Comunicazione presentata al  Seminario
“VIVERE LA MORTE NEL SETTECENTO”
organizzato dalla “Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII”
Santa Margherita Ligure 30 settembre - 2 ottobre 2002

 Si ringraziano gli Autori

Aldo Oriani (*) e Mario Comincini (**)
 (*)       Centro Studi Storico-naturalistico della Società Italiana di Scienze Naturali - Milano
(**)     Società Storica Abbiatense - Abbiategrasso (MI)



Nel corso delle ricerche di storia locale nell’area padana il lupo è una presenza quasi costante: episodi di interazione, generalmente cruenti, nei quali ora è l’uomo ora è il lupo a soccombere, richiami nella toponomastica locale e nell’iconografia e ritualità religiosa popolare continuamente lo fanno intravedere. Fu proprio questo continuo affiorare dalle carte d’archivio dell’ombra del lupo che, oltre dieci anni fa, ci spinse a domandarci come i numerosi casi di antropofagia documentati potessero conciliarsi con le teorie “buoniste” di alcuni naturalisti odierni che sostengono l’innocuità del lupo nei riguardi dell’uomo, dando, di fatto, l’avvio ad una ponderosa ricerca che ci ha occupato per vari anni (1).

I dati che ora esporremo, focalizzati sulle morti causate dai lupi nel XVIII secolo, provengono tutti da questo lavoro storico-naturalistico che temporalmente abbraccia i secoli dal XV al XIX e spazialmente copre la Lombardia, il Piemonte orientale e la Svizzera italiana.

 E’ bene sottolineare, fin dall’inizio, che le morti causate dai lupi sono riferibili a due distinte tipologie di eventi quasi sempre rilevabili dalla documentazione.

La prima, di carattere più sistematico, è quella conseguente all’attività predatoria finalizzata all’alimentazione; la seconda, più episodica giacché conseguente ad una patologia, riguarda il lupo idrofobo che, trasmettendo la malattia all’uomo, ne causa la morte.

Queste due tipologie di aggressioni erano distintamente percepite non solo dalle autorità e dai sanitari dell’epoca, ma anche dalle stesse popolazioni rurali. Alla luce di ciò stupisce ancor di più come solo gli attuali naturalisti possano ritenere come incontrollabili nelle loro motivazioni biologiche gli attacchi dei lupi e, nell’ottica di negare l’antropofagia, ricondurli tutti all’idrofobia.

Il quadro comportamentale del lupo e le altre variabili rilevabili dai documenti consentono, con un buon livello di precisione, di attribuire le aggressioni all’una o all’altra fattispecie, ma già la narrazione degli eventi e la loro dinamica temporale a colpo d’occhio fanno rilevare la profonda diversità delle due fattispecie. 

Nel XVIII secolo sono state rilevate complessivamente una novantina di morti, in Lombardia e Piemonte orientale, causate dai lupi o in modo diretto, con aggressione a scopo alimentare, o indiretto per trasmissione dell’idrofobia.

 

 

Morti causate dal lupo in Lombardia e nel Piemonte orientale nel XVIII secolo per trasmissione di
idrofobia (rosso) e per antropofagia (lilla).

 

Morti conseguenti all’antropofagia del lupo nel XVIII secolo.

Nel corso del ’700 prosegue la lunga serie di casi di antropofagia del lupo che nei secoli precedenti avevano insanguinato la Lombardia ed il Piemonte orientale.

Le vittime sono quasi esclusivamente fanciulli addetti alla custodia degli armenti, il teatro della tragedia è generalmente il pascolo, l’evento predatorio non si verifica mai nei pressi di centri abitati, avviene sempre nella bella stagione quando il bestiame è nelle zone di pascolo ed il lupo deve sfamare le cucciolate nate nella primavera.

L’aggressione avviene al collo o alla testa e la preda viene trascina subito verso un luogo dove occultarla; in questa fase l’intervento dei presenti, siano essi adulti o bovini, a contrasto della predazione fa abbandonare la vittima che, se non ha riportato lesioni particolarmente gravi, guarisce senza ovviamente che insorga alcun sintomo di idrofobia.

