Questo saggio è stato pubblicato negli Atti del convegno nazionale “Dalla parte del lupo”, Parma 9-10 ottobre 1992, Atti & Studi del WWF Italia, n ° 10, 1-160, F. Cecere (a cura di), 1996, Cogecstre Edizioni

Lavoro svolto nell'ambito del Centro Studi Storico-Naturalistici della Soc. Italiana di Scienze Naturali
Si ringraziano gli Autori e l'Editore

 


Luigi Cagnolaro (*), Mario Comincini (**), Adriano Martinoli (***) e Aldo Oriani (***)

(*) Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Corso Venezia 55. 20121 Milano.
(**) Ispettore onorario della Sovrintendenza Archivistica per la Lombardia. Via Villani 6, 20081 Abbiategrasso (Milano).
(***) Collaboratori del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Corso Venezia 55, 20121 Milano.


Riassunto
 

Gli AA. espongono i risultati di una vasta ricerca storica sulla presenza del Lupo (Canis lupus L.) e sulla sua interazione con l'uomo dal XV al XIX secolo nella Padania centrale, nelle province di Bergamo, Brescia, Como, Mantova, Milano, Novara, Pavia, Sondrio, Varese e Vercelli, in Italia, e nel Canton Ticino, in Svizzera. Lo studio è stato condotto in massima parte su fonti reperite negli Archivi di Stato, in documenti amministrativi, concernenti gli abbattimenti dei lupi (circa 600 casi documentati) e le aggressioni di questi all'uomo (440 casi). È stata presa in esame anche la documentazione sulla legislazione concernente il lupo, al fine di meglio ricostruire l'ambiente storico di contesto. Il lavoro espone criticamente i dati acquisiti, elaborandone un'analisi per una corretta valutazione dei rapporti tra il carnivoro e la società contadina dell'epoca, con particolare riguardo ai casi di antropofagia ed alle loro circostanze, concernenti il più delle volte vittime di età non superiore ai 12 anni. Sono pure formulate ipotesi in merito all'insorgenza ed allo sviluppo del comportamento antropofagico del lupo nello specifico contesto ambientale e socio-economico dell'epoca, fenomeno che in Italia non trova più riscontri da oltre un secolo e mezzo.

 

 Introduzione 

L'area geografica interessata dalla presente ricerca storica comprende tutta la Lombardia, ad eccezione dell'Oltrepo Pavese, le province piemontesi di Vercelli e Novara ed il Canton Ticino e verrà, per semplicità di trattazione, denominata Padania centrale.
Il lavoro ha lo scopo di portare a conoscenza dei naturalisti una consistente mole di dati storici sulla presenza del Lupo (Canis lupus L.) nella Padania centrale (dal XV al XIX secolo) e sulla sua interazione con l'uomo. Infatti, nonostante i numerosi studi sul Lupo apparsi negli ultimi decenni in Italia, non si è registrato un corrispondente interesse per le fonti storiche, che, al contrario, conservano vaste e precise documentazioni sui grossi carnivori. Esse, purtroppo, salvo rare eccezioni, non sono state utilizzate dai naturalisti e, di conseguenza, vengono ignorate o quasi nella letteratura zoologica. Queste fonti, di natura amministrativa o sanitarie, sono invece molto importanti, in assenza di altra documentazione, per poter gettare luce sulla presenza di certi animali, quali il Lupo, la cui esistenza creava spesso problemi alle attività umane. Queste fonti, opportunamente lette con una rigorosa critica storica e testuale, possono diventare veramente preziose anche per ricostruire tutto un ambiente di vita, i rapporti dell'uomo con la Natura nei vari secoli ed i lineamenti approssimativi di distribuzione nel territorio di grandi selvatici.
L'aspetto di gran lunga più rilevante, che emerge da questa ricerca e che obbliga gli zoologi a riflettere per interpretare correttamente il fenomeno, è la documentazione dei casi di antropofagia del lupo. Studi analoghi sono stati, peraltro, pubblicati, ad esempio, in Friuli, in Francia ed in Spagna, per cui queste ricerche possono ben dirsi confortate dalla verifica con situazioni analoghe emerse in indagini storiche per altre parti d'Europa. 

 

Materiali e metodi 

La ricerca è stata condotta in due direzioni: consultazione delle fonti d'archivio e spoglio bibliografico.
Le fonti d'archivio sono quasi esclusivamente civili (archivi di Stato ed archivi civici); meno utilizzate sono state invece le fonti ecclesiastiche, in quanto gli archivi parrocchiali, sull'area considerata, sono migliaia e quindi richiederebbero un lavoro di consultazione allo stato non programmabile. Non abbiamo utilizzato le fonti mediate. Relativamente alle fonti bibliografiche si è effettuato lo spoglio di opere di carattere storico, utilizzando soltanto quelle impostate con metodo scientifico, cioè con la puntuale indicazione della fonte archivistica, ed in misura modesta si è utilizzata la bibliografia naturalistica.
Per ogni riferimento archivistico o bibliografico si è compilata una scheda, in cui compaiono la data del documento, un suo breve compendio e la collocazione d'archivio. Allo stato le schede sono diverse centinaia, la massima parte pubblicate (Comincini 1991).
Come si è detto, la quasi totalità della documentazione è conservata negli archivi di Stato e riguarda soprattutto i secoli a noi più vicini, anche se inizia dal Quattrocento. Gli archivi di Stato consultati sono: Bergamo, Brescia, Corno, Milano, Mantova, Novara, Pavia, Sondrio, Vercelli, Varano; a questi vanno aggiunti quello cantonale di Bellinzona (Svizzera) e quelli civici di Milano, Pavia e Vigevano. La documentazione utilizzata fu creata dalle autorità pubbliche delle varie epoche e delle diverse zone, durante diverse dominazioni. I casi di antropofagia, ad esempio, venivano segnalati dall'autorità locale (sindaco, intendente della gendarmeria, magistrato, podestà, sottoprefetto, cancelliere censuario, ecc.) a quella centrale (commissario di sanità, prefetto, direttore di polizia, capo di gabinetto governativo, ecc.). Tra queste autorità intercorreva una nutrita corrispondenza, nella quale si descriveva l'evento, lo si documentava con le diverse testimonianze raccolte e si dettavano i provvedimenti necessari per evitare casi analoghi.
Oltre alla documentazione riguardante singoli episodi di interazioni fra lupo ed uomo, si rinviene con notevole frequenza anche la documentazione attestante il pericolo continuo derivante da quei contatti ed i provvedimenti adottati a difesa dell'uomo. A titolo esemplificativo riproduciamo (figura 1) una circolare del settembre 1812 diramata dal Prefetto di Novara. Le diverse autorità che producevano simile documentazione, in diverse epoche e località della Padania, sono le medesime che ci hanno lasciato anche le fonti utilizzate dalla storiografia per qualsiasi altro aspetto del passato. Non c'è alcuna ragione per dubitare della loro attendibilità, anche perché non è quasi mai una sola autorità pubblica a lasciare traccia del singolo evento (aggressione all'uomo o abbattimento del lupo): sono continui i riscontri tra le carte di diversi uffici pubblici per uno stesso episodio.

Fig. 1 - Circolare amministrativa con disposizioni a difesa dal lupo
(Archivio di Stato di Novara - Prefettura Dipartimentale dell'Agogna)


Le fonti d'archivio però, come è noto, sono discontinue: purtroppo non ci è pervenuta tutta la documentazione pubblica prodotta nei secoli.
Quella in particolare riguardante il lupo si creava solo quando l'animale veniva a contatto con l'uomo e ciò accadeva nel mondo rurale, che, peraltro, era un mondo senza scrittura. Solo in certe epoche, come in quella napoleonica, ad alcune determinate autorità pubbliche venne assegnata la competenza in materia, con una rigorosa disciplina (modalità di erogazione dei premi per gli abbattimenti, normativa per proteggere le popolazioni rurali con scavo di fosse lupaie, cacce generali, vigilanza ai pascoli, ecc.). Capita sovente quindi che per una determinata area le testimonianze abbondino per un breve arco di tempo, poi scompaiano, e quindi ricompaiano magari dopo decenni o secoli. Una fonte che tuttavia mitiga queste discontinuità è la legislazione (grida, decreti, editti, statuti comunali, ecc.), che avendo una validità lunga, se non addirittura indefinita, conferma l'esistenza, nel lungo periodo, del pericolo rappresentato dal lupo, la cui rilevanza era tale da essere appunto codificato. Con questa normativa talvolta si impongono provvedimenti o comportamenti che riguardano o soltanto l'abbattimento dei lupi o soltanto le vittime umane delle aggressioni di questi.
Solo la nostra odierna mentalità analitica tende a separare i due aspetti, che nel passato costituivano due diverse prospettive di un'unica realtà: si premiava l'abbattimento del lupo, anche perché questo rappresentava un pericolo per l'uomo.
Le fonti ecclesiastiche si riducono soprattutto alle annotazioni nei registri parrocchiali dei defunti. Eccone un esempio, ricavato dai registri della Parrocchia di Villacortese alla data del 6 maggio 1654: "Pietro Maria figlio di Giovanni Scazzoso detto Farré di età d'anni nove e mezzo, ucciso dal lupo nel ritornare dal pascolo con li bovi adì 17 la sera, fu seppellito il seguente giorno".
Riteniamo che queste annotazioni siano attendibili per le seguenti ragioni: sono poste su un registro pubblico, tra centinaia di altre riguardanti altre cause di decesso; si rinvengono anche in epoche successive perla stessa località, per opera di parroci diversi; si hanno altri casi documentati, quando non gli stessi, per la stessa località e per altre epoche anche negli archivi delle pubbliche autorità (nel 1801 a Villacortese un ussaro cisalpino tenta di abbattere un lupo che ha appena assalito, uccidendolo, un bimbo di otto anni al pascolo). La ricerca negli archivi parrocchiali, che è solo agli inizi, ha evidenziato che simili annotazioni si rinvengono un po' dovunque nella Padania ed in epoche diverse. Infine non va trascurata la coerenza interna di queste annotazioni, dove si riscontrano costantemente le circostanze e le modalità usuali dell'antropofagia del lupo: aggressioni a bambini in certe stagioni, in certe ore della giornata, in aree marginali, ecc.
Non si può escludere che qualche caso di decesso di fanciulli, attribuito al lupo, possa nascondere un infanticidio: ma indirettamente ciò darebbe la conferma che il fenomeno dell'antropofagia del lupo in quell'area era diffuso al punto da rendere credibile quella messinscena. Se una comunità rurale accettava quella falsa versione e le autorità, sia civili che ecclesiastiche, l'avallavano, significa che a fronte di una vittima falsamente attribuita al lupo, ve ne erano allora parecchie reali. Se davvero ci fosse stato infanticidio, solo accreditando una causa di decesso consueta per i tempi e per i luoghi ci si poteva garantire l'impunità. Comunque, ai fini delle elaborazioni che seguono, i dati di provenienza ecclesiastica sono decisamente pochi: solo alcune decine, anche se riteniamo che le indagini future dovranno indirizzarsi verso queste fonti locali perché, ne veniamo convinti dai risultati finora conseguiti, esse possono consentire significative integrazioni, in ordine di tempo e spazio, rispetto alle fonti delle autorità civili. 

 

Risultati 

Interazione tra uomo e lupo dal XV al XIX secolo
Ai fini della ricerca abbiamo focalizzato la nostra attenzione essenzialmente su due fenomeni: gli abbattimenti di lupi e le aggressioni alle persone. Gli abbattimenti di lupo (circa 600), risultano distribuiti su tutto l'arco dell'anno con un picco nel trimestre aprile-giugno (oltre il 45% dei dati). Il numero totale di lupi uccisi risulta fortemente influenzato da quello dei cuccioli che, in quel periodo, venivano catturati.

Tav. 1 - Aggressioni rilevate per secolo


I casi documentati di aggressioni ad esseri umani sono 440. La tavola 1 evidenzia la distribuzione di tali eventi rilevati per secolo. Per soli 202, dei 440 casi sopra citati, è stato possibile rilevare sia l'età sia il sesso delle vittime. Questo campione è stato confrontato (tavola 2) coi dati emersi da una ricerca analoga svolta dalla Couturier (1984) nel Dipartimento francese del l' Eure et Loir per il periodo 1580-1789.

Tav. 2 - Vittime delle aggressioni per età e per sesso

Per 119 casi di aggressione, sui 440 totali, è stato possibile identificare il luogo dove essi si erano verificati, distinguendo tra "pascolo" ed "abitato" in senso lato, inteso anche come "in prossimità delle abitazioni". Nella prima tipologia indicata si evidenzia una prevalenza di aggressioni nei confronti di bambini: 57 casi contro i 9 registrati per gli adulti. Negli abitati, o in loro prossimità, prevalgono invece le interazioni con adulti: 38 casi contro i 15 ai danni di bambini.
Una possibile spiegazione potrebbe essere desunta dalla diversa collocazione nell'ambito sociale dei fanciulli: questi, impiegati in attività marginali, spesso come pastorelli, si trovavano frequentemente soli con gli animali al pascolo, divenendo così facili prede del lupo. La prevalenza di interazioni con adulti in prossimità di abitati è da riferirsi principalmente a lupi rabidi, che avvicinandosi agli insediamenti umani venivano fronteggiati da adulti.
E stato inoltre possibile rilevare la quota altimetrica dei capoluoghi dei Comuni dove si sono verificati gli attacchi (tabella 1).

Tab. 1 - Quota altimetrica dei Comuni dove sono stati rilevati attacchi di lupi

Dalla tabella risulta evidente come le aggressioni fossero più frequenti nelle zone di modesta altitudine: ciò è da imputare probabilmente alle maggiori probabilità di interazione che queste aree fornivano per la maggior antropizzazione degli ambienti di pianura e di fondovalle.
Non bisogna comunque trascurare che le quote non sono riferite al luogo in cui si è verificata l'aggressione, ma al capoluogo del Comune nel quale l'episodio é avvenuto; evidentemente, soprattutto nelle aree montane, ne consegue una sottostima della quota.
La tavola 3 illustra la distribuzione mensile delle aggressioni ed evidenzia un picco nel periodo giugno-luglio nel quale si concentra il 45% delle aggressioni, su un totale di 377 eventi per i quali è stato possibile rilevare il mese di accadimento. Questo picco stagionale è da imputare probabilmente a due cause concomitanti: la nascita dei cuccioli, e quindi una necessità maggiore di alimenti proteici, e contemporaneamente l'arrivo nelle zone di pascolo del bestiame che rappresenta una fonte di cibo facilmente accessibile e largamente disponibile.

Tav. 3 - Aggressioni rilevate per mese

La tavola 4 riassume l'andamento mensile delle catture di 117 cuccioli (sui 159 rilevate tra il 1801 ed il 1852). Il 38 % dei casi per i quali è noto il mese di cattura è concentrato in giugno e la totalità dei casi è comunque compresa nel periodo aprile-agosto. A fronte di un continuo registrarsi di uccisioni di lupo durante tutto l'arco dell'anno, e quindi di un monitoraggio costante del territorio, non si rilevano mai casi di catture di cuccioli in periodi diversi da quello precedentemente indicato. Ciò induce a pensare che i cuccioli siano effettivamente di lupo e non di cani vaganti o inselvatichiti: questi ultimi infatti, a differenza del lupo, presentano due periodi di riproduzione all'anno.

Tav. 4 - Catture di cuccioli per mese

Si sono anche potute individuare due ben differenziate tipologie di aggressione all'uomo da parte del lupo:

A) quando le aggressioni hanno motivazioni alimentari:
o si verificano in un ambito territoriale abbastanza vasto;
o sono distribuite omogeneamente in un lasso temporale anche di molti mesi;
o avvengono principalmente ai danni di fanciulli;
o possono parteciparvi più lupi;
o se l'aggressione non viene interrotta, la vittima viene portata altrove e quindi sbranata;
o se l'aggressione viene interrotta nella vittima ferita non insorge l'idrofobia.

B) quando le aggressioni sono compiute da individui affetti da rabbia:
o le aggressioni sono molto numerose, concentrate in un territorio limitato, con un comportamento che potremmo "mordi e fuggi”, e in un breve lasso di tempo;
o vengono aggrediti indistintamente uomini adulti, donne e fanciulli;
o immancabilmente compiute da un individuo isolato;
o l'attacco non si conclude mai con il trasporto della vittima altrove ed il successivo sbranamento. Nelle vittime viene diagnosticata l'idrofobia e successivamente se ne registra la morte.

In ambedue i casi la vicenda si conclude generalmente con l'abbattimento del lupo: nel primo caso scompaiono per un certo tempo le aggressioni, mentre nel secondo viene accertata la malattia.

 

 Il lupo nella Padania centrale nell’Ottocento

 Al fine di un'analisi più dettagliata dei fenomeni sopra menzionati abbiamo ristretto il campo di studio ai soli dati della prima metà dell'Ottocento, desunti esclusivamente da docu­menti delle amministrazioni pubbliche, per i seguenti motivi:

  • sono i dati più recenti, più numerosi ed omogenei;

  • sono dati ufficiali di differenti entità statali: la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Elvetica alle quali succedono poi il Regno di Sardegna, il Regno Lombardo-Veneto ed il Canton Ticino;

  • sono redatti da differenti attori con diversi interessi e diverse competenze: generalmente sul medesimo fatto sono ancora conservati la denuncia del cacciatore, l'atto notorio delle autorità comunali, il verbale del Veterinario provinciale e le conclusioni delle Autorità di polizia e/o delle Autorità sanitarie, sia distrettuali che provinciali;

  • sono dati che coprono l'intera casistica di interrelazioni uomo-lupo, antropofagia compresa, già rilevate nei secoli precedenti.

La prima considerazione desumibile dalla documentazione consultata è che il lupo era una specie comune in tutta l'area di studio nei primi decenni del secolo scorso. Basandoci sui soli dati delle amministrazioni pubbliche, relativi alle procedure di pagamento dei premi per gli abbattimenti, abbiamo compilato la seguente tabella nella quale sono riportati, divisi sulla base delle attuali Province italiane e del Canton Ticino, il numero dei lupi per i quali si è rinvenuta la documentazione dell'abbattimento. La cifra posta tra parentesi indica il "di cui" di cuccioli rilevati, in quanto per essi veniva corrisposto un premio di importo inferiore. L'ultimo abbattimento accertato, in queste fonti, è del 1857 ed è relativo a Biella.
E evidente come i dati riportati nella tabella 2 risultino sottostimati a causa dell'irreperibilità dei documenti d'archivio per taluni periodi e per talune province.
Se alle catture, di cui alla tabella 2, si aggiungono quelle rilevate da fonti diverse (tabella 3) che, per ragioni di date e di luoghi, non sono identificabili con quelle già conteggiate si giunge ad un totale di 358 lupi uccisi in 60 anni in un territorio di circa 22.000 km2 tenuto conto delle vaste zone (Sondrio, Brescia, Cremona e Mantova) dove non è stato possibile rinvenire documenti d'archivio del periodo in questione.
Vale la pena ricordare che, nonostante la mancanza di documenti sugli abbattimenti, il lupo risultava comunque presente anche nelle seguenti province:
o  Cremona: l'ultimo abbattimento rilevabile da documenti amministrativi è del 1766; tuttavia sono ancora conservate richieste di autorizzazione alla caccia ai lupi fino al 1807;
o   Sondrio: i soli documenti rintracciati, l'ultimo è del 1821, si riferiscono a zone limitrofe alla provincia di Como e sono conservati in quell'Archivio di Stato. La totale mancanza di documenti per il resto di questa provincia non significa che il lupo non fosse presente nel periodo 1801-1860; varie fonti citano alcune catture di lupi fino agli ultimi anni dell'800 (1895, San Cassiano Valchiavenna);
o   Brescia: i documenti rinvenuti coprono solo la Val Camonica, che all'epoca faceva parte della provincia di Bergamo. Fonti storiche attestano catture nel territorio dell'allora provincia di Brescia, dove comunque il lupo risultava come genericamente presente nella prima metà dell'800 e venne ucciso anche alla fine del secolo (1897, Monte Guglielmo).
 

Tab. 2 - Catture per le quali è conservata la documentazione amministrativa relativa al pagamento della taglia (*escluso l'Oltrepo)

Tab. 3 - Catture rilevate da altre fonti

Soltanto per la provincia di Mantova e per quella, austriaca, di Lodi, non abbiamo rilevato alcuna documentazione che possa evidenziare la presenza del Lupo nel secolo scorso.
Sulla base dei dati raccolti riteniamo che il Lupo fosse sicuramente stanziale in tutte le zone alpine e prealpine del territorio considerato nonché in alcune zone di pianura dove abbiamo avuto modo di rilevare la presenza di cucciolate. In particolare il Lupo si riproduceva fino al 1814 nella Valle del Ticino (Cerano), fino al 1820 nella Brughiera lombarda (Abbiate Guazzone) e fino al 1852 nel Vercellese (Cavaglià).
Dalla distribuzione delle catture riteniamo molto probabile che le popolazioni di pianura fossero incrementate anche da individui che scendevano dalle regioni montane lungo i boschi dei fiumi: in particolare del Sesia, del Ticino, del Serio e dell'Oglio.

       Comuni dove è stato rilevato l'abbattimento di lupi nel periodo 1801-1850 (▲fonti civili  ■ altre fonti)
       ║║║║ Aree nelle quali è stata rilevata l'antropofagia nel periodo 1801-1825

L'attendibilità dei dati amministrativi riportati nella tabella 2 è suffragata dalla rigida procedura di accertamento per la corresponsione delle taglie: era sempre obbligatorio presentare l'animale ucciso all'autorità competente, che doveva redigere un accurato verbale con la descrizione dell'animale presentato (sesso, peso, misure, colore, età stimata, ecc.) e l'accertamento sintomatico della eventuale affezione rabida. Al lupo veniva poi amputata una zampa e/o sigillate con ceralacca le orecchie per evitare che le spoglie potessero essere ripresentate altrove. Si è rilevato un solo caso di fraudolento tentativo di ripresentazione che venne punito con l'arresto (1834, Vercelli). Sovente, dopo la conclusione dell'iter per il conseguimento del premio, le spoglie venivano esposte nelle piazze e l'intera popolazione, non solo quella rurale, aveva quindi modo di conoscere la morfologia della specie.
La serietà delle procedure e delle diverse autorità preposte, oltre all'indubbia conoscenza della morfologia del lupo conseguente alla frequenza con la quale venivano presentati esemplari per l'ottenimento del premio, ci induce a ritenere non significativi, se non del tutto assenti, i casi di confusione di cani con lupi; tra l'altro non ci risulta che all'epoca fossero diffusi nella Padania cani di aspetto lupoide. Per scrupolo si sono comunque studiate la realtà e la legislazione riguardanti il randagismo dei cani nelle stesse zone e per le stesse epoche in cui si erano rilevate la presenza del Lupo e l'antropofagia di questo: lupo e cane randagio risultano due realtà distintamente percepite e nei confronti delle quali si reagiva in modo differente perché diverse erano le manifestazioni nei confronti dell'uomo. Una ulteriore riprova della non ipotizzabile confusione tra cani randagi e lupi è suffragata dalla rigida stagionalità della cattura di cuccioli sulla quale ci siamo soffermati in precedenza.
Riteniamo, infine, che la presenza di cani randagi fosse alquanto improbabile con una così numerosa popolazione di lupi. Molti documenti amministrativi indirettamente convalidano questa ipotesi segnalando vari casi di cani predati dai lupi (1809 Mezzoldo, 1810 Clusone e Vigevano, 1812 Fontaneto Agogna, Tornaco e Gambolò, 1813 Saviore, Fara Novarese e Robbio). Riteniamo quindi improbabile che cani che non potessero avvalersi della protezione umana, come i randagi, potessero avere maggiori possibilità di sopravvivenza rispetto ai cani da pastore o da fienile.

 

Gli attacchi all’uomo nell’Ottocento 

Le tabelle 4 e 5 riassumono, per province, il numero di comuni interessati da aggressioni di lupi ad esseri umani, evidenziando l'entità dei decessi causati. Nel caso i documenti amministrativi citino genericamente "alcuni", abbiamo riportato il numero minimo di 2 decessi.
Nella compilazione delle seguenti tabelle sono state tralasciate tutte le segnalazioni gene­riche di aggressioni di lupi, menzionate in documenti, concernenti l'organizzazione di cacce o il divieto di inviare i fanciulli nelle zone di pascolo col bestiame.
La documentazione specifica sulle aggressioni ad esseri umani risulta numerosa nel primo decennio dell'800 per poi diminuire fino a scomparire del tutto dopo il giugno 1825 quando a Gattinara viene "dilaniato e divorato" un fanciullo di 10 anni. Questa risulta essere l'ultima vittima del lupo nella Padania da noi accertata sulla base di documenti civili.

Tab. 4 - Aggressioni rilevate da documenti amministrativi

Tab. 5 - Aggressioni rilevate da altre fonti

Analizzando gli attacchi di lupi ad esseri umani, rilevati nella Padania tra il 1801 ed il 1825, si constatano pochi casi di decessi conseguenti ad idrofobia accertata (1810, Darfo) o presumibile (1802, Sambughetto e 1813, Caltignana). Incentrando invece la nostra attenzione sull’altra tipologia di attacco, quella a fini alimentari, rileviamo che il lupo attaccava normalmente la vittima al collo o alla testa per trascinarla altrove. Se l'attacco non veniva ostacolato da estranei, il lupo "portava via" la preda, spesso ancora viva. In questi casi l'intervento di un esterno poteva ancora salvare la vittima che veniva abbandonata e non sempre risultava ferita gravemente (1812, Buronzo). In altri casi invece l'attacco del lupo causava ferite tali da provocare la morte della vittima anche se l'intervento di estranei ne impediva il "rapimento" (1813, Lenta).
Le aggressioni mortali, e quelle che si concludono per l'intervento di un uomo o di una bovina (1816, Gessate) che contrastano la predazione, avvengono immancabilmente nelle località di pascolo nel periodo compreso tra la fine di maggio e la fine di settembre.
Tornando ai 67 decessi rilevati, è interessante notare che in almeno 58 casi (non sempre infatti sono evincibili dati precisi dal documento) la vittima risulta essere un "fanciullo" o un "giovinetto". Relativamente al sesso è stato possibile accertare che, di questi, i maschi uccisi sono 33 e le femmine 13. Per 26 casi inoltre è stato possibile rilevare l'età:

          tra 3 e 5 anni                2 maschi
          tra 6 e 10 anni              0 maschi e 2 femmine
          tra 11 e 15 anni            6 maschi e 6 femmine

Dei citati 58 casi di fanciulli uccisi dai lupi nel quarto di secolo analizzato circa la metà risultano, dalla documentazione esaminata, "sbranati" o "divorati". Abbiamo inoltre rilevato coma "sbranati" anche un uomo adulto (1812, Masserano) e due giovani rispettivamente di 17 e 18 anni (1807, Morengo e 1815, Balocco).
Nei casi in cui i resti della vittima "rapita" vengono rintracciati in breve tempo, la visita giudiziale del medico constata che sono stati divorati solo í visceri (1801, Cagno e Villacortese, 1812, Brusnengo); in casi limite non vengono recuperati che il cranio e gli arti della vittima (l812, Arluno e Masserano, 1815, Arborio). 

 

Discussione: ipotesi sull’insorgenza del comportamento antropofagico del lupo

Alla luce dei molti casi di antropofagia del Lupo rilevati nella Padania abbiamo approfondito l'analisi cercando una spiegazione a questo comportamento estraneo al normale schema predatorio della specie.
Abbiamo escluso che l'antropofagia possa ingenerarsi sull'esperienza alimentare del divorare cadaveri in quanto questo evento appare alquanto raro nella documentazione consultata e non risulta mai documentato per il XIX secolo. Questa nostra convinzione è avvalorata dal fatto che non è rilevabile alcuna correlazione spazio-temporale dell'insorgere dell'antropofagia neppure dopo battaglie particolarmente sanguinose.
Abbiamo quindi analizzato il fenomeno sulla base di varie fonti che lo testimoniano come ben noto in gran parte d'Europa almeno fino ai primi decenni del!' 800. Nella realtà indiana, dove la pericolosità del lupo giustificava, ancora nel 1915, una taglia sull'abbattimento doppia rispetto a quella per l'uccisione della tigre, il fenomeno è documentato per il periodo dal 1824 al 1981.
I dati indiani più recenti sono relativi all'Andhra Pradesh, nell'India meridionale, dove, tra l'ottobre 1980 ed il marzo 1981, un gruppo di lupi, composto da un maschio adulto, due femmine adulte, due subadulti e tre cuccioli, ha aggredito 21 bambini, uccidendone 9 di età compresa tra gli 8 ed i 12 anni. Sempre in India, ma questa volta nel nord, tra il febbraio e l'agosto del 1981 nel Bihar un gruppo di 5 o 6 lupi ha aggredito 26 fanciulli, uccidendone 13 di età compresa tra i 4 ed i 10 anni. In ambedue le situazioni non si sono mai verificati attacchi a bambini accompagnati da adulti e si è rilevato che i bambini predati venivano abbandonati nel caso di intervento degli adulti (Shahi, 1982).
Dall'analisi comparata delle realtà europee ed indiane abbiamo rilevato alcune costanti comuni: l'aggressione avviene nella quasi totalità dei casi in ambienti marginali e, a dispetto delle aspettative, gli attacchi in zone scarsamente antropizzate sono molto rari; la predazione è rivolta generalmente su fanciulli.
Abbiamo quindi cercato di individuare che cosa accomunasse la realtà padana ed europea dei secoli passati e quella recente dell'India. In effetti, al di là del lasso temporale e geografico che le divide, queste due realtà hanno in comune: l'incremento delle popolazioni rurali, l'arretratezza dell'economia rurale ed una elevata antropizzazione delle aree marginali. La combinazione di questi elementi si estrinseca nel sovrappascolo del bestiame domestico in territori marginali con una conseguente progressiva alterazione dell'ambiente naturale. La competizione sui pascoli ed alle abbeverate, le epizoozie diffuse dal bestiame domestico, la distruzione dell'habitat e la caccia determinano la scomparsa degli animali selvatici. La carenza di prede naturali induce il lupo alla predazione del loro "surrogato" domestico.
La situazione indiana denota una strettissima correlazione, sia geografica che numerica, tra le popolazioni di lupi e quelle ovi-caprine e, sulla base di 130 analisi fecali di lupi del Bihar, il 73.1% dei campioni evidenzia la predazione di ungulati domestici (30% capre e 43.1% maiali).
La scomparsa dei grossi erbivori selvatici, probabilmente, influisce anche sulla struttura sociale dei branchi. Il branco diventa una struttura antieconomica se non ci sono grosse prede da cacciare e la biomassa dei predati non è sufficiente al suo sostentamento. La struttura sociale potrebbe quindi evolversi verso gruppi familiari, ma in situazioni particolarmente critiche non è da escludere che il Lupo possa anche acquisire comportamenti solitari. L'organizzazione in famiglie e/o individui singoli risulta più economica nella caccia e nell'utilizzo delle prede di taglia ridotta ed inoltre garantisce una maggiore sicurezza in territori aperti e con elevata presenza umana.
Nella situazione economico-sociale-ambientale prospettata, i fanciulli sono impiegati in attività marginali quali il pascolo del bestiame e la raccolta di prodotti naturali: attività che li espongono all’incontro con il lupo. L'essere umano è fuori dal normale schema predatorio della specie: si rileva infatti che la predazione è generalmente indirizzata solo agli ungulati domestici, ma una aggressione al bestiame può incidentalmente concludersi con un attacco all’uomo. Qualora la vittima casuale dell'attacco sia un fanciullo, il predatore ne riporta una esperienza gratificante che può ingenerare, un comportamento predatorio nei confronti dei bambini. La preda-fanciullo è inoltre idonea ad essere trascinata altrove ed è sufficiente ai bisogni alimentari di un piccolo gruppo familiare. Il lupo divenuto antropofago, se non viene rapidamente eliminato, può facilmente trasmettere culturalmente questo comportamento predatorio agli altri componenti del gruppo. È stato verificato che tutti i membri adulti del gruppo di lupi dell'Andhra Pradesh, responsabile delle aggressioni ai fanciulli, erano antropofagi. Il radicarsi del comportamento antropofagico può, all'interno di un gruppo, evolversi con l'elaborazione di particolari tattiche di predazione nei confronti dei fanciulli.
L'antropofagia nel lupo è un comportamento acquisito per esperienza individuale o per apprendimento sociale, comunque fuori dalla norma. L'accidentalità del comportamento antropofagico, escludendo quello derivato da apprendimento, è convalidata anche dalla sua distribuzione spaziale e temporale del tutto casuale.
Sulla base delle situazioni comparate, quando il Lupo risulta presente con popolazioni numerose, con ampi territori disponibili ad alta concentrazione ovi-caprina, anche nel caso in cui le prede selvatiche siano particolarmente scarse, difficilmente si verificano aggressioni ai danni di persone. In zone con caratteristiche opposte non si può escludere che insorga questo comportamento atipico.
In conclusione riteniamo che il Lupo possa acquisire comportamenti antropofagi quando contemporaneamente si verificano i seguenti problemi:

