Il brano è tratto da:

Esclusi dall'arca - Animali estinti
e in via di estinzione in Italia
Arnoldo Mondadori Editore Spa, Milano 1978, pag. 32-43

Si ringraziano l'Autore e l'Editore


Non basterebbe un volume intero per illustrare quale importanza il lupo abbia avuto nella storia e nelle tradizioni del nostro paese. Si può anzi dire che in nessun altro paese al mondo il lupo sia così connaturato e inserito nelle vicende umane.

Si potrebbe iniziare da Roma, anche se gli etruschi -come prova la bellissima lupa in bronzo del V secolo a.C., più tardi assurta a simbolo della romanità- già intrattenevano stretti rapporti con questo canide, e se i Dauni, una popolazione della Puglia settentrionale, adoravano il lupo come totem già nel VII secolo a.C. Infine gli Irpini, nel territorio ove sorge l'odierna Avellino, prendevano il nome proprio dai lupi.

Pur se molti storici moderni vorrebbero vedere nella mitica lupa che allattò Romolo e Remo una prostituta nessuno dubita di quanto afferma Tito Livio, che cioè i lupi scendessero dal bosco Luperco che si stendeva sul Palatino a dissetarsi nelle acque del Tevere quando Roma era ancora un piccolo nucleo di capanne. D'altra parte non dimentichiamoci che ancora nel secondo dopoguerra furono uccisi dei lupi poco fuori le mura di Roma, a Montesacro.

Ma, a riprova divertente della predilezione dei lupi per il Foro Romano e le sue adiacenze, vediamo cosa accadde a un papa.

Il 10 dicembre del 1512 Giulio II della Rovere, pontefice quanto mai splendido e combattivo, se ne andava in lettiga, con il consueto codazzo di dignitari, prelati, armigeri, dal Convento di S. Pietro in Vincoli al Laterano. Giunti presso quell'immenso ammasso di travertino che è il Colosseo, uscì dalle arcate ingombre di rovi un grande lupo grigio che non degnando di uno sguardo la multicolore e attonita comitiva, si infilò dignitosamente nei canneti che circondavano l'allora selvaggio Foro Romano.

Che questa frequentazione degli italiani con i lupi fosse senza screzi sarebbe arduo sostenerlo: basti pensare che, secondo il De Bérenger, una legge di Carsoli città della Sabina "vietava pronunciare persino il nome di lupi, tanto erano infesti alle campagne, ed aborriti".

Andando avanti per il Medioevo, molte leggende, favole e cronache hanno come protagonista il lupo: san Biagio che ordina al lupo di riportare a una vedova il maialetto trafugato, santa Chiara che costringe il lupo a riconsegnare ai genitori un bimbo rapito (miracolo attribuito anche a san Domenico di Cocullo), il beato Agostino Novello che salva un bambino azzannato da un lupo e ne risana le ferite, e molte altre su cui domina, per rinomanza e bellezza, il fioretto intitolato "come San Francesco liberò la città d'Agobbio da un fiero lupo" in cui il santo, andando come al solito controcorrente, trasforma in Frate Lupo il "lupo grandissimo e terribile e feroce" che "non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini", dimostrando una nobiltà d'animo e una coscienza ecologica assai rari, per la verità, nelle tradizioni giudaico-cristiane.

Il lupo era, fino ai primi decenni del secolo scorso, presente e abbondante in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia, eccettuata la Sardegna la cui fauna non annovera animali propri della fauna nordica come appunto il lupo, l'orso, la lontra, il tasso, e così via. La prima zona ove questo animale iniziò la lunga marcia verso la quasi totale estinzione nel nostro paese è la pianura padana.

Questo territorio, di cui si ricordano le immense oscure selve ancora presenti ai tempi dell'Impero Romano, come la Litanea o Padanea presso Bologna, la Lupanica (nome ch'è tutto un programma) tra l'Isonzo e la Livenza, la Fetontea, ecc., è oggi quasi totalmente sprovvisto di fauna: perfino la volpe, animale presente in tutta Italia, ha per sempre abbandonato la pianura padana ove solo l'uomo abbonda, con densità a volte impressionanti (provincia di Varese 596 abitanti/chilometro quadro). Eppure, ancora nel 1500, i lupi potevano rappresentare, almeno nelle zone meno coltivate della Padania, un fastidio non trascurabile. Nel bosco della Mesola, presso Ferrara, ad esempio, l'azione protezionistica di Alfonso II d'Este nei confronti "delle selve e delle fratte per cagion delle caccie"  "aveva invitati e moltiplicati i lupi" nel territorio, tanto che nel 1585 "per salvare le bestie necessarie all'agricoltura fu d'uopo il chiamar dal Regno di Napoli molti cacciatori esperti nel perseguitar simili animali" (A. Frizzi). La testimonianza sopra riportata, pur se ammette la presenza del grande carnivoro nella Padania rinascimentale, fa agevolmente intendere che esso non era poi così comune e noto. In seguito, vuoi per l'energica azione dei "lupari" calabresi o abruzzesi, vuoi per la sempre maggiore pressione umana, il lupo abbandonò assieme alla pianura padana anche le altre aree pianeggianti per arroccarsi nei territori montani, ricchi ancora di foreste, selvaggina, territori deserti.

