variabile. Il bruno del disopra è più chiaro di sotto, ma non tanto chiaro come nella Faina. La coda è lunga come la metà del corpo e sfioccata, del colore del dorso.

DIMENSIONI: Testa e corpo 445 mm.: Coda 230; Piede 85 mm.
HABITAT. - Tutto il Nord e il Centro dell'Europa, dalle Isole Britanniche fino alle Alpi e al Caucaso e di là in Asia fino all'Imalaia.

È una piccola fiera molto vivace ed astuta, vorace e sanguinaria che uccide e distrugge anche quando non è stimolata dalla fame. È una nemica della vita e della felicità altrui, della gioia di vivere di tanti poveri esseri soprattutto mammiferi ed uccelli che, improvvisamente aggrediti, passano d'un tratto dalla vita alla morte.
Si ciba sempre di carne viva, sanguinante, palpitante, ed al pasto solito aggiunge anche qualche po’ di cibo vegetale e cioè buone frutta mature, prugne, more e lamponi e ricerca anche il dolce poiché è avida di miele e nel furto dei favi è più fortunata dell'orso per la sua piccola mole.
Col suo corpo allungato, cilindrico e flessuoso, serpentiniforme, cerca e fruga da per tutto aiutata dalla vista e dall'olfatto squisiti e dove entra con la testa scivola con tutto il corpo, infilandosi in ogni più stretta fessura, penetrando in ogni più piccolo buco.
Corre, salta, s'arrampica con grande agilità e scova quindi e distrugge nidiate di uccelli, famiglie di scoiattoli, di nitele e di moscardini, lepri e lepratti, uova di starne e di pernici.
Caccia sia di giorno che di notte, ma nelle ore notturne compie i suoi maggiori misfatti ed attentati poiché essa ardisce attaccare anche grossi mammiferi a cominciare dai piccoli Camosci e dai caprioli.
Sceglie per dimora i tronchi vuoti degli alberi, le buche e le spaccature delle rocce, i nidi degli scoiattoli e quelli dei più grossi uccelli silvani: si addomestica quando è presa piccola, si affeziona al padrone, ma quando può riprende il suo istinto di strage e la sua sete di sangue.
La femmina partorisce in Aprile od in Maggio dopo una gravidanza di nove settimane da tre a cinque piccoli capaci, dopo pochi giorni, di seguire la madre nelle sue imprese di rapina e di agguato.
La Martora fornisce le più belle pellicce dei nostri mercati ed anche per questo le si fa una caccia spietata che spiega la sua diminuzione.
In Italia è scarsa da per tutto: in qualche zona è rara, in qualche altra è scomparsa. In Sardegna vive la sotto specie M. martes latinorum con la macchia sul petto di colore giallo-arancio vivace.

ABRUZZI E MOLISE - Nomi dialettali: Martera, Martura.
Colonie albanesi del Molise: Marter (Ururi), Cunaghe (Portocannone).
La nostra Martora non presenta caratteristiche speciali essa come tutte le Martore del resto d'Italia è molto variabile per l'età e pel sesso e la sua colorazione generale ora è più chiara ora è più scura e quella della macchia sul petto ora è bianca, ora rosea ora giallognola.
Da noi è scarsa, ed in via di scomparire: vive localizzata nei grandi boschi montani di alto fusto dove trova da cibarsi e da nascondersi lontana dalla presenza dell'uomo.
La sua pelliccia è molto ricercata per l'aumentato suo prezzo che incita i contadini a farle una caccia assidua e spietata specialmente d'inverno.
Si caccia col fucile, all'agguato nei luoghi da essa frequentati, aspettandola nelle ore della sera quando esce in cerca. di preda.
Tutti i cacciatori pratici di questa speciale caccia “alla posta” sanno che la maggior parte degli animali che fanno vita notturna, esce dai suoi covi e dai suoi nascondigli non quando il sole è tramontato, non quando la notte è già inoltrata, ma subito dopo che le campane dei tanti nostri paeselli sparsi suonano i rintocchi lenti dell'ora di notte, quando odono anch'essi la squilla di lontano che pare

....il giorno pianger che si more

Non passano che minuti e il cacciatore impostato in un viottolo di bosco, presto avverte il fruscio dell'animale che aspetta e presto intravvede la preda che gli si avvicina a tiro e che inconsapevole va incontro a morte quasi sicura.
Questo mesto suono di campane che si ascolta nel silenzio della natura che si addormenta, questo suono che si ripete da anni e da secoli, che si ripercuote dappertutto sulle nostre montagne, che arriva anche nelle maggiori altezze e nelle maggiori altitudini ora forte ora fievole, ora come lieve eco lontana sempre ben distinto per la grave quiete che incombe su tutto, io credo fermamente che abbia influito moltissimo sulle abitudini di quegli animali che temono l'uomo e che pur rimanendo nel loro oscuro ritiro hanno appreso per esperienza da quello che il giorno è finito e che può per essi tranquillamente cominciare il periodo attivo della loro vita notturna.
Il certo è, e la pratica lo conferma, che raramente gli animali che vivono all'oscuro sia sotterra, sia nelle buche degli alberi, sia nelle, profondità delle spaccature delle rocce escono la sera prima di questo segnale che pure è dato in ore così disparate nelle diverse stagioni.
La Martora si prende anche con trappole ed ordegni a scatto diversi mettendo in quelle qualche uccello vivo, ingabbiato e difeso, negli ordegni una fetta di pane fritto spalmato di miele, un uovo od un pezzo di pesce salato od affumicato.
Ma il mezzo migliore per una più certa cattura è quello di seguire le sue tracce d'inverno sulla neve, cacciarla “alla pedata”.
Il cacciatore di questa specie di caccia è sempre il nostro montanaro, l'abitante di quei paesi alpestri ricchi di boschi e carichi di neve: esso non sempre porta il fucile, ma non dimentica tre cose per lui importanti: un sacchetto di paglia, una scatola di fiammiferi, una piccola scure. Entrato nel bosco segue paziente per ore ed ore le piccole impronte deI carnivoro che vanno quasi sempre a finire in un vecchio mozzicone di tronco di orno o di faggio. Scoperta la buca vi introduce una manata di paglia che il fiammifero accende e un interno fruscio e dei colpi di tosse stizzosa l'assicurano che la preda è là rinchiusa e che non può sfuggirgli. E quando alla tosse segue un periodo lungo di silenzio lui sa che il sacrificio è consumato e così mentre le spire di fumo escono dalla buca e si innalzano al cielo, la piccola scure lavora ad allargare 1'entrata ed a dare il colpo di grazia alla martora che si trova distesa e boccheggiante per asfissia.
Un buon numero delle nostre martore muore anche addentata dai cani che le inseguono sempre con coraggio e costanza.

Mustela foina (Erxleben)
(Faina)

Somigliantissima alla Martora per grandezza e per forma generale. Superiormente grigio-bruna, più chiara inferiormente col petto d'un bianco puro, il mezzo del dorso, le gambe e la coda d'un bruno-grigio più scuro; il margine interno delle orecchie biancastro. La lanugine è di color grigio-biancastro.

DIMENSIONI. - Testa e corpo mm. 430. - Coda 230 - Piede 52. Il terzo premolare superiore è concavo nel suo margine esterno (e non convesso come nella M. martes); il dente tubercolato è convesso e arrotondito nello stesso margine (e non intaccato come nella Martora).
HABITAT. - Tutta l'Europa, dalle isole Britanniche al Caucaso; manca in Irlanda, ma si trova dalla Scandinavia fino alla regione mediterranea.