In genere è del tutto accidentale il primo attacco ad un pastorello “imbrancato” con gli animali domestici nel corso della normale attività predatoria del lupo, ma nel predatore l’esperienza gratificante di una facile preda può radicarsi e diventare sistematica. Il lupo, animale altamente culturale, può trasmettere questa informazione al branco e così, il più delle volte, l’episodio di antropofagia non rimane isolato, ma ne seguono altri in quel territorio, a volte anche per anni, fino a quando i lupi responsabili non vengono eliminati.

Il comportamento antropofagico è sicuramente fuori dallo schema predatorio del lupo, ma può insorgere, nonostante alcuni naturalisti di oggi, al contrario di quelli dell’800 che erano ben consci di questa realtà, tendano a giustificare completamente il lupo imputando tutto ai soli individui malati di rabbia. In proposito è interessante una breve considerazione di etologia datata 23 aprile 1463 quando, ordinando una caccia e costatando “... gli presidenti allo ufficio della Provvisione del Comune di Como quanta sia stata la violentia et rapacità de li lupi hano da uno anno in qua occisi i guasti, molte persone umane... “  scrivevano “... che lo lupo rapace qual non vivendo secondo sua natura devora li critiani .. “  (2).

Le cronache ricordano che nel Varesotto nel 1704 furono sbranate 16 persone e che nonostante le cacce effettuate non si riuscì ad abbattere i lupi (3). Negli archivi parrocchiali è stato possibile trovare una parziale conferma: il 17 settembre a Gorla Maggiore un bambino di sei anni muore per essere stato morso da un lupo (4).

L’anno dopo, a Viggiù, il 31 marzo Anna Maria di 9 anni, figlia di Giovanni Battista, viene divorata dal lupo nei pressi della cascina dell'Aglio, dove abitava (5). Il caso non rimane isolato: il 28 agosto Maria Campascina di 65 anni, mentre è in campagna a lavorare, viene uccisa da un lupo (6) ed il 9 settembre viene recuperato nel torrente Rebaù, a Gorla Maggiore, il corpo parzialmente divorato di Annunciata Maria Almasio, di sette anni (7).

Probabilmente i lutti continuarono se le cronache (8) ricordano che nel 1714 altre 34 persone persero la vita uccise dai lupi nel Varesotto, ma, per ora, non ne abbiamo avuto riscontro nelle carte  d’archivio.

Nel Novarese, qualche anno più tardi, nel giugno del 1728, un lupo seminò il terrore tra i contadini della fascia compresa tra Ghemme ed Oleggio al punto che "quasi ogni giorno si sente hor d'una hor d'altra terra qualche figliolo o ferito o morto da queste bestie feroci". Da Novara venne inviato anche un distaccamento di cavalleria per stanare la bestia che però, a Ghemme, sbranò una bambina di otto anni ed un neonato abbandonato nella culla dai genitori in fuga e poi ferì altre persone. Nel corso del mese si contarono sedici aggressioni ed all’inizio di luglio, da Milano, giunse il Capitano delle Cacce organizzando un piccolo esercito: trecentocinquanta uomini muniti di tridente e falce e altri centocinquanta armati di schioppo e falce per stanare la fiera. (9)

Nel Biellese era dal 1691 che, a quanto ci risulta, non si registravano morti di fanciulli aggrediti dai lupi quando, il 18 settembre 1729, venne rinvenuta la testa ed un braccio di Bartolomeo Perazzone di Zimone, abitante a Cavaglià, di nove anni che era stato aggredito dal lupo mentre si trovava con gli armenti al pascolo (10).

Questo episodio avviò una nuova serie di lutti, rilevabili dai documenti conservati in sei differenti archivi parrocchiali, del tutto identica a quella che un secolo prima, sempre nel Biellese, nell’arco di sette estati tra il 1629 ed il 1635, si era conclusa con la morte di almeno 31 fanciulli.  