Ma anche sulle Alpi la situazione per i poveri lupi precipitò abbastanza rapidamente: già nel 1558 il naturalista svizzero Konrad Gesner scriveva che "in Svizzera e sulle Alpi se ne osservano pochi che vi giungono dalla Gallia Cisalpina (Lombardia) e dalle vicine regioni". Stando alle risultanze di René P. Bille, l'ultimo lupo nell'Engadina fu ucciso nel 1821, il penultimo lupo del Vallese mori a Guercet, presso Martigny, nel 1869. Un altro lupo venne abbattuto al di sopra d'Ayer, nella Valle d'Anniviers, verso il 1870. La penultima cattura in tutta la Svizzera ebbe luogo a Irana, nel Ticino, nel 1872. Infine, dopo moltissimi anni nei quali il lupo non dette più notizie di sé, almeno in Svizzera, il 27 novembre 1947 un bracconiere uccise nel Vallese un lupo maschio di 18-19 mesi d'età, pesante 36 chili. Probabilmente un individuo solitario ed erratico proveniente dalla Slovenia.

In Italia gli anni cruciali per la distruzione del lupo sono stati quelli, contrassegnati dal continuo perfezionamento delle armi da fuoco, che vanno dal 1800 al 1900.

Anche se un lupo, stando al "Bollettino del Naturalista" di quell'anno, fu ucciso a Verona nel 1909, si può a buon diritto sostenere che il grande carnivoro era già scomparso dal panorama alpino almeno dai primi anni del secondo cinquantennio dell'800.

Secondo il Perlini, mentre il lupo in Valle d'Aosta era nel 1815 presente addirittura nei boschi alla confluenza della Dora col torrente Buthier, dove l'intendente Jean­Baptiste Rean, con una circolare del 24 novembre, ne ordinava la distruzione, l'ultimo lupo ucciso in quella regione è l'esemplare abbattuto il 28 gennaio 1862 a Serrand, sulla strada del Piccolo S. Bernardo. L'ultima citazione per la Valtellina (zona abbastanza intatta e nella quale l'orso, ad esempio, resistette fin quasi alle soglie del nostro secolo) risale al 1874, ed è riferita a un esemplare ucciso presso Delebio alle falde del monte Legnone a pochi chilometri dal lago di Como.

La seconda stazione della Via Crucis del lupo riguarda la Sicilia. Nella terra d'origine della "lupara" (doppietta a canne mozze caricata con cartucce a nove pallettoni) il povero canide non avrebbe dovuto sopravvivere a lungo. Eppure, contrariamente alle aspettative, esso ha resistito nell'isola addirittura fino ai primi decenni del nostro secolo. Nel "Bollettino del Naturalista" del 1889 un corrispondente locale, dopo essersi lamentato dei danni e delle scorrerie di questi animali, recrimina che "la uccisione dei lupi, poco tempo addietro, era premiata dal Governo, ora il premio è però del tutto abolito".

Ciò farebbe pensare ad una già cospicua diminuzione del canide in Sicilia, anche se, sempre lo stesso anno, il "Bollettino" riporta la seguente notizia:

Il giorno 13 marzo u.s. si organizzò una caccia a quei voraci animali nel bosco di Castelbuono [nelle Madonie, n.d.r.]... sbucarono da quella foresta cinque grossi lupi di cui se ne uccisero tre... Come di solito questi lupi furono portati in trionfo pel paese, accompagnati dagli stessi cacciatori e da pastori con tamburi, con grande entusiasmo. 

Nel 1891 "In territorio di S. Fratello, prov. di Messina, due cacciatori uccisero 7 lupi che da qualche tempo terrorizzavano i mandriani".

Nel 1902, il 4 gennaio, un altro grande lupo, probabilmente idrofobo, fu ucciso, dopo movimentate vicende, nel bellissimo (e ancora esistente) Bosco di S. Pietro presso Caltagirone.

Gli ultimi branchi di lupi sopravvissero probabilmente qualche anno ancora nelle folte faggete dei Nebrodi e delle Madonie: secondo alcune fonti l'ultimo esemplare in Sicilia venne abbattuto nel 1923, altre danno per certo il 1937 (di questo esemplare esisterebbe anche la pelle) mentre il Pasa lo considerava, ancora nel 1959, presente su alcune montagne dell'interno.