È un altro carnivoro agile, coraggioso ed astuto che vive anch'esso di strage per un innato e disordinato istinto di distruzione: uccide per uccidere abbandonando la maggior parte delle sue vittime. Più delle precedenti congeneri cerca di avvicinarsi, per quanto le è possibile, all'uomo e non certo per simpatia, ma pel grande amore che porta agli allevamenti degli animali da cortile. Perseguita le sue vittime, che sono le medesime che cerca la Martora oltre che nei boschi, nei terreni coltivati, lungo i muri e le siepi, nei fienili, nelle colombaie, nelle stalle e nei granai.
Si ciba di uccelli, di mammiferi, di rettili, di anfibi e ricerca con avidità le frutta carnose sia selvatiche che coltivate. Dopo nove settimane dall'accoppiamento, partorisce in aprile o in maggio, da tre a cinque piccoli che si educano presto all'inseguimento e alle catture.
Si caccia col fucile specialmente alla posta, ma si cattura sopratutto con le trappole adoperando le medesime esche usate per la martora ed aggiungendo qualche frutto cotto.
La sua pelliccia è anch'essa ricercata.
In Italia è comune da per tutto, ma in via di diminuzione: molto scarsa nel versante tirrenico, manca in Sicilia, in Sardegna e nelle isole del Mediterraneo.

ABRUZZO E MOLISE. - Nomi dialettali: Feina, Fuina, Fuin. Colonie Albanesi: Macci i egre (Rosciano).
La Faina della regione abruzzese e molisana non presenta niente di speciale se non le solite variabilità nel colorito e nella statura.
È comune più della Martora, ma in via di diminuzione. Vive nei boschi di pianura e di montagna, nelle campagne coltivate, nelle vicinanze dell'abitato e nell'abitato medesimo.
È temuta da tutti i nostri contadini i quali sanno che se entra in un pollaio inebriata di sangue sgozza tutti gli animali che trova lasciando per lo più i loro corpi intatti e rosicchiando solo il collo ed il cranio per mangiare il cervello.
Se entra nelle colombaie fa strage di uova, di pulcini e di adulti. Mentre è così feroce e sanguinaria allo stato libero, prigioniera diventa docilissima ed in questi ultimi tempi ho avuto agio di osservare diverse faine adulte, catturate da pochi giorni che si facevano lisciare come gatti domestici, prendere in braccio senza mostrare spavento o risentimento e che, legate, seguivano il padrone senza ribellarsi. Del resto è noto il fatto raccontato dal Boitard e riportato anche dal Figuier di quel contadino che aveva una Faina la quale sgozzava furtivamente le galline sbandate e se ne tornava al suo padrone, mentre che un cane da riporto andava tranquillamente a raccogliere le preda.


Gen. Putorius (Cuvier)

Corpo allungato, più o meno vermiforme, con la testa e la coda più corte che nel Gen. Mustela. Piedi corti, pelosi al di sotto, che si posano suI suolo soltanto con le dita riunite da una corta membrana; orecchie corte o medie. Denti meno numerosi che nel Gen. Mustela, indicanti un regime più schiettamente carnivoro.

Form.
dent.
2 + 2 + 1 + 6 + 1 + 2 + 2 = 16 = 34
2 3 1 6 1 3 2 18


Putorius putorius (Linneo)
(Puzzola)

Corpo poco allungato somigliante a quello della Martora; membra tozze; muso corto ornato di forti baffi; orecchie lunghe quanto il terzo della testa. Pelo - lungo, bruno-chiaro di sopra con i fianchi lavati di giallastro; di sotto nerastro; arti e coda neri ; quest'ultima più sottile alla base che all'estremità. Faccia macchiettata di bianco o di giallastro al di sopra degli occhi, da ciascun lato del naso, sul muso e nel margine delle orecchie.

DIMENSIONI. - Testa e corpo mm. 380 - Coda 150 - Piede 60.
HABITAT. - L'Europa media della Gran Bretagna al Caucaso. Si trova in Ispagna e non nell'Irlanda.

Deve il suo nome all'odore sgradito che più degli altri nostri mustelidi tramanda dalla secrezione di glandole speciali.
È carnivoro coraggioso ed abile che si slancia contro tutti gli animali con una elasticità di movimenti anche maggiori per il suo corpo snello e flessuoso.
Distrugge topi e ratti, ma aggredisce anche lepri, uccelli diversi, riuscendo dannosa sia alla selvaggina che agli allevamenti domestici. La sua pelliccia è la meno pregiata perché, anche quando è ben preparata, conserva sempre la traccia del suo caratteristico e nauseante odore.
In maggio od in giugno la femmina, dopo due mesi dall'accoppiamento, partorisce da tre ad otto piccoli.
Si caccia colle trappole e cogli ordegni a scatto in cui si attira con le medesime esche usate per i precedenti carnivori.
Nel 1912 fu constatato ad Odessa un caso di peste in un individuo che aveva scuoiato una Puzzola e quindi anche questo mammifero ospitando, come il ratto, i bacilli di Yersin, deve annoverarsi fra i trasmettitori della gravissima malattia.
In Italia è comune dovunque nel continente, mentre manca in tutte le isole.

ABRUZZO E MOLISE. - Nomi dialettali: Cane-puz, Cane puzze, Cane-puzzigghie, Scartapuzze. - Colonie albanesi: puzz-han (Ururi, Portocannone).
Le nostre Puzzole variano tra una colorazione tendente spiccatamente al nero ed al fulvo-rossastro e mentre le macchiette della faccia sono biancastre nelle prime ed evidentissime, nelle seconde sono giallastre e molto meno accentuate. La gola, il collo, il petto presentano sempre una colorazione più scura e tra l'occhio e l'orecchio, più o meno evidente, una larga striscia od anche due strisce parallele più sottili di colorito bianco-sudicio-giallastro che in alcuni individui scendono anche sino all'angolo della bocca.
In qualche esemplare la colorazione di questa linea si va sfumando al disopra della fronte.
I piccoli nati sono di colorito uniforme tendente al nero completo.
Data la diversa colorazione riscontrata nelle Puzzole di questa regione e di altre ancora, cadono le sottospecie create su tali caratteri che dimostrano solo la grande variabilità della livrea di questo carnivoro.
È la specie più comune, è quella che più di frequente si trova nelle case di campagne e nell'abitato, è quella più conosciuta per i continui e gravi danni che arreca. Vien presa facilmente con le trappole, ma in maggior numero è addentata dai cani nelle vicinanze delle abitazioni rurali.


Putorius nivalis vulgaris (Erxleben)
(Donnola)


Disopra bruno-rosso (cannella) più o meno scuro; disotto d'un bianco puro, qualche volta bianco sporco all'avvicinarsi della muta; linea di demarcazione fra le due tinte ondulata e variabile (la larghezza del bianco varia da mm. 25 a mm. 11 secondo la statura). I piedi davanti sono in parte bianchi. I maschi sono ordinariamente più grandi delle femmine col cranio più largo e con la cresta sagittale più sviluppata.

DIMENSIONI. - Testa e corpo mm. 203 a 285 – Coda 53 a 65 - Piede 29 a 36 - Cranio 37 a 41 x 21 a 25. Femmina: Testa e corpo mm. 160 a 195 - Coda 36 a 50 - Piede 22 a 28. - Cranio 31 a 34 x 16 a 19.
HABITAT. - Europa Occidentale e Centrale.

È il più piccolo carnivoro che abita le campagne, i boschi, le alte solitudini montane, i giardini ed i centri rurali scegliendo per sua dimora i cumuli di pietre, i muri, i tronchi degli alberi, le spaccature delle rocce, le gallerie sotterranee delle talpe e dei topi, le cataste di legna, le case abbandonate.
Benché piccolo esso fa bene concorrenza ai carnivori superiori distruggendo covate di uccelli ed attaccando i lepratti nel covo, ma il suo cibo abituale è fatto sopratutto di topi, poi di rettili, di anfibi e di insetti diversi. Non teme le vipere che coraggiosamente insegue ed uccide.
Dopo una gravidanza di cinque settimane partorisce per lo più in marzo da 3 ad 8 piccoli.
La sua pelliccia non ha alcun valore ed ha il medesimo cattivo odore di quella della sua sorella, putoria.
Si caccia con le trappole e con ordegni a scatto adescata con un topo, un uccello, un uovo.
L'antica medicina si avvaleva di diverse parti del corpo della donnola che si credevano efficaci contro l'epilessia e i tumori maligni.
In Italia è dappertutto comune e così in Sicilia ed in Sardegna.