  • alimentare (carenza dì prede sia selvatiche che domestiche)

  • territoriale (scarsa disponibilità di territori utilizzabili)

  • demografico (contrazione negli effettivi della popolazione)

  • sociale (sgretolamento della struttura sociale dei branchi)

Riteniamo comunque che la concomitanza di dette cause si verifichi più facilmente quando l'ambiente del Lupo è in fase di contrazione e quello antropico in espansione. Non ci sembra ipotizzabile una concomitanza di queste cause nel caso inverso di un ampliamento dell'areale del Lupo a scapito di territori dove la pressione umana è in diminuzione. In questa situazione, riteniamo improbabile l'insorgere di comportamenti anomali nello schema predatorio della specie. 

Tav. 6 - Ipotesi sull'insorgenza del comportamento antropofagico del lupo

 

Conclusioni 

Come abbiamo già fatto rilevare nell'ultimo capitolo, in Italia nei secoli passati la situazione ecologica, da un lato, e quella socio-economica umana, dall'altro, erano radicalmente differenti rispetto alle attuali, con una interazione uomo-natura assolutamente diversa rispetto ad oggi. Questo cambiamento si è verificato in primo luogo a seguito delle trasformazioni del territorio e del diverso rapporto delle popolazioni umane con esso, per non citare, ovviamente, la odierna ridottissima presenza del Lupo, in territori molto limitati rispetto ad un tempo. Ma quello che più conta è la diversa economia di interazione tra l’uomo ed il Lupo che può porsi in essere oggi, in un contesto di gestione dei territorio e delle sue risorse, che vede l'efficiente e progressivo controllo da parte nostra di ogni realtà emergente che in qualche modo possa riguardarci.
In questa prospettiva, nel mentre da diversi anni nel nostro Paese è stata avviata, con grande sforzo, una campagna per lo studio, la protezione e la corretta riscoperta dell'immagine del Lupo, sarebbe veramente ingiustificato ed anacronistico voler trasporre modelli della realtà del passato a possibili scenari attuali, ipotizzando situazioni di pericolo, obiettivamente inesistenti. Non esiste alcuna evidenza di aggressioni del lupo all'uomo nei nostri tempi per l'Appennino, ove la specie sta reinsediandosi nei territori ad essa più idonei.
E evidente che bisogna impostare il complesso problema in termini di valutazione ambientale e di corretta gestione del territorio e delle sue risorse. Il ritorno del Lupo, come d'altronde avviene da anni, può attuarsi in aree idonee, con adeguati indici di naturalità e debito reintegro ecosistemico, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità di ungulati, sue prede naturali. In questo contesto, in aree adeguatamente estese, sottoposte ad indispensabile gestione e monitoraggio scientifico, sarà certamente possibile conservare una realtà preziosa, quale la presenza del lupo, con garanzia per la salvaguardia dell'uomo, che in ogni caso avrà sempre modo di tener sotto controllo il selvatico, qualora venissero ad insorgere turbative nell’equilibrio del suo insediamento. 

 

Summary 

An historical research was carried out about the presente of the Wolf (Canis lupus L.) and its interactions with man in the Central Po Valley (districts of Bergamo, Brescia, Como, Mantova, Milano, Novara, Pavia, Sondrio, Varese and Vercelli, Northern Italy) and in the Ticino Canton, Switzerland, from 15th to 19th century. The work, supported by documentary evidences collected in the Record Office, concerns documented killings of wolves (about 600 cases) and aggressions against man (440 cases). Past legislation concerning the wolf was also surveyed in order to achieve more information about the historical background. Data are critically analysed to evaluate the relationship between the wolf and the ancient italian agricoltural society with particular regard to anthropophagy and the circumstances of wolf’s attacks (victims are mainly children aged 12 or younger). Hypotheses are proposed to explain the possible causes of man-eating behaviour in relation to that particular environmental and socio-economic situation.

 

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Per la ulteriore bibliografia storica si rimanda a Comincini (1991).