È la sorte consueta delle specie che per più tempo hanno avuto uno stretto e non sempre cordiale rapporto con l'uomo: ancora per molti anni dopo l'effettiva scomparsa, si continua a vociferare della loro presenza: per il lupo in Sicilia, più che a branchi erranti di fantasmi nelle gole dei Sicani si potrebbe pensare a qualche coppia superstite (sogno mai abbandonato dai naturalisti); le persone più avvertite attribuiscono però a cani inselvatichiti i casi, sempre più rari, di bestiame attaccato e sgozzato in piena campagna durante le invernate più fredde.

Accanto alla persecuzione dei cacciatori notevole responsabilità nella scomparsa può essere attribuita alla campagna antirabbica attuata con grande uso di veleni negli anni a cavallo tra le due guerre e nel secondo dopoguerra.

Sull'Appennino il lupo sopravvive ancor oggi.
Al principio del secolo la sua popolazione andava dalla Liguria all'Aspromonte, con punti di maggiore densità in Abruzzo e Calabria. Oggi, come vedremo, l'areale si è notevolmente ristretto e il numero totale cala di anno in anno.

È in Abruzzo, nei territori attorno all'attuale Parco Nazionale, che la storia del lupo appenninico è più ricca di tradizioni e di testimonianze.

Il Dorotea (1862) considera il lupo "perniciosissimo animale, frequentissimo negli Appennini Aquilani" e fornisce anche testimonianze sulla dannosità del bistrattato canide: 

Non son volti molti anni che, nella Valle di Corfinio [vicinissimo a Sulmona, n.d.r.] una Lupa, creduta sulle prime una Jena, divorò gran numero di uomini, prescegliendo i fanciulli, le donne, e gli adolescenti, lo che non fu se non una esattissima ripetizione della Lupa del Gévaudan, creduta Jena anch'essa, la quale sgozzò in quel paese durante gli anni 1764 e 1765 più di 50 persone. 

Lo stesso fatto, come ricorda Tassi, è riferito anche da altri storici del tempo, a detta dei quali nel mese di marzo 1839 comparve nel distretto di Sulmona una belva ferocissima dal muso grosso, il tronco quasi senza pelo e le orecchiette alte, ritenuta dai naturalisti e dai medici dell'epoca una jena, che seminò per alcuni mesi il terrore in tutta la vallata. E assai probabile però che in questo caso, come in quello della Bestia di Gévaudan in Francia, non si trattasse di un lupo vero e proprio ma di un esemplare risultante dalla ibridazione con un cane domestico.

In genere, come sostengono gli scienziati che si sono interessati del lupo in questi ultimi anni, gli episodi di aggressione a esseri umani da parte di lupi sono per la maggior parte da attribuirsi a cani inselvatichiti o da lupi ammalati di idrofobia; in tutti e due i casi infatti la naturale diffidenza verso il genere umano, ampiamente giustificata del resto, viene meno.

Ma la vicenda più nota e che tutti ancora ripetono dall'Aspromonte alla Liguria, con pochissime varianti, come di fatto accaduto "pochi anni fa" e sempre "qui vicino" è quella famosa "del carabiniere". Questo sfortunato militare in licenza tornava a cavallo dalla stazione ferroviaria al suo paese (il tragitto tra le stazioni e i piccoli centri di montagna sono da sempre nelle tradizioni paesane teatro dei più paurosi incontri: con fantasmi, briganti e, naturalmente,  fiere>). Il tempo era, naturalmente, "da lupi" e tutto gli avrebbe sconsigliato di mettersi in cammino di notte. Ma tant'è, il desiderio di tornare a casa era troppo forte. Risultato: il giorno dopo si ritrovarono sulla neve che ancora mostrava i segni della lotta solo i quattro ferri del cavallo, la visiera del berretto, i bottoni d'argento e la rivoltella d'ordinanza, circondati dalle carogne di quattro (chi dice sei, chi dice tre) lupi, naturalmente "immensi".

Una leggenda "lupina" che può fare il paio con un'altra, in corso attualmente, e che iniziò in concomitanza con le prime azioni in favore dei lupi. Anche in questo caso la favola, che tutti spergiurano essere accaduta  "proprio da queste parti" e "poco tempo fa" ha una diffusione enorme, sia geograficamente che socialmente, dato che viene ripetuta da persone appartenenti a tutti gli strati sociali e dai livelli culturali più diversi: secondo questa leggenda moderna, qualcuno (il WWF, i forestali, Italia Nostra, il Parco d'Abruzzo, l'ex ministro per l'agricoltura Lorenzo Natali, nativo dell'Aquila, le fonti sono sempre variate anche se perentorie) avrebbe liberato numerosi lupi ferocissimi sulle montagne: cambiano gli scopi (per cacciare i pastori dai pascoli e dai rimboschimenti, per ripopolare questa specie in via d'estinzione, per far dispetto al paesani, perché i lupi "sono tanto carini", ecc.) mutano le provenienze (Siberia, la più accreditata, Ungheria, ove questa specie è estinta da tempo, Canada, perfino Africa, ove i lupi non hanno mai messo piede) variano i mezzi adoperati, anche se la tesi più diffusa sostiene che siano stati lanciati col paracadute o mollati da un elicottero... il fatto è che tutti sono convinti che i lupi "sono stati lanciati". A parte l'assurdità della cosa, il fatto grave è che, con questa scusa, tutti si sentono autorizzati a inferire il colpo di grazia a un animale la cui popolazione in Italia non supera le cento unità.