ABRUZZI E MOLISE. - Nomi dialettali: Duónela, Duónnela, Duónnela-cacciunella, Cane-puzze e puzzigghie. - Colonie albanesi: Donu (Ururi), Donua (Portocannone).
La nostra Donnola ha nelle parti superiori una colorazione che varia dal marrone-scuro al chiaro mentre che inferiormente si presenta ora nivea, ora rosea, ora giallognola.
Molti individui presentano macchiette diverse bianche sulla faccia e sul muso ed i piedi ora tutti marroni ora bianchi o bianchicci, ora macchiettati di bianco e di marrone.
I giovani sono di colorito grigio o grigiastro.
Dai mille metri in su qualche individuo durante l'inverno assume da noi la caratteristica candida livrea ed in certe località tale colorazione è più frequente come sulla montagna di Frosolone (Campobasso) in cui ne sono state catturate diverse. Una di queste, che si conserva nella collezione del Ginnasio di quel Comune, si presenta interamente bianca tranne che in pochi peli centrali terminali della coda ed in una zona simmetrica che dal centro della faccia, tra le orecchie, va a finire alla nuca che è rimasta di colorito fulvo-cannella.
La statura della nostra Donnola è molto varia e diminuisce con l'altitudine ed è per lo più quella constatata nelle minori forme d'Italia, con coda molto più lunga e con piede robusto. Ho osservato inoltre che le creste del cranio non si presentano sempre uguali ed ora sono più evidenti e marcate ed ora meno.
Il Cavazza ha distinto la sua sottospecie che vive sulle Alpi italiane e Svizzere per la piccola statura, per l'abito estivo in cui la colorazione inferiore è sempre bianca, per l'abito invernale tutto bianco tranne che nell'apice della coda, per la gracilità dello scheletro e per una certa conformazione del cranio, chiamandola Put. niv. monticola.
Dalle mie osservazioni si desume o che la sottospecie Putorius nivalis monticola ha un habitat più esteso o che in montagna la Donnola assume la piccola statura rimanendo sempre variabilissima negli altri caratteri.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 225 - Coda 75 - Orecchie 15 - Piede 35 - Cranio 42 x 23.

Comunissima dappertutto sino nelle più alte cime dei monti privi di vegetazione arborea. Io l'ho trovato sul Monte Miletto, tra i ruderi di quel rifugio, a 2050 metri di altitudine.
Per le sue gambe corte è facilmente raggiungibile alla corsa in terreno aperto e non accidentato e diverse volte m'è riuscito di colpirla col bastone dopo di averla per poco inseguita.
Da noi, tutti i cacciatori conoscono la sua innata curiosità che, di fronte all'uomo armato di fucile, riesce sempre a tutto suo danno poiché basta fermarsi ed attendere poco, dopo che la Donnola si è nascosta, per veder presto ricomparire la sua faccetta aguzza ed i suoi vividi occhietti a spiare la mosse dell'avversario che non si lascia in quel momento sfuggire la buona occasione di colpirla.
Essa però non merita la persecuzione che spetta agli altri Mustelidi perché ripara in gran parte i suoi danni con la distruzione che opera continuatamente nelle fila dei dannosi nostri roditori.

Vive in Italia:
 

Putorius ermineus (Linneo)
(Ermellino)

Dal corpo molto allungato, dal colorito con due fasi ben distinte: una estiva dalla colorazione bruno-rossastra, l'altra invernale bianca, con fasi intermedie in autunno ed in primavera. La parte terminale della coda è costantemente nera.
È specie esclusivamente alpina.


Gen. Lutra (Erxleben)

Piedi corti, arrotonditi, con dita intieramente palmate, con unghie piccole, forti e ricurve. Testa larga e schiacciata; orecchie arrotondite quasi nascoste dal pelo; coda media, appiattita.

Form.
dent.
1 + 4 + 1 + 6 + 1 + 4 + 1 = 18 = 36
2 3 1 6 1 3 2 18


Il molare superiore è grande, trasversale, quadrato, tubercolato, il laceratore che lo precede è di grandezza media (come nel G. Meles). Abitudini acquatiche.


Lutra lutra (Linneo)
(Lontra)

Pelame bruno-rossastro uniforme al disopra, biancastro o grigiastro disotto. I giovani ora sono più grigi, ora più bruni degli adulti.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 700 - Coda 350 - Piede 110.
HABITAT. - Tutta l'Europa dalle Isole Britanniche al Caucaso e dalla Scandinavia alla Spagna ed alla Grecia. Non si trova nelle Isole del Mediterraneo salvo a Corfù ed in Sicilia dove è stata introdotta.

Tutti i nostri corsi d'acqua, fiumi e torrenti, ospitano questo carnivoro che stabilisce la sua dimora nelle parti più accidentate e più ricche di vegetazione dove scava una galleria a diverse uscite, una delle quali ha sempre il suo sbocco nell'acqua.
Si tuffa, nuota abilmente, rimane sommersa per un tempo abbastanza lungo mentre che la sua fitta pelliccia untuosa rimane sempre asciutta, impenetrabile all'acqua.
Insegue con grande astuzia ed abilità i pesci che arrivano a salvarsi solamente quando la nemica è costretta per respirare a venire alla superficie ed a sporgere il suo muso fuori dell'acqua.
Benché diffidente, presa piccola, si addomestica con grande facilità ed impara a tornare al richiamo del padrone ed a riportare dall'acqua i pesci che cattura. Quando è in ischiavitù si nutre oltre che di resti di pesci, anche di pane, di latte e di vegetali diversi come carote, pere e prugne mature.
Dopo due mesi dall'epoca degli amori la Lontra partorisce da 2 a 4 piccoli che alleva con grande attaccamento.
Si caccia col fucile alla posta, sia di giorno che di notte, con delle trappole in cui si adesca con delle pallottole formate di carne, grasso, pesce il tutto condito con canfora; la si insegue con certi speciali cani da caccia, gli Otterhounds, specie di Grifoni che la ricercano con grande abilità.
Anticamente il grasso, il sangue, gl'intestini erano usati molto in medicina. Attualmente è ricercata per la sola pelliccia e coi peli della coda si confezionano morbidi pennelli da pittore.
In Italia si trova dappertutto dal piano alla montagna; manca in tutte le isole.