Il pericolo era stato segnalato già nel 1727 nella supplica inviata dai Comuni di Benna, Verrone, Massazza e Candelo al Duca di Savoia affinché fosse concesso "di prender l'armi" dato che ".. da qualche tempo in qua sendosi introdotti in essi Luppi e volpi in gran numero, quali continuamente passando rechano ben spesso grave danno .. massime per causa de suddetti Luppi che soventemente assalgono et ammazzano bestie bovine, dando anche motivo di temere alle Persone.." (11).

Non ci è dato di sapere se questa serie di lutti fosse in qualche modo collegabile a quella che l’anno precedente aveva insanguinato il Novarese e l’episodio di Cavaglià, per quanto ne sappiamo, rimase isolato in quell’anno 1729. Nell’estate successiva però, il 25 giugno, di nuovo a Cavaglià, venne ucciso dal lupo, mentre custodiva il bestiame al pascolo, Giovanni Battista Giaretti, di 12 anni (12). Questa volta non fu un caso isolato ed il 7 luglio seguente il lupo uccise Giuseppe Cabrio di 10 anni. (13)

A pochi giorni di distanza, il 10 successivo, ancora a Cavaglià, Caterina Cabrio, di due anni, venne aggredita ed in parte divorata. (14)

Nell'anno seguente, sempre a Cavaglià, Margherita Garrone, di otto anni, fu aggredita nella vigna nei pressi della casa, quando venne ritrovato il suo corpo il lupo ne aveva divorato le interiora (15). La tragedia assunse proporzioni ancora più gravi nella primavera e nell’estate del 1732 e ben otto furono le morti di fanciulli causate dai lupi registrate dalle parrocchie di Verrone, Cavaglià, Salussola, Zimone e Benna.

Il 27 marzo 1732, sempre a Cavaglià, un lupo aggredì nella vigna presso la casa, Domenica Maria Rodda, di anni quattro, che morì a seguito delle ferite riportate al volto ed al ventre (16), il 30 successivo, a Salussola, fu sbranata dai lupi Margherita Noé di sei anni (17), il 14 aprile venne sepolta Anna Maria Ferrero, di Roppolo, "a lupo discerpta (18) ed il 27 aprile, a Benna, i lupi sbranano Maria Borri Piombin di 14 anni (19).

A Zimone, il Sabato Santo, poco distante da casa sua, Domenica Pozzo di 13 anni, morì dilaniata dal lupo (20). L’11 luglio venne divorata Anna Caterina Barbero di 12 anni, di Salussola (21) ed anche a Verrone furono registrate le morti di due ragazzi attaccati dai lupi (22).

Nei quattro anni successivi, a quanto è stato possibile rilevare, non vennero registrati altri casi del genere, ma il 31 ottobre 1736, a Massazza, Angelica Maria Francesca Baijs, di otto anni, mentre raccoglieva legumi con altri fanciulli in un campo dietro la sua casa, fu assalita dal lupo che, con la preda tra le fauci, corse verso il bosco detto di Vagliogna dove, per caso, venne intercettata da Giuseppe Badone e da suo figlio Carlo che raccoglievano sterpaglie. I due prontamente intervennero con i forconi costringendo il lupo ad abbandonare la bambina che era ormai morta a causa delle profonde ferite alla gola (23).

Il 5 luglio 1737 il lupo, tornato a Benna, uccise Caterina Messerano, di 11 anni, mentre pascolava gli armenti nel bosco (24). Il 4 settembre, a Massazza, mentre custodiva il bestiame al pascolo nei pressi della Cascina Ronco, fu la volta di Angela Maria Badone, 12 anni, ed il giorno seguente, nella Vallepitola, venne ritrovato il suo cadavere completamente divorato, i pochi resti: la testa ed alcune ossa vennero sepolti il 7 seguente (25). A Salussola, il 10 ottobre successivo, fu recuperato il cadavere divorato di Maria Azeglio di 12 anni. (26).