E chiaro che con questa nomea, come abbiamo visto notevolmente usurpata, suffragata dalle truculente copertine della "Domenica del Corriere" e da favole come Cappuccetto Rosso e i Tre Porcellini, la strage dei lupi in Italia in generale e in Abruzzo in particolare si facesse frenetica. Le relazioni provenienti dal Parco Nazionale d'Abruzzo nei primi anni della sua istituzione illustrano meglio di molte descrizioni, quale sia stata la causa principale della decimazione del lupo in Italia.

La cosiddetta "lotta ai nocivi", nel senso di eliminazione di animali considerati dannosi all'uomo e alla sua economia, è la causa principale della rarefazione di questo predatore. E non parliamo della prassi di concedere premi in denaro a chi uccidesse, con qualsiasi mezzo, tali animali.

Già le leggi di Solone, nell'antica Grecia, conferivano un compenso di cinque dramme (il prezzo di un bue d'allora) a chi avesse ucciso un lupo, mentre l'uccisione di una lupa fruttava al fortunato cacciatore una sola dramma, il valore di una pecora.

Nell'800, come ricorda il Dorotea nel 1862, i lupari del Regno di Napoli che avessero preso un lupo preferivano portarlo nello "Stato Pontificio, ove il premio accordato dalla legge di là era maggiore". Succedeva anche che si creasse una mafia di lupari, basata unicamente sulle taglie riscosse per l'uccisione dei lupi: e i previdenti cacciatori, sempre secondo il Dorotea, si limitavano a uccidere i maschi risparmiando le femmine "dicendo, senza mistero, che diversamente oprando, la razza andrebbe a perdersi, e mancherebbe loro materia da esercitare la loro arte". Ragionamento che non fa una grinza.

Nel 1887 il premio variava da 50 lire, per una lupa gravida, alle 5 per un lupacchiotto, premi assai appetibili che causarono vere e proprie ecatombi.

Ma torniamo al Parco Nazionale d'Abruzzo.

I prodromi della strage si possono leggere nella Relazione del primo presidente del Parco, Erminio Sipari, tenuta il 17 maggio 1923. 

Certo, se si vuole ottenere un più rapido ripopolamento dei camosci e soprattutto dei caprioli [si legge a pag. 223] occorre distruggere i lupi [...] Il lupo, come del resto la volpe, è il nemico del Parco. 

Fu così stanziato un premio di 150 lire per ogni lupo adulto e di 50 per ogni lupatto che, a quanto pare, cominciarono a dare subito buoni frutti:  Ho il piacere d'annunziare che fino ad oggi ne sono stati uccisi tre dichiara il Sipari trionfalmente.

Facendosi aiutare anche dagli esperti della Association des Lieutenants de Louveterie de France (responsabili dell'estinzione del lupo in quella nazione) in soli dieci anni, dal 1923 al 1933, furono uccisi nella zona ben 209 lupi di cui 84 maschi, 82 femmine e 43 cuccioli con veleni, fucili, tagliole, grazie anche ad appositi decreti che autorizzavano la  "lotta ai nocivi" anche in tempo di divieto e con mezzi altrimenti vietati. "L'Ente infatti ha ora acquistato tagliole e bocconi avvelenati perfezionati (fialette di acido cianidrico) da rivendere a prezzo di costo a coloro che intendano dedicarsi a tale distruzione." Un'azione esemplare che fu imitata, specie per quanto riguarda i terribili bocconi avvelenati, in tutta Italia.

Nel Parco d'Abruzzo la distruzione ebbe fortunatamente termine nel 1958. In quell'anno furono uccisi 6 lupi tra Pescasseroli e Bisegna. Ma nel resto d'Italia la situazione precipitava: l'aumento dei cacciatori, la diminuzione delle prede (si tenga a mente che in tutto l'Appennino dai primi anni di questo secolo risultano distrutti cervi, daini, caprioli e cinghiali), la diminuzione parallela della pastorizia transumante, la diffusione sempre più ampia di esche avvelenate, stava veramente portando all'estinzione (cosa del resto avvenuta in Francia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Germania, Belgio, Danimarca, Ungheria, