Questo articolo è stato pubblicato nel Supplemento n. 1 di "Piemonte Parchi", n. 79 del 1998, ed è on line all'indirizzo: 

http://www.regione.piemonte.it/parchi/riv_archivio/speciali/s17998/art5.htm

 Si ringraziano l'Autore e l'Editore


 Dall’alto Medioevo in avanti l’habitat del lupo, le grandi foreste, i grandi spazi disabitati e i numerosi animali selvatici che costituivano le sue prede, incominciano a scomparire definitivamente. E il lupo, in mancanza d’altro, incomincia ad assalire anche l’uomo.
Questa nuova realtà porta l’uomo a cambiare radicalmente il suo immaginario, la sua percezione, la sua valutazione culturale dell’ambiente e delle sue risorse. In questa nuova ottica, tutti gli animali non addomesticati incominciano a suscitare diffidenza, paura o odio, e il lupo, anche a causa della sua effettiva pericolosità, ne fa le spese più di tutti.
L’età moderna eredita e acutizza tutte le concezioni negative che si definiscono nell’epoca storica precedente e le mantiene intatte pressoché ininterrottamente, fino al nostro secolo.
Un ecclesiastico del ’600 osservava che «certi animali sono talmente dannosi per il genere umano, che è interesse di tutta l’umanità liberarsi di una simile molestia sbarazzandosene e uccidendoli il più rapidamente possibile, con ogni mezzo legale». Questa concezione non cambia col passare dei secoli, infatti nel 1881 un naturalista francese, Paul Garnier, scriveva che «dato che il lupo è un animale nocivo più di tutti, tutti i metodi per distruggerlo possono e devono essere legittimamente impiegati contro di lui». E ancora nel 1963, alle soglie di un radicale cambiamento culturale della visione del rapporto uomo-natura, lo zoologo Alessandro Ghigi così scriveva riguardo al lupo appenninico: «...credo di non esagerare affermando che in un paese civile con densità altissima e con grande allevamento di bestiame, i lupi dovrebbero essere se non scomparsi, estremamente ridotti di numero perché la loro presenza è indizio di uno stato arretrato di economia agraria e civiltà...».
Nel corso dei secoli i lupi vengono sempre considerati un ostacolo all’estensione delle colture, all’allevamento del bestiame, all’incremento della selvaggina da caccia e sono oltretutto gli unici, tra tutti gli animali selvatici europei, a poter costituire effettivamente un pericolo anche per l’incolumità dell’uomo.
Oggetto di caccia spietata sono la lince e l’orso, ma è soprattutto contro il lupo che l’uomo si organizza in maniera quasi scientifica per sterminarlo. In Francia viene istituito uno speciale e rinomato corpo di funzionari, chiamati sergeants de la louveterie, preposti esclusivamente a ridurre il numero dei lupi. Voluta da Filippo il Bello nel 1308, questa istituzione viene potenziata nel 1404 da Carlo VI e poi, nel 1520, Francesco I crea la carica del Grand louvetier de France, che perdura fino alla Rivoluzione. Abolita temporaneamente in quegli anni, la Louveterie viene ripristinata da Napoleone che la affida al Gran Cacciatore di corte dell’epoca.
Nella sola Francia, dalla creazione di questa particolare istituzione in poi, si calcola che siano stati abbattuti in media tra i 5.000 e i 6.000 lupi all’anno, con una rispettiva riscossione di premi e di taglie, che causano spesso un non indifferente gravame per il bilancio dello Stato. eppure, nonostante queste cifre impressionanti, un naturalista francese del 1855, Paul Gervais, scrive: «Malgrado la caccia di cui sono oggetto, questi animali creano ancora danno alle greggi, e l’uomo stesso non è al sicuro dai suoi attacchi».
In Germania l’uccisione del lupo e degli altri predatori viene lasciata alla libera iniziativa dei sudditi che, naturalmente incentivati dall’autorità, non rimangono certo con le mani in mano: nella sola regione del Wurterberg, tra 1638 e 1663, vengono documentati 1775 abbattimenti di lupi, e in Sassonia, tra 1611 e 1665, ne risultano uccisi 5063.
L’Inghilterra invece all’inizio dell’età moderna conosce già la totale estinzione della specie, fatto questo che è oggetto di non poco compiacimento per le popolazioni locali. Infatti, grazie alla scomparsa del lupo, l’allevamento delle pecore risulta meno faticoso, in quanto non bisogna più sorvegliarle durante la notte e rinchiuderle sempre negli alti stazzi di pietra. Inoltre i pastori inglesi potevano spingere comodamente il gregge dinanzi a loro, a differenza degli italiani o dei francesi, che invece dovevano precederlo e scortarlo attentamente con l’aiuto, oltre che dei normali cani da pastore, anche di mastini o di cani adatti alla caccia al lupo. La «disinfestazione» dell’Inghilterra dai lupi sta così a cuore ai suoi abitanti, che, per mantenerla tale, nel ’700 si incominciano a controllare con i cani tutte le vallate di comunicazione con la Scozia, «regione... gravissimamente infestata da lupi ferocissimi che non soltanto inferiscono con enorme danno sugli armenti, ma anche sugli uomini, atrocemente» (Camdem, Britannia).
Come in Scozia, anche in Irlanda, nonostante la sua insularità, i lupi sopravvivono almeno fino al 1710. Un viaggiatore della fine del ’600, avendo dormito una notte nella contea irlandese di Galway, osserva di essere stato «stranamente sorpreso nel sentire che le vacche e le pecore entravano tutte nella stanza dove era il letto. Domandai la ragione di ciò e mi fu detto che era per proteggerle dai lupi che ogni notte erravano in cerca di preda».
Il retaggio culturale che l’uomo europeo costruisce in base al difficile rapporto con questa specie animale viene esportato anche nelle nuove colonie oltreoceano: è significativo, ad esempio, il fatto che i coloni della Virginia, per convertire gli indiani, offrano loro una vacca ogni otto lupi uccisi. E nel 1703 un ecclesiastico per giustificare moralmente il fatto che gli indiani venissero cacciati con i cani e sterminati, scriveva che «essi si comportano come lupi e come lupi vanno trattati».
Per quanto riguarda il Piemonte, il primo provvedimento che, in età moderna, ha per oggetto il lupo risale al 1560, quando il Senato di Savoia, per volere di Sua Maestà, permette a tutti i sudditi del ducato di poter andare a caccia, senza restrizioni, di lupi,orsi,cinghiali e volpi, per «ovviare ai danni e agli inconvenienti che tali animali possono apportare».
È del giugno 1621 un editto in cui si sottolineano «i gran danni,che continuano à far i lupi a le creature humane» in quasi tutti i territori dei comuni della Provincia di Torino (Rivoli, Avigliana, Givoletto, Al mese, La Cassa, Val della Torre, per citare solo i più importanti). Questi gran danni devono essere stati tali da far scomodare il duca Carlo Emanuele I ad esortare tutta la popolazione affinché «si procedi con ogni diligenza, e vigilanza per distruggerli se sia possibile...». Per agevolare i sudditi a tale scopo si concede loro il permesso «di portare l’arcobuggio» e viene fissato un premio di 20 ducati per ogni lupo abbattuto. Eppure, neanche un anno dopo, il 20 aprile 1622, viene promulgato un altro editto, da cui traspare non poca preoccupazione, in quanto i lupi continuano «a far il solito danno in tutti questi contorni nonostante le particolari diligenze fatte usare in questi mesi addietro». Ai comuni già toccati da questo problema si aggiungono anche Grugliasco, Rivalta, Collegno e Sangano. Le incursioni di questi animali devono essersi spinte in territori che precedentemente non conoscevano la loro presenza. E questa volta il pericolo per gli esseri umani sembra essere più sentito, perché con questo nuovo provvedimento si vieta espressamente «di mandar alla campagna, sì con bestie da pascolar, che sotto qual si voglia altro pretesto figliuoli, ò figliuole, donne ò parenti, ò servitori loro, che non siano d’età, & con armi sufficienti a diffenderli da i Lupi, sottopena della confiscatione de loro beni in caso contrario...».