La cattiva stagione passò senza lutti, ma di nuovo ripresero nell’estate 1738 quando, a Salussola, il 29 giugno, i lupi sbranarono Maria Lozia di 14 anni (27) ed il 26 agosto subì la stessa sorte Margherita Cracco di 12 anni. (28)

Anche questa volta il fenomeno, così come era comparso, improvvisamente cessò e riapparve solo dopo circa settant'anni a Castelletto Cervo. Negli anni compresi tra il 1729 ed il 1738, nel Biellese, l'insorgere del comportamento antropofago del lupo costò la vita ad almeno 19 fanciulli di cui 14 femmine e 5 maschi, per 17 delle vittime è stato possibile rilevarne l'età: le femmine avevano tra i due ed i quattordici anni ed i maschi tra i nove ed i dodici anni.

L’ultimo episodio di antropofagia del ‘700 ebbe come teatro l’odierna periferia di Milano. Questa vicenda (29) suscitò un notevole allarme sociale ed a vario titolo intervennero Pietro Verri, il Beccaria ed infine lo Spallanzani che acquistò le spoglie imbalsamate del lupo antropofago per il Museo di Storia Naturale dell'Università di Pavia.

La serie di lutti cominciò così: la sera del 4 luglio 1792 Giuseppe Antonio Gaudenzio di dieci anni era rientrato a casa, a Cusago, senza la mucca che aveva portato a pascolare nel bosco, il padre lo aveva quindi rimandato a cercarla, ma la mattina successiva il bambino non era ancora tornato ed il padre, recatosi nel bosco rintracciò la vacca, ma non trovò traccia del figlio. Solo alcuni giorni più tardi si rinvennero gli abiti insanguinati del piccolo ed alcuni resti del suo corpo.

Alcuni giorni dopo l’8 luglio, a Limbiate, mentre con altri ragazzi pascolava gli armenti, Carlo Oca, di otto anni, venne afferrato al collo da un lupo e trascinato nel bosco: il suo corpo fu ritrovato poco dopo in gran parte divorato.

Lungo la strada tra Cascina Pobbia e Corbetta il lupo, il 10 seguente, balzò da una siepe e trascinò via Giuseppa Saracchi di sei anni che si trovava sulla strada con la sorella, quello che restava del suo corpo venne ritrovato in una vigna a circa mezzo miglio dal luogo dell'aggressione.

L’allarme sociale cominciò a prender corpo e le autorità istituirono un premio di 50 zecchini, che poi fu elevato a 150, ed i nobili milanesi Borromeo, Litta, Crivelli, Castiglioni ed altri promisero ulteriori gratificazioni per l’uccisore di questo lupo, ma invano, i lutti continuarono ancora e si decise di far scendere dalla Valsassina dei cacciatori esperti.

Il 1° agosto, a Senago, Antonia Maria Beretta di otto anni, che con altri fanciulli era al pascolo, venne attaccata e trascinata dal lupo verso il bosco, l’intervento dei presenti accorsi interruppe la predazione, ma la piccola spirò poco dopo per le gravi ferite al collo.

Il 3 successivo ad Assiano, ora in Comune di Milano, il lupo afferrò alla gola e trascinò via Domenico Cattaneo, di 13 anni, mentre era al pascolo con altri ragazzi, i pochi resti quasi completamente divorati furono recuperati alcuni giorni dopo nel bosco di Cazzarate. 

Il giorno dopo, ad Arluno, Giovanna Sada di 10 anni, mentre con altri fanciulli era alla cura degli armenti, fu addentata dal lupo al petto e trascinata per un tratto, poi fu deposta a terra e la belva cominciò a divorarla dalla gola.

Il 7 agosto l’armeria civica si offrì di fornire fucili e baionette alle comunità per armare chi fosse intenzionato a cacciare questo lupo. La mattina dell’11 agosto la belva era di nuovo a Milano, nella zona di San Siro, e sorpreso un gruppo di ragazzi e ragazze intenti a raccogliere l’erba, afferrò alla gola Regina Mosca di 12 anni. La gente accorsa alle urla dei ragazzi mise in fuga il lupo che abbandonò la ragazza morta. La sera di quello stesso giorno, a Boldinasco, aggredì Dionigi Giussano, di 12 anni, e lo trascinò sotto un filare di viti, ma l'intervento di un adulto mise in fuga il lupo che abbandonò il ragazzo malconcio, ma vivo.

Il 14 i cacciatori della Valsassina, vista l’infruttuosità delle cacce, decisero di ritornarsene ai loro monti, nel frattempo molti cittadini presentarono progetti di trappole, ingegnose e talvolta  curiose, per riuscire a catturare la bestia.

La sera del 16 agosto intanto mentre era al pascolo col bestiame nella Groana di Barlassina, Caterina Zerbi e subito dopo Anna Maria Borghi, di 13 anni, furono aggredite dal lupo che azzannata la seconda alla gola la trascinò via; l'intervento di un contadino mise in fuga la belva, ma la ragazza era ormai morta. 

Il 21 successivo Giuseppa Re, di 13 anni, mentre, in compagnia di altre ragazze, raccoglieva legna nel bosco Chiappa Grande di Bareggio, venne aggredita dal lupo ed il suo corpo, parzialmente divorato, fu recuperato a 600 passi dal luogo della predazione. 

Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, la bambina Maria Antonia Rimoldi, di Mazzo, mentre era seduta all’ombra di un noce venne afferrata alla vita dal lupo sotto gli occhi di varie persone l'intervento delle quali costrinse la belva a lasciare, dopo circa 600 passi, la vittima che il giorno seguente morì per le ferite riportate.

Il 2 settembre, a Lainate, Gerolamo Bosone di 14 anni, che con alcuni altri ragazzi era al pascolo, fu aggredito, ma riuscì a svincolarsi dal lupo che afferrò quindi per la gola la sua gemella Giovanna. L’intrepido ragazzo intervenne con prontezza e la sorella, abbandonata ferita, sopravvisse a questa brutta avventura.

La vicenda si concluse il 18 settembre quando un lupo, ritenuto responsabile delle stragi, venne catturato in una fossa ed ucciso fuori dalla Porta Vercellina di Milano.

Con questa tragica storia si concludono gli episodi di antropofagia del lupo rilevati nel XVIII secolo, il problema però non terminò qui e nel primo quarto dell’800 nuovi gravi episodi insanguinarono le campagne della Lombardia e del Piemonte orientale.

 

Morti per idrofobia trasmessa dai lupi nel XVIII secolo

Nel ’700 sono documentate almeno 52 persone aggredite da lupi rabidi in 11 episodi. Il numero delle morti non sempre è correttamente rilevabile poiché il decesso avveniva in tempi differiti e sovente presso ospedali in località diverse da quelle dell’aggressione; non dovrebbe comunque essere di molto inferiore a quello dei feriti in quanto all’epoca non esisteva alcun valido rimedio per combattere l’idrofobia.

Quando un lupo rapido penetrava in un centro abitato, mordendo tutto ciò che si trovava sul suo percorso, diventava un letale veicolo di diffusione della terribile malattia che nelle settimane successive mieteva numerose vittime anche nella popolazione adulta.

Non si può certo dire che il predatore in questo caso applicasse una tecnica predatoria: mordeva dove capitava e chi era a sua portata ed ovviamente non tentava mai di trascinare via la vittima e tanto meno di sbranarla. Erano il comportamento e le modalità dell’aggressione a consentire la tempestiva adozione di misure preventive in quanto l’attacco del lupo rapido era percepito dalle popolazioni in maniera nettamente distinta da quello del lupo antropofago e la prevenzione era la sola misura applicabile in mancanza di terapie valide: i feriti venivano curati solo con metodi sperimentali del tutto inutili ad evitare l’esito letale della malattia.

Nel ’700 le più gravi conseguenze della rabbia sono state rilevate nella pianura milanese.

Il primo episodio avvenne a Soncino quando, il 29 aprile 1711, un lupo rabido uscì dai boschi dell'Oglio al Tinazzo e percorrendo i campi di San Lino, del Belvedere e di San Giovanni a Longe, morsicò oltre cento capi di bestiame: tutti morirono nel giro di 40 giorni e dovettero essere sepolti. Alla località Ronca attaccò un gregge, i due pastori riuscirono ad ucciderlo con le picche, ma morirono a causa dei morsi riportati nella lotta (30).

Dopo un cinquantennio un’altra vicenda, con conseguenze più gravi, prese il via ad Orio Litta il 21 novembre 1765 (31) quando una lupa, proveniente dai boschi lungo l’Adda, la notte azzannò il cane di Paolo Angiolo Pozzone che intervenne e riportò morsicature alla mano ed al braccio. L’animale raggiunse contrada Valisella ed azzannò ad una mano Valentino Folli. Arrivato alla Cascina de Strozzi attaccò Bernardo Pagano lacerandogli la faccia, un orecchio e la coscia, passato poi alla contrada de Ratti, attaccò Innocente Bossi procurandogli 10 morsicature alla testa, al volto ed alla mano. Verso mezzogiorno aggredì un cavallo poi, scacciato dal carrettiere, si diresse a Corte Sant’Andrea dove ferì tre uomini e due donne.

Attaccò poi un convoglio di dieci carri diretto a Ospedaletto ferendo due cavalli e due persone. A Mezzana aggredì alcuni pescatori addentando soltanto gli abiti di uno di loro, poi sulla strada incontrò e gettò a terra, ferendola alla testa, Maria Maddalena Maroni che con altre donne si recava al mercato di Orio. Giunto alla casa di Carlo Rossi lo gettò a terra e lo addentò alla testa ed al volto, ma questi trattenne la belva sotto di sé nell’intento di soffocarla e, con l’aiuto del nipote Lorenzo, riuscì ad ucciderla.

Quasi tutti coloro che furono azzannati alla testa risultavano in pericolo di morte e furono subito portati all’ospedale di Lodi.

Il cadavere della lupa prima di essere sepolto a quattro braccia di profondità e con calce viva, venne dissezionato da un medico, che poi inviò la relazione dell’autopsia a Milano. In una sua seconda relazione aggiunge: “.. esaminando attentamente l’operato della micidiale bestia prima che fosse ammazzata, tutto concorre a farla giudicare rabbiosa. … Nei nostri paesi non è frequente se non in caso d’esser rabbioso o disperatamente affamato, che un lupo assalga la specie umana ….”

Contemporaneamente si dette ordine di abbattere e sotterrare tutti i cani che in qualche modo fossero entrati in contatto con il lupo e tutti quelli che fossero stati trovati lontani dalle cascine.

Per quanto riguarda i tre cavalli si invitarono i loro padroni ad abbatterli o almeno a cauterizzare le ferite, ma al primo dubbio di rabbia avrebbero dovuto ucciderli.

Delle 16 persone azzannate ne perirono almeno 14.

Probabilmente il contagio si era diffuso tra gli animali della zona ed il 24 dicembre 1765 a Cassano d’Adda (32) un altro lupo rabbioso morsicò alcune persone, poi direttosi alla Cascina Rancata azzannò un giovanetto e vari cani delle cascine che attraversava. Alla sera giunto al Dosso si avventò al viso di Vittore Gariboldo sfigurandolo gravemente e, nella notte di Natale, entrò in Rivolta d’Adda da Porta San Michele. Aggredì subito il soldato di guardia addentando il cappello e, lasciandolo miracolosamente incolume, fuggì. All’allarme accorsero due soldati che rintracciarono il lupo mentre aggrediva un caporale, ma, sfuggito nuovamente, morsicò alle braccia Rosanna Raimonda e sua figlia ed aggredì al volto, dopo averlo gettato a terra, Barnabino Pallavicini. I soldati rintracciarono nuovamente la belva che prima di essere uccisa ebbe modo di azzannare nuovamente il caporale e di avventarsi al volto di un soldato mentre stava per sparare, i suoi commilitoni riuscirono però ad abbatterla a fucilate. Il seguente giorno di Natale si constatò che molte porte delle case erano state segnate dai morsi del lupo: le persone aggredite furono una decina.

Dopo questi gravi fatti, il 28 dicembre a Pandino (33) venne segnalato un altro lupo, anch’esso probabilmente idrofobo, che addentava le piante ed il 31 successivo un lupo, forse lo stesso,  aggredì un viandante che, a stento, riuscì a salvarsi gettandosi in una roggia.

Qualche anno più tardi, a San Colombano al Lambro, il 15 maggio 1767 (34) ancora un lupo idrofobo morsicò 5 persone, prima di essere ucciso. Nel corso degli eventi la belva era stata affrontata anche da un bue di Colombano Raffa che era intervenuto in difesa del suo padrone.

Il Biellese, già ricordato per i casi di antropofagia, annovera anche episodi di morti conseguenti alla rabbia diffusa dai lupi. Il primo di questi avvenne a Mottalciata nella notte della Festa dell'Assunta del 1747 quando un grosso lupo azzannò alla testa Antonio Selva, di 65 anni, che morì, in seguito alle ferite. Il giorno seguente ferì al volto Margherita Colombo, di 50 anni, e suo marito Vincenzo Colombo, ambedue morirono d’idrofobia: la prima il 6 ed il secondo il 19 settembre. Nella stessa notte aggredì anche Giovanni e Giacomo Sappino, rispettivamente di 30 e 60 anni: che morirono rispettivamente il 12 ed il 19 settembre (35).

Circa 20 anni più tardi a Netro, nella mattina del 23 dicembre 1768, un lupo rabbioso addentò quattro persone nelle vie del paese diffondendo il contagio: il 12 gennaio morì Eusebio Zanat, di 12 anni ed il 4 febbraio un sacerdote di 64 anni. Il lupo raggiunse poi la località Ciserbi e si avventò contro un'altra persona che però fortunatamente rimase incolume (36).

Nel febbraio 1777 si registrò un nuovo caso a Salussola: un lupo rabbioso aggredì Maria Lacchia, di 15 anni, che morì a causa d’idrofobia il 5 marzo. (37)

Qualche anno più tardi fu una vera strage a Varallo Sesia (38). Il 17 aprile 1781 un lupo, sceso dal monte Salbianca, si diresse a Cillimo, dove addentò il braccio di una fanciulla. Puntò quindi su Varallo aggredendo Pier Antonio Zanolio e giunto all'oratorio di Loreto azzannò ferocemente al volto ed al collo la tredicenne Angela Margherita De Gasperi per poi rivolgersi contro il padre di lei che, azzannato alle vesti, si difese col bastone.

Raggiunta poi la cinta del collegio delle Orsoline, alla porta del borgo, venne scacciato dalla reazione dei muli e dalle sassate, ma giunto al mulino di Baraggia aggredì un'altra ragazza e quindi, attraversato il Mastellone, sulla strada morsicò Maria Maddalena Del Grosso alla guancia.

Si scagliò poi su Caterina Danelli strappandole un pezzo di naso e morsicò alla testa Giambattista Scagliotto che nella fuga era caduto a terra. Nei pressi dell’Oratorio di San Giovanni azzannò Giuseppe Del Grosso e sua madre, fuggì poi verso il monte Vaso ed all'oratorio di San Pietro strappò un orecchio a  Domenica Folghera.

In paese suonarono le campane a martello, i feriti furono subito inviati all’ospedale e rapidamente trecento armati partirono alla ricerca della belva, nel frattempo cominciarono a suonare a martello anche le campane dei paesi vicini.

Il lupo, giunto alla Barattina, azzannò un uomo e tre donne, poco sopra Pozzallo morsicò Carl’Antonio Prino e Giacomo Zaquino, poi a Camasco azzannò Domenica Prina, si avventò contro Marta Bordiga che riuscì a respingerlo con la forca, morsicò quindi Domenica Bordiga ed un’altra donna. Raggiunto Morondo aggredì una fanciulla ed un bambino e ritornò a Pozzallo dove azzannò Domenico Raito, alla mascella, e Marianna Magna, al fianco. Ripresa quindi la sua folle fuga morsicò alla gola Domenica Marotta e spaccò il naso a Giovanni Comola.