ABRUZZI E MOLISE. - Nomi dialettali; Lontra, Lutria, Itra, Idra, Itraca, Itreca.
Le Lontre nostre hanno superiormente un colorito marrone-chiaro con lanugine bianco-grigiastra ed anche colorito molto più scuro con lanugine egualmente scura solo poco più chiara alla base.
Le parti inferiori sono grigiastre anteriormente, più scure posteriormente. Per lo più la gola è bianco-sudicia e nelle adulte talvolta di colorito giallo-crema. Qualche individuo presenta anche sul petto tale ultima colorazione.
È comune in tutti i nostri fiumi, dalle sorgenti alla loro foce, e si trova numerosa nel Molise dove vive stazionaria anche lungo i torrenti che nell'estate conservano solo negli infossamenti delle pozze più o meno profonde dove l'acqua ristagna e si rinnova solo nei grossi temporali. Questa sua permanenza lungo tali corsi di acqua ci dimostra che essa non si deve cibare solo di pesci, che scarseggiano sempre in quelle speciali condizioni, e che deve alimentarsi pure di rane che trova in abbondanza e di vegetali che sono a sua disposizione.
Infatti nel 1910 una lontra, che fu poi ammazzata, viveva da un certo tempo nei nostri orti di contrada S. Antonio, prossimi alla città dove s'era vista mangiare lattughe oltre che inseguire rane dentro quelle pozze che servono ad innaffiare le verdure.
Quando è stanca d'inseguire i pesci adopera anche l'astuzia per ghermirli ed un cacciatore di Colledanchise (Campobasso) in agguato in pieno meriggio lungo il suo Biferno, pel tiro alle Trote, ebbe la fortuna di avere con un colpo solo una Lontra ed una grossa Trota già azzannata dal carnivoro che galleggiava disteso come un pezzo di legno, facendo il morto sull'acqua per non mettere in sospetto il pesce che si dilettava dei suoi soliti salti.
Abita specialmente le coste dei fiumi accidentate o alberate e con maggiore frequenza si trova nelle vicinanze dei mulini dove essa trova più da spaziare per la ricerca della preda. Siccome essa mangia in media un chilogrammo di pesce al giorno, moltiplicando questo pel numero non indifferente di Lontre che popolano i nostri fiumi, veniamo approssimativamente a conoscere tutto il danno che questi mammiferi arrecano alla pesca fluviale facendo concorrenza a tutti i numerosi pescatori di frodo con le loro reti, le bombe, le esche avvelenate.


Fam. CANIDAE
Gen. Canis (Linneo)

Corpo alto su gambe snelle, digitigrado, unghie non retrattili; testa e muso allungati; coda media, più corta del corpo.

Form.
dent.
2 + 4 + 1 + 6 + 1 + 4 + 2 = 20 = 42
3 4 1 6 1 4 3 22

Il dente laceratore (quarto premolare) è munito di un forte tubercolo triangolare mediano; il tubercolo anteriore è rudimentario ed il posteriore è compresso ed allungato; il tubercolo interno è poco elevato e situato molto in avanti, a livello di quello anteriore.


Canis lupus (Linneo)
(Lupo)


Pelame bruno-fulvo lavato di grigio; la parte anteriore delle cosce segnata da una stria nera; disotto bianco-giallastra; coda ricurva verso l'alto, del colore del dorso disopra, più pallida di sotto.
Un tratto pallido, poco definito, sopra la gota separato dal bianco della gola per mezzo di uno spazio di colore scuro. Muso grigio cupo. Statura grande (superiore ai mm. 650 alla spalla).

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 1100 (e più) - Coda 600.
HABITAT. Tutta l'Europa (distrutto nelle Isole Britanniche).

Nelle boscaglie di montagna, nelle alte solitudini abitualmente si trova il Lupo, questo nomade carnivoro che vive raramente isolato ma per lo più a coppie od a gruppi.
Vorace, feroce e temerario insidia ed attacca qualsiasi animale, lotta con i cani che sbrana e divora, si ciba di prede vive e di carogne, ricerca mammiferi, uccelli, rettili, rane, insetti, larve ed anche cibo vegetale come foglie diverse e radici.
Teme solo l'uomo e cerca sempre di evitarlo in ogni qualsiasi occasione.
Dotato di buoni sensi esercita la caccia con somma astuzia e con grande prudenza, sia solo che riunito a piccoli branchi i cui componenti si dividono il lavoro per meglio riuscire nell' intento.
Tutti gli animali diventano inquieti a vederlo, dai buoi ai cavalli, ai maiali, alle pecore, alle capre e ai cani, ed è da notare che malgrado l'avversione che esiste fra cani e lupi, all'epoca degli amori, sia in libertà che in ischiavitù essi si accoppiano dando luogo ad ibridi fecondi che ora sono di moda come animali da compagnia e da guardia.
Per la forza dei suoi muscoli della mascella, del collo e della nuca il Lupo può trasportare per un lungo tratto correndo una pecora od un montone, sparire nella macchia più vicina per andare a cibarsi a suo agio.
Uccide anch'esso più di quanto gli bisogna, mangia a sazietà e, quando è ripieno, sotterra i resti delle vittime, si accovaccia e diventa pigro e timido.
Dopo circa 64 giorni dall'accoppiamento, che avviene per lo più in dicembre od in gennaio, la femmina partorisce da 3 a 9 piccoli che alleva con amore e che sino a due anni porta con sé alla caccia.
La caccia al Lupo è stato un soggetto trattato da diversi artisti tra i quali Rubens, Desportes, D'Oudry ecc.
Anticamente si usavano in medicina alcune parti del corpo del Lupo ed il Mattioli dice che ai suoi tempi il fegato in polvere si riteneva “per cosa più che divina nei flussi hepatici et nelle hidropisie”.
In Italia il Lupo è scomparso dalle Alpi e dall'Appennino settentrionale, vive invece in quello centrale e meridionale ed in Sicilia.

ABRUZZI E MOLISE. - Nomi dialettali : Lupe, Lope. - Colonie albanesi: Ugliek (Ururi, Rosciano), Ugijk (Portocannone).
Il nostro Lupo differisce per il colorito e la statura dalla specie tipo e per colorito e per qualche misura speciale da quello della Spagna media, Canis lupus signatus (Cabrera) e della Spagna Sud-Est Canis lupus deitanus (Cabrera).
Presenta il mezzo del dorso per circa dieci centimetri di colorito grigio-nero per lunghi peli che sono bianchi alla base, poi grigio-bruni, poi bianchi terminati di nero lucido, con lanugine color nocciola chiaro; i lati del dorso ed i fianchi grigio-fulvicci, petto e addome fulvo chiaro, parti interne degli arti biancastre. Testa grigia, muso grigio-fulviccio di sopra, scuro-biancastro di sotto; labbra, mascella inferiore, gola e gota bianco sporco; collo grigio-fulviccio limitato sul petto da una striscia bruna a mo’ di collare. Orecchie esternamente fulvo-volpine col margine lievemente più scuro, internamente bianco-grigiastre.
Sugli arti anteriori una sottile striscia scura, che forma una macchia sull'articolazione del piede, divide il colorito della faccia interna, da quello della faccia esterna. Piedi fulvo chiari.
La coda è bicolore: di sopra come il mezzo del dorso, di sotto come l'addome, sfumata di fulvo alla punta.
Nei maschi il colorito fulvo-volpino dell'orecchio si estende a tutto l'occipite ed ai lati della nuca.
La coda è di mm. 290 più corta della specie tipo e di 90 più corta del signatus; il cranio ha le dimensioni di quest'ultimo. Riporto le misure dei nostri adulti.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 1270 - Coda 310 - Orecchio 110 - Piede 250 - Altezza alla spalla 650 – Cranio 220 x 125.

Siccome questo nostro lupo differisce dalle altre forme conosciute, credo opportuno distinguere anch'esso con un nome, e siccome abita, oltre che 1'Abruzzo e il Molise, tutto l'Appennino centrale e meridionale così possiamo chiamarlo per riconoscerlo dalle altre tre specie europee:

Canis lupus italicus

Molto comune d'estate in montagna, comune d'inverno nei boschi di collina e di pianura.
Quando in novembre la neve imbianca le cime delle nostre montagne e tutte le pecore che vi hanno pascolato scendono nelle Puglie a svernare percorrendo i nostri tratturi, inquadrate in tanti branchi dai pastori e dai cani che le precedono e le seguono, i Lupi lasciano anch'essi le forre del nostro Appennino, non più per essi ospitale, ed una parte, seguendo le pecore, arriva nelle Puglie, l'altra si sparge nei boschi che incontra dove rimane tutto l'inverno ed anche parte della primavera.
Da qualche decennio pare che i Lupi siano in aumento tra noi e se questo non può con sicurezza asserirsi è certo però che per essi non si è verificata quella diminuzione constatata in tutte le altre specie dei carnivori e ciò in dipendenza di alcune ragioni speciali:
a) l'inaccessibilità dell'alta montagna dove il Lupo può vivere indisturbato nell'epoca degli amori e dell'allevamento dei piccoli;
b) la vita sua randagia che lo mette in grado di non essere spiato ed inseguito;
c) le sue migrazioni invernali che gli facilitano la vita nella stagione più difficile;
d) la riottosità dei cani da caccia a seguire le sue tracce;
e) il basso prezzo della sua pelliccia che non compensa le fatiche e le difficoltà della cattura;
f) la mancanza di un equo premio per ogni uccisione.
Provvede alla sua decimazione una gravissima malattia che se però riesce di danno ai lupi non risparmia moltissimi altri animali selvatici e domestici e lo stesso uomo: la rabbia, malattia infettiva che dà luogo ad un'affezione mortale del sistema nervoso che può solo scongiurarsi con delle cure preventive alla Pasteur fatte in appositi Istituti.
Sulle nostre montagne oltre che gli ovini, il Lupo aggredisce cavalli, asini, buoi, e vitelli e le sue rapine vengono limitate solo per la buona guardia che fanno i nostri mastini che si avventano coraggiosamente contro l'aggressore obbligandolo a fuggire se vuol salva la vita.
Non così accade quando d'inverno esso vaga per le campagne abitate: allora si fa sentire maggiormente la sua pericolosa vicinanza poiché i cani comuni sono incapaci ed impotenti a cimentarsi nella lotta e, se non fuggono, soggiacciono alla forza del carnivoro che li abbatte e li divora.
I lupi per le loro cacce si uniscono e mentre alcuni richiamano la vigile attenzione dei cani di guardia da una parte, gli altri aggrediscono il gregge dal lato che rimane incustodito; e quando vanno a caccia di selvaggina, lepre o volpe, mentre uno scova l'animale ed emette qualche latrato come fanno i cani, gli altri o a mezza costa o in vedetta superiormente aggrediscono la preda a colpo sicuro, come ho potuto io stesso constatare un giorno sulle montagne della Marsica e come avevo sentito dire dai nostri pastori.
Per la sua malvagità e pel pericolo che può portare con se è molto temuto dalle nostre popolazioni montane anche perché in queste sono ancor vivi i miti di Ovidio nostro conterraneo, ed esse forse ricordano ancora nel Lupo la metamorfosi del bestiale Licaone re di Arcadia che aveva offerto a Giove in pasto un piatto di carne umana e che fu da Giove trasformato nel vorace animale.

La veste in folto vello si tramuta,
Passano in gambe le protese braccia;
Lupo diventa, e ancor della perduta
Forma ritien la manifesta traccia.

(Trad. GORANI)

È temuto anche perché il nostro popolo è profondamente convinto che ancora esistono “le lupe menare” i lupi mannari e cioè i Licantropi, quei poveretti malati di speciale psicosi che si estese nel Medio evo impressionando e terrificando. Questi maniaci si credevano mutati in lupi, abbandonavano le loro case, si ritiravano nei boschi, uscivano solo di notte urlando ed ululando, andavano pei cimiteri a scoperchiare le tombe e profanare i cadaveri, a commettere atti bestiali tanto che furono emanate leggi contro di essi per cui i cittadini erano autorizzati ad ucciderli senza pietà.
Dura ancora da noi la superstizione che diventi lupo e cioè lupe-menare chi dorme di notte all'aperto, supino colla faccia rivolta alla luna piena, per cui le donne consigliano a chi va a lavorare in campagna di dormire sempre al coperto o almeno di coprirsi il viso.
Nelle favole degli autori il Lupo è rappresentato sempre come un essere grossolano, forte, vorace ma poco abile e astuto; in quelle popolari del nostro folklore, il Lupo è sempre l'animale della strage e della carneficina, del terrore e dello spavento e nelle ninne-nanne locali ritorna costante il motivo pauroso del lupo che “ha mangiata la pecorella”.

Uh pucurella mia cumme chiagnive
Quanne mocca a lu lupe te vedive!...

Da noi il lupo si cattura con le trappole, con fosse speciali coperte da tavole in bilico, con dei grossi cappi, con della carne avvelenata di stricnina; col fucile lo si insegue sulla neve, “alla pedata”, ricordata a proposito della caccia alla Lepre, e lo si caccia in battuta colla così detta mena nei boschi e cioè con battitori che con tamburi e casse da petrolio, vociando e gridando percorrono le zone frequentate da tali carnivori, costringendoli ad avvicinarsi alla linea dei cacciatori.
Per attirarli poi in qualche località si usa anche legare di notte un animale destinato alla morte, che per lo più è una pecora malata o un asino cadente, mentre che da lontano un cacciatore ripete ogni tanto il caratteristico ululato, un lungo e lugubre urlo che sinistramente si ripete con l'eco di valle in monte. Per rendere il richiamo simile a quello del Lupo, il cacciatore o in una scarpa o tra le palme delle mani unite, emette il suo grido stando curvo prima fino a terra, poi ergendosi a poco a poco per meglio dilatare il torace, facendo con una sola espirazione una scala semitonata che comincia pianamente, si rinforza poi gradatamente e diminuisce come l'urlo delle comuni sirene. Il mattino seguente, se si trova divorato l'animale, si percorrono coi battitori i boschi vicini dov'è facile trovare i Lupi che hanno cercato in essi riposo per digerire il lauto pasto.
Pochi anni fa nella selva di Campochiaro (Campobasso) un gruppo di contadini ammazzò in una sola battuta ben cinque lupi.
In mancanza di un premio per l'uccisione i contadini portano, dopo la caccia, in giro per le campagne l'animale catturato facendo una questua che riesce generalmente proficua.
Negli oggetti di ceramica antica, anfore, vasi, lucerne ecc. che si sono rinvenuti nel Chietino, poco lontano da Lanciano, si vede l'immagine del Lupo con l'iscrizione “Figulina lupatia”.
La locale medicina popolare utilizza molto il Lupo: così contro le coliche dei bambini usa in alcuni luoghi un pezzo di budello chiuso in un sacchetto sospeso al collo; contro gli aborti cinge il ventre delle donne incinte con una corda di budello di lupo; il grasso adopera contro i dolori reumatici e contro le tonsilliti. Un ciuffo di peli od anche un dente rappresentano dei talismani infallibili contro le fatture e i malocchi, malefizi speciali.
Il Lupo è anche chiamato ed invocato in diversi scongiuri per malattie comuni e per alcune speciali malattie della pelle. In montagna una donna incinta non deve mangiare mai i resti di un animale sbranato dal Lupo per non incorrere nel pericolo di avere un figlio, rabbioso, agitato e vorace !

Gen. Vulpes (Brisson)


Le volpi differiscono dai Cani e dai Lupi perché sono generalmente di zampe più corte ed hanno la coda più rotonda e più folta, il muso più sottile, le orecchie più lunghe. Il cranio ha il profilo frontale diritto (non convesso come nel Gen. Canis).

Form.
dent.
2 + 4 + 1 + 6 + 1 + 4 + 2 = 20 = 42
3 4 1 6 1 4 3 22

I denti sono in generale più deboli dato l’allungamento dei mascellari.
 

Vulpes vulpes (Linneo)
(Volpe)

Superiormente e faccia esterna degli arti di un rosso giallognolo; inferiormente e faccia interna degli arti bianche come il labbro superiore. Coda lunga come la metà del corpo, bruno-rosso di sopra, rosso-giallo di sotto con l'apice ordinariamente bianco, ma qualche volta bruno. Orecchie nere esternamente, rosso-gialle all'interno. Color rosso chiaro intorno agli occhi e al di sopra del muso.
La coda ha nel suo terzo anteriore, superiormente, la macchia nera indice della glandula che vi si trova. Il pelo d'inverno è lavato al di sopra di biancastro e può diventare tutto bianco nella regione del Nord.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 610 - Coda 370 - Piede 750.
HABITAT. - Tutta l'Europa dalle Isole Britanniche e dalla Svezia al Mediterraneo, al Caucaso e all'Asia Settentrionale.