Si ordina alle autorità locali (previo pagamento di una multa di ben 500 scudi d’oro) di eleggere uno o più uomini armati di fucile o «d’arme d’asta» addetti alla sorveglianza del bestiame, oltre a un numero imprecisato di cacciatori locali esperti che si dedichino esclusivamente alla caccia al lupo. E che il pericolo sia aumentato è poi ulteriormente confermato dall’aumento del premio per l’abbattimento a 25 ducati.
Se questi nuovi provvedimenti speciali sortiscono qualche effetto non lo sappiamo, quel che è certo è che in Piemonte, almeno occasionalmente, i lupi continuano a rappresentare un problema nel corso degli anni, anche in luoghi prospicienti alla città di Torino. Si può ipotizzare che questi animali, sicuramente numerosi nelle vallate alpine e prealpine, diventassero periodicamente meno diffidenti, e in qualche caso addirittura aggressivi nei confronti dell’uomo, soprattutto durante gli inverni particolarmente rigidi. In alcune lettere del 1719 il Gran Cacciatore di corte annuncia al Re la nomina di certi uomini fidati alla carica di guardiacaccia, i quali dovranno «ogni volta che vi caderanno dalle nevi alla Piana, portarsi alla Venaria Reale, o dove saranno chiamati, per inintendere alla caccia de’ Lupi...». Il fatto che in queste nomine si faccia riferimento con tanta dovizia a questo particolare e ricorrente compito dei guardiacaccia, può far supporre che l’attenzione dell’autorità nei confronti del problema non fosse affatto diminuita a distanza di quasi un secolo.
Della gestione legislativa dei lupi durante l’occupazione francese del Piemonte (1796-1814) non si conosce per il momento pressoché nulla, anche se non si può escludere a priori che l’istituto della Louveterie non sia stato importato temporaneamente nell’Italia napoleonica. Invece negli anni appena successivi abbondano i manifesti emanati dalle Regie Intendenze (le prefetture dell’epoca) in cui si stabiliscono premi sostanziosi per l’abbattimento di lupi «svizzeri» o di altri, provenienti dalle montagne del Sanremese, che sembrano essere anomali per dimensione e per voracità e sui quali vengono fissate cospicue taglie: 500 lire per una lupa, 400 lire per un lupo e 200 lire per i cuccioli.
Ma già nel 1819 questo fenomeno eccezionale, che sembra essere stata una vera e propria calamità naturale, appare cessata, infatti una circolare dell’Intendenza di Susa ricorda ai sindaci e alle comunità locali che gli incontri con i terribili lupi «provenienti dalle Alpi svizzere» sono ormai talmente rari da consentire una riduzione dei premi agli uccisori. Le nuove tariffe, riscuotibili per l’abbattimento di lupi «ordinarij», diminuiscono, e di molto: 100 lire per una lupa gravida, 75 per una lupa adulta non gravida, 50 lire per un lupo adulto e 12,50 lire per i cuccioli.
Nonostante la riduzione delle taglie, gli abbattimenti continuano con una certa regolarità, ma i dati disponibili al momento non consentono di uscire dal campo delle ipotesi (come quella in base alla quale alcuni contadini arrotondassero i loro magri proventi agricoli dedicandosi a questo tipo di caccia così remunerativa).
Quel che è certo è che il pagamento delle taglie dovesse gravare non poco sulle finanze del Regno di Savoia, visto che il 7 settembre 1835 Carlo Alberto decreta che l’onere di queste spese debba ricadere interamente sugli erari provinciali interessati. In pratica, dal 1836 in avanti (presumibilmente fino all’estinzione della specie) lo Stato diniega ogni competenza in materia e sono le singole Province (allora ben più numerose di oggi) a doversi sobbarcare tutti i pagamenti ai locali cacciatori, occasionali o semi-professionisti, di lupi.