Mentre al Sacro Monte veniva celebrata la messa solenne per implorare la liberazione dal flagello, l'archibugiere Giovanni Antonio Camaschella riuscì a ferire mortalmente la belva: un maschio di circa cinque anni che venne attentamente dissezionato.

Quel lupo in un solo giorno aveva aggredito almeno 26 persone, una decina di queste erano state ferite mortalmente e, tra il 5 maggio ed il 15 giugno successivi, nella sola parrocchia di Varallo, furono registrate 10 morti per l’idrofobia contratta a seguito di quelle aggressioni.

 

NOTE

AP       Archivio Parrocchiale
ASCo  Archivio di Stato di Como
ASMi   Archivio di Stato di Milano
ASNo  Archivio di Stato di Novara
ASVl   Archivio di Stato di Varallo (s.s.)

 

1)      Comincini M., Oriani A., Morbioli C., Castiglioni R. e Martinoli A., (a cura di Comincini M.), 2002 - L’uomo e la bestia antropofaga. Storia del lupo nell’Italia settentrionale dal XV al XIX secolo. Milano.

2)      ASCo, Comune, vol. 86 carta 118

3)      Brambilla L., 1874 – Varese e il suo circondario. Varese

4)      AP S. Maria Assunta, Registro dei defunti, in Carnelli L., Cisotto G. e Deiana A., 1990 – Gorla Maggiore. Biografia di una Comunità. Corbetta.

5)      AP Viggiù, Registro dei defunti

6)      idem

7)      AP S. Maria Assunta, Registro dei defunti, in Carnelli L. ed altri op.cit.

8)      Giampaolo L., 1960 – La “Topografia della Pieve di Arcisate” di Nicolò Soriani nella sua prima stesura. Anno 1728. Varese.

9)      ASNo, Contado di Novara, cart. 220

10)  AP Cavaglià, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – Storia della Chiesa Biellese: le Pievi di Vittimulo e Puliaco. Biella.

11)  AP Benna in Lebole, 1980 – Storia della Chiesa Biellese: La Pieve di Puliaco II. Biella

12)  AP Cavaglià, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

13)  idem

14)  idem

15)  idem

16)  idem

17)  AP Salussola, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

18)  idem

19)  AP Benna, Registro dei defunti in Lebole, 1980 – op. cit.

20)  AP Zimone, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

21)  AP Salussola, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979- op. cit.

22)  AP Verrone, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

23)  Crovella V. 1965 – Notizie sui lupi. Bollettino Parrocchiale di Masazza in Lebole, 1980 - op. cit.

24)  AP Benna, Registro dei defunti in Lebole, 1980 – op. cit.

25)  Crovella V. - op. cit.

26)  AP Salussola, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

27)  idem

28)  idem

29)  ASMi, Sanità, P.A., cart. 91

30)  Burloni P.F., (s.d.) – Sommario delle cose più notabili del Castello di Soncino, ms. in Rossi E., 1987 – Soncino vol. II. Castelvetro Piacentino.

31)  ASMi, Sanità, P.A. cart. 91 e 182

32)  ASMi, Sanità, P.A. cart. 182

33)  ASMi, Sanità, P.A. cart. 91

34)  idem

35)  AP Mottalciata S. Vincenzo e AP Mottalciata S. Maria, Registri dei Defunti, in Lebole, 1980 – op. cit.

36)  AP Netro, Registro dei Defunti, in Lebole, 1992 – Storia della Chiesa Biellese: la Pieve di Biella VII. Biella.

37)  AP Salussola, Registro dei Defunti, in Lebole, 1979 – op. cit.

38)  ASVl, documento a stampa, con la dettagliata descrizione delle aggressioni. ASVl, Fondo Ospedale SS. Trinità, Registro dei Ricoveri, Registro dei Conti e Registro dei Convocati della Curia Superiore della Valsesia. AP Varallo, Registro dei Defunti.