È animale abile e scaltro che riunisce tutte le qualità necessarie per essere un cacciatore emerito ed un ladro artista. Vive nei boschi, nelle macchie, nei luoghi incolti e rocciosi dove si scava o si trova una tana a diverse uscite, con non meno di tre cavità o ambienti interni per i diversi bisogni della sua vita. Spesso si adatta pure negli spacchi delle pareti rocciose ed anche nelle comuni cave di pietra in vicinanza dei centri abitati. D'estate fa per lo più vita crepuscolare e notturna, mentre d'inverno e durante l'allevamento dei piccoli è sempre fuori alla ricerca del cibo. È conosciuta e temuta dall'uomo e da tutti gli animali ed è noto il fatto che gli uccelletti zirlano quando la vedono, che la ghiandaia e la gazza le gridano dietro e che il merlo, furente, la segue per un certo tratto di sera fischiando e chioccolando. Si ciba di mammiferi grossi e piccoli, di uccelli, di rettili, di rane, d'insetti diversi e non disdegna i vegetali, come pere, susine, uva, granturco ecc.
Caccia la selvaggina usando tutte le astuzie per impadronirsene, così ad esempio, costringe, come dicono, il riccio a non rimanere aggomitolato, schizzandogli addosso la sua urina.
È capace di rimanere in agguato per un tempo lunghissimo cercando di arrivare sulla preda, strisciando o rotolando sul terreno. Spesso caccia a coppie ed allora, come fanno i lupi, mentre una scova la selvaggina, l'altra è ferma in vedetta nel posto adatto. Conosce a fondo tutte le riserve alimentari dell'uomo; visita spesso le adiacenze delle abitazioni di campagna per predare animali da cortile è se entra in un pollaio distrugge tutte le galline che trova e sotterra le sue vittime in diversi punti lungo il suo percorso.
La Volpe non teme l'acqua, e nuota facilmente.
È rappresentata come il simbolo della scaltrezza e dell'astuzia e in tutte le favole d'autore fa le parti del personaggio più furbo.
Qualche artista ha ritratto la volpe e la sua caccia, ed al Museo del Louvre (Parigi) trovasi un bel quadro del Desportes.
La volpe ha per suoi nemici acerrimi l'uomo che la odia pei danni che arreca, i lupi che la divorano, i cani che la inseguono senza tregua sino a finirla. Oltre che per distruggerla si caccia anche per la sua pelliccia che in questi ultimi tempi ha acquistato anch'essa un discreto valore.
In marzo o in aprile, dopo una gestazione di 62 giorni, partorisce da 4 a 7 piccoli che allatta sino alla fine di giugno e che diventano adulti a un anno e mezzo di età.
Anticamente il polmone polverizzato serviva per irrobustire; il grasso liquefatto serviva a calmare i dolori d'orecchio.
In Italia è diffusa da per tutto, come pure in Sicilia ed in Sardegna.

ABRUZZO E MOLISE - Nomi dialettali: Olpa, Olpe, Olepa, Volpa - Colonie Albanesi: Delper (Ururi, Portocannone), Degliopre (Rosciano).
Le nostre volpi hanno il colorito molto variabile e, in una stessa contrada, in uno stesso bosco si trovano individui che somigliano alla forma tipica, altri alla V. v. melanogaster (Bonaparte) altri infine identiche in tutto, tranne che in qualche dimensione, alla V. ichnusae (Miller) alla Volpe cioè di Sardegna. Infatti vi sono Volpi con parti inferiori o bianche, o bruno fulve, o scure; con arti o biancastri, o rossastri o decisamente fulvi; con coda a ciuffo terminale o bianco, o nero, o grigio-nero; con orecchie internamente o biancastre, o giallognole; coi più lunghi peli del dorso aventi un largo anello giallo chiaro con punta rosso terracotta, o con tale anello appena accennato.
D'inverno quasi tutti gl'individui chi più, chi meno, presentano nei lati del corpo i peli più lunghi terminati di bianco. Rimane costante ed invariato il labbro superiore sempre di colorito più o meno bianco.
Nel cranio l'ultimo molare superiore in alcuni individui arriva col suo margine interno sulla stessa linea su cui si trova il margine del molare precedente, in altri questo margine non arriva a tale linea, il dente è più piccolo e ciò non in dipendenza dall' età dell'animale.
Nell'Abruzzo e nel Molise quindi la Volpe presenta notevoli differenze individuali che confermano la grande variabilità della specie.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 750 - Coda 385 -Piede 135 - Orecchie 75 - Cranio 137 x 76.

Comune e abbondante da per tutto e conosciuta da tutti come la specie più dannosa per la selvaggina e gli allevamenti domestici.
Da noi per distruggerla si scova coi segugi e coi can bassotti che entrano nelle tane; si prende affumicandone il rifugio con zolfo e con carbone, si cattura coi lacci e colle tagliole in cui si usa mettere come esca o un uccello, o un pezzo di carne, aromatizzando gli ordegni per non destare sospetti e vincere la sua naturale furberia. La distruzione maggiore di tali animali si esercita sopratutto colla stricnina riempendo del veleno una testa di aringa salata o iniettando il veleno nelle uova delle galline di cui è ghiotta.
I nostri contadini mangiano le sue carni dure, tigliose, di sapore piccante, dopo averle fatte rimanere per qualche giorno nell' acqua.
Nella nostra medicina popolare si adopera il polmone di questo animale che in certi paesi si dà polverizzato e stemperato in acqua ai malati di tubercolosi polmonare !


Fam. FELIDAE

Gen. Felis (Linneo)

Corpo allungato, arti forti e robusti, digitigradi con cinque dita in avanti e quattro indietro con unghie retrattili; coda bene sviluppata; testa arrotondita, con faccia corta ed orecchie triangolari medie. Occhi rotondi con pupilla che si restringe linearmente.

Form.
dent.
1 + 3 + 1 + 6 + 1 + 3 + 1 = 16 = 30
1 2 1 6 1 2 1 14

Il dente laceratore superiore è molto forte, con tre punte di cui la mediana è la più sviluppata; l'inferiore (ultimo dente) è a due lobi puntuti ed è chiamato bialato; il molare superiore (tubercolato) è piccolissimo.

Felis silvestris (Brisson)
(Gatto selvatico)

Ben caratterizzato dalla sua coda relativamente corta e in forma di clava, più pelosa all'estremità che alla base (e non sottile, lunga e affilata come nel gatto domestico).
Superiormente grigio-fulvo-scuro o grigio-fumo con una striscia dorsale più scura e delle strisce nere oblique che discendono sui fianchi, sinuose, irregolari; quelle della coscia molto oblique in avanti.
Sulla sommità della testa cinque strisce nere, sottili che divergono e si perdono sulla nuca. Una striscia che parte dall’angolo esterno dell’occhio converge con un’altra che attraversa la gota. I lunghi peli delle gote fulvo-giallognolo. Coda del colore del dorso con 7 a 9 anelli (i tre primi spesso confusi e confluenti) i sei ultimi più larghi, più netti, neri come il grosso ciuffo terminale.
Strisce trasversali nella parte anteriore delle gambe; la punta delle orecchie nere, l'interno bianco giallastro.
Inferiormente a partire dal petto di un bianco puro; la faccia interna degli arti grigio-giallastra; la parte inferiore del piede, fino al tallone, nera; baffi bianchi.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 600 - Coda 300 -Piede 128.
HABITAT - Il Nord e il centro dell'Europa dalla Gran Brettagna e dalla Scandinavia, al Mediterraneo ed al Caucaso.

In Italia vive la forma seguente:

Felis sarda (Lataste)

Pelo picchiettato misto di rosso intenso di grigio e di bruno a tinte molto scure, un poco ruvido, somigliante per le macchie alla Felis ocreata, d'Algeria; parte superiore della testa grigio-rossastra con strie longitudinali brune, numerose, indistinte. Peli del dorso anellati di bruno colla base e la punta rossa per modo che il pelo appare più rosso sulla linea dorsale, più grigio sui fianchi. Labbra e mento bianchi; una macchia rossa sul naso si prolunga in linea stretta tra gli occhi e i baffi; una seconda linea dello stesso colore, sinuosa tra la prima e 1'orecchio; una terza al di sotto dell'orecchio discende sulla gola. Orecchie rosso-scure esternamente, bianco-rossastre internamente con una fine bordura bianca. Sopracciglia e baffi bianchi con qualche pelo nero. Parti inferiori d'un rosso uniforme. Pianta del piede nera a riflessi rossastri. Sulla faccia interna degli arti anteriori ed esterna dei posteriori si vede la traccia, appena accennata delle strisce trasversali. Coda terminata di nero con tre anelli bruni incompleti verso l'estremità; superiormente del colore del dorso, inferiormente più chiara.
Uno scarso, piccolo pennello bruno alle orecchie di 8 a 10 mm. I più lunghi peli deI dorso misurano 50 mm.

DIMENSIONI: Testa e corpo mm. 620 - Coda 330 -Piede 125 - Cranio 87 x 66.
HABITAT. - La Sardegna e le Maremme toscane.

Il Martorelli descrive questa specie sotto il nome di Felis mediterranea.
È animale forte, vigoroso, battagliero che fa grande strage di ogni sorta di animali perché è agilissimo a saltare, a correre e ad arrampicarsi, perché si muove con passo leggerissimo senza fare alcun rumore poggiando sulle morbide prominenze dei suoi piedi a unghie retrattili, perché ha sensi squisitissimi e bene sviluppata la facoltà visiva sia diurna che notturna, perché rimane per tempo indefinito in attesa del momento sicuro per slanciarsi.
È da ritenersi animale nocivo per la distruzione che fa di selvaggina e specialmente di starne, di pernici e di lepri, sebbene distrugga anche una grande quantità di rosicanti terrestri ed arborei e spesso anche altri carnivori, come donnole, puzzole e martore.
Il suo grido è più forte di quello del Gatto domestico e lo fa sentire di notte, specialmente all'epoca degli amori, come un aspro e rauco lamento che si ripercuote cupamente nella solitudine dei boschi.
Il Gatto selvatico non è il capostipite del nostro Gatto domestico le cui origini si debbono rintracciare in Asia od in Africa. Il prof. Martorelli, ricordando che gli antichi Greci conoscevano il Gatto domestico tanto che Erodoto ne parla come di animale ben noto ai suoi tempi ed Esopo lo rammenta nelle sue favole, dice che il Gatto domestico conserva tracce evidenti di origine asiatica e che queste prevalgono su quelle africane. Il Brehm invece con altri autori è per l'origine africana ad afferma che dal Catus maniculatus o Gatto fulvo proviene il nostro Gatto domestico basandosi sulle mummie di tale animale che si rinvengono e sulle immagini che si osservano nelle rovine dell'antico Egitto, oltre che sulle forme, sulle fattezze e sulla perfetta somiglianza scheletrica.
Attualmente in alcune parti si mangiano le carni del Gatto selvatico; si usufruisce poco della sua pelliccia e le sue intestina, come quelle del domestico, servono a fare corde armoniche e materiale da sutura (catgut) per i punti profondi in chirurgia.
Ricerche del Billard, dell'istituto di Clermont-Ferrand (Francia), hanno dimostrato che anche il Gatto resiste al veleno della vipera.
Si caccia esclusivamente per distruggerlo e si ammazza sopra tutto col fucile: qualche volta si prende colla trappola in cui sono state poste per esca pezzi d'intestino di lepre o qualche fetta di lardo aromatizzato con finocchio.
In Aprile la femmina, dopo una gravidanza di circa 63 giorni, dà alla luce, deponendoli nel cavo di un albero o in una tana di Tasso, da tre a sei piccoli.
In un vecchio volume manoscritto del trecento della biblioteca di Montecassino, secondo P. Coritano, si trovano alcune ricette in cui entra il Gatto come elemento curativo di alcune malattie; il fegato arrostito su brace di cipresso serve, preso a digiuno, contro l'itterizia; la cenere delle unghie in vino bollito contro le cefalee e le palpitazioni di cuore; il brodo della lingua di un maschio contro la renella e i calcoli vescicali.
In Italia il Gatto selvatico è scomparso dalle Alpi; si trova solo in quelle Marittime e in quelle d'Ossola; vive sull'Appennino dal Colle di Tenda alla Sila e con maggiore frequenza in Maremma ed in Calabria.

ABRUZZI E MOLISE: Nomi dialettali: Att, Atte, Hatte, Uatte salvagge. - Colonie albanesi: Mace.
Il nostro Gatto differisce dal Felis silvestris

a) pel numero delle strisce sulla testa
b) per la mancanza di queste sulla faccia e sui fianchi dove qualcuna è appena accennata
c) per la colorazione delle gote
d) per il numero degli anelli della coda
e) per la colorazione delle parti inferiori

Differisce dal F. sarda

a) per la colorazione generale superiore
b) per la mancanza di tutte le strie e le strisce che ornano gl'individui di quest'ultima specie
c) per la mancanza delle macchie sulla faccia
d) pel colorito delle orecchie
e) pel colorito delle parti inferiori

Il nostro Gatto presenta:
Pelo fitto, morbido, con folta lanugine grigia. I peli più lunghi del dorso misurano mm. 45.
Testa, dorso e coda di colore grigio-giallognolo con larga linea mediana nerastra, più scura nella metà posteriore del corpo, i lati del dorso più chiari; fianchi ancora più chiari. Sulla testa, tra le orecchie, da tre a quattro sottili linee nere che diventano più larghe sulla nuca perdendosi subito dopo la base del collo. Faccia giallo-fulviccia; mento, guance, gola e collo un po’ più chiare; baffi e sopracciglio bianchi; orecchie esternamente come il dorso, internamente come la faccia: peli della punta lunghi mm. 4. La coda termina con ciuffo nero o nero-rossiccio e presenta nel suo terzo terminale tre anelli neri: il primo appena accennato e spesso non completo, gli altri due ben netti e marcati. Parti inferiori di colorito uniforme giallo lavato. Gambe finemente picchiettate di scuro, su fondo giallo chiaro; piedi giallo chiari; pianta nero-violacea, unghie biancastre.
I giovani sono un po' più scuri con ombre di fasce sui fianchi; una di queste nerastra, evidente circonda la radice degli arti inferiori mentre un'altra scorre più sotto. Le linee della testa si prolungano fin oltre le spalle con una interruzione subito dopo il collo. Labbro superiore, mento e gola biancastri. Appena accennata una linea scura che dall'angolo esterno dell'occhio va a congiungersi con un'altra che attraversa la guancia.
Gli anelli della coda tutti tre evidenti completi e marcati, qualche macchia bruna sul petto.
Un esemplare giovane del Chietino (Schiavi) presenta la coda con due soli anelli neri.
La branca montante del mascellare inferiore è più lunga, più stretta e più falcata del F. silvestris con una inclinazione minore sulla linea del bordo alveolare in modo da formare un angolo interno meno ottuso.

DIMENSIONI: Corpo e testa mm. 610 - Coda 350 - Orecchio 45 - Piede 128.

Le dimensioni del cranio sono quasi uguali alle maggiori riscontrate in questi animali: 1unghezza condilo basale mm. 90, larghezza zigomatica 68; minima distanza interorbitale 19; larghezza bimastoidea 37. Larghezza premolari e molari superiori mm. 22, inferiori 21.
Questa forma oltre che nell'Abruzzo, si troverà certamente anche in altre parti dell'Appennino Centrale e Meridionale: essa si estende certo nella Campagna romana con lievissime modificazioni dove vive ed abbonda, secondo il prof. Lepri, nelle foreste di Montalto di Castro. La Collezione locale, presso il Gabinetto zoologico della R. Università di Roma, conserva esemplari dati in dono da S. M. il Re ed uccisi nelle R. Bandite di Castel Porziano e Castel Fasano.
Tutti questi caratteri che si riscontrano evidenti e costanti in tutti gl'individui della nostra regione, tanto da dare rilievo spiccato alla forma locale, consentono di fare del nostro Gatto una specie distinta a cui può darsi il nome di

Felis molisana

dai primi esemplari studiati; rinvenuti nel Molise e propriamente a Montedimezzo.
Questo carnivoro crudele e sanguinario che a differenza, degli altri non tocca vegetali, ma si ciba solo di prede vive, è diventato molto raro da noi ed è addirittura in via di scomparire senza che un rimpianto segua la sua sparizione, mentre dovrebbe essere giudicato un po’ meno severamente dal lato della pratica utilità poiché distrugge sempre una grande quantità di rosicanti terrestri ed arborei e sopra tutto perché si perde un importante campione della caratteristica fauna dei nostri boschi.
Nell'Abruzzo è localizzata nelle zone più alpestri e boschive: è poco frequente da per tutto: qualche individuo si cattura ancora nel Chietino e nell'Aquilano, e nel Molise dimora nei boschi d'alto fusto nel circondario d'Isernia e specialmente in quelli di Agnone, Pescopennataro, Vastogirardi e San Pietro Avellana (Montedimezzo e Feudozzo).
Alla sua distruzione concorre il diboscamento con l'abbattimento dei maggiori alberi su cui egli vive, si ciba, si rifugia e prolifica.
I cacciatori mangiano le sue carni che trovano buone e delle pelli se ne servono per fare baveri alle giacche ed ai mantelli.
Nella credenza di rendere robusti i Gatti domestici, non farli ammalare e farli somigliare ai selvatici che presentano la coda come troncata, il nostro popolo asporta ad ogni gattino domestico le ultime vertebre caudali coi relativi tendini e quest'operazione, per riuscire efficace, deve essere fatta proprio, coi denti e mai col ferro o col fuoco, seguendo in questo l'antico consiglio di Plinio pei cani che nel Libro VIII della sua storia naturale ammonisce “ ...si quadragesimo die quum sit natus castretur morsu cauda, summusque eius articulus auferatur, sequenti nervo escempto, nec caudam crescere, nec canes rabidos fieri”.
Da noi il morso del Gatto e le sue graffiature sono ritenute molto pericolose e su di esse, come contravveleno, le comari suggeriscono di porre subito un ciuffo di peli di gatto con aglio pesto!
Siccome s'incontrano spesso nei nostri boschi dei Gatti domestici inselvatichiti che non hanno nulla a che vedere col Gatto selvatico appartenente, come sopra si è detto, ad una specie diversa, così ad evitare errori, per norma di quei cacciatori che vorranno saper distinguere gli uni dagli altri, riporto i caratteri di quello selvatico.

1. Statura elevata.
2. Corpo allungato e snello.
3. Membra lunghe e robuste.
4. Testa grossa e tondeggiante.
5. Baffi lunghi ed ispidi.
6. Pelo fitto sia superiormente che inferiormente.
7. Pianta dei piedi bruno-scura o nera.
8. Coda tronca di eguale grossezza dalla base alla punta, con peli più lunghi verso l'apice.
9. Dentatura robustissima.
10. Intestino lungo quasi tre volte il corpo dell'animale (quello del Gatto domestico è lungo quasi 5 volte l'intero corpo).

Il Fatio dice di aver osservato Gatti provenienti dall'accoppiamento del selvatico col domestico, che, pur presentando la grossa statura e la fitta pelliccia del primo, avevano questa con qualche macchia di bianco, colorazione comune ai domestici.

 

CHIAVE
per la determinazione delle famiglie e dei generi dei
CARNIVORI ITALIANI

  Piedi plantigradi o semiplantigradi a 5 dita per ciascun arto 2
- Piedi digitigradi a 4 dita nell' arto posteriore e 5 nell' anteriore 6
2 Coda corta nascosta sotto il pelo: 42 denti; mole grande (Ursidae) Ursus
- Coda ben sviluppata: 32 a 38 denti; mole media e piccola (Mustelidae) 3
3 Corona del fierino superiore triangolare o rombica, press'a poco lunga quanto larga 4
- Corona del fierino superiore irregolare, molto più lunga che larga 5
4 Molare superiore più grande del fierino: cranio stretto ed alto, faccia più lunga che larga; coda corta, setolosa, non muscolosa, attitudini a scavare Meles
- Molare superiore quasi eguale al fierino: cranio largo e piatto, faccia più larga che lunga; coda lunga, densamente pelosa, molto muscolosa; attitudini acquatiche Lutra
5 Quattro premolari per ogni mezza mascella Mustela
- Tre premolari per ogni mezza mascella Putorius
6 Unghie non retrattili: testa allungata, 42 denti (Canidae) 7
-  Unghie retrattili: testa breve, tondeggiante: 28 a 30 denti (Felidae) 8
7 Regione interorbitale convessa: pupilla rotonda Canis
-  Regione interorbitale piatta: pupilla ellittica Vulpes
8 Piccolo premolare anteriore superiore presente, 30 denti; orecchie con piccolo pennello o senza Felis
-

 Piccolo premolare anteriore superiore assente, 28 denti; orecchie con grande pennello

Lynx

 
INDICE ALFABETICO

BIBLIOGRAFIA pag.

5

CHIAVE "

58

Att " 53
Atte " 53
Cane puz " 31
Cane puzze " 31
Cane puzzigghie " 31
Canidae (famiglia) " 38
Canis (genere) " 38
Canis lupus " 39
Canis lupus italicus " 41
Carnivori (famiglie dei) " 9
Carnivori (ordine dei) " 7
Catus maniculatus " 52
Cernaghe " 26
Degliopre " 48
Delper " 48
Donnola " 32
Donu " 33
Donua " 33
Duónela " 33
Duónnela " 23
Duónnela cacciunella " 33
Ermellino " 35
Feina " 29
Felidae (famiglia) " 49
Felis (genere) " 49
Felis mediterranea " 52
Felis molisana " 55
Felis ocreata " 51
Felis sarda " 51
Felis silvestris " 50
Fuin " 29
Fuina " 29
Gatto selvatico " 52
Hatte " 53
Idra " 37
Itra " 37
Itraca " 37
Itreca " 37
Londra " 37
Lontra " 36
Lope " 40
Lupe " 40
Lupo " 39
Lutra (genere) " 35
Lutra lutra " 36
Lutria " 37
Macci i egre " 29
Mace " 53
Marter " 26
Martera " 26
Martora " 24
Martura " 26
Meles (genere) " 20
Meles meles " 20
Melogna " 22
Mustela (genere) " 24
Mustela foina " 28
Mustela martes " 24
Mustelidae (famiglia) " 20
Olepa " 48
Olpa " 48
Olpe " 48
Orso " 11
Putorius (genere) " 30
Putorius ermineus " 35
Putorius nivalis vulgaris " 32
Putorius putorius " 30
Puzz kan " 31
Puzzola " 30
Scartapuzze " 31
Tasce " 22
Tasciola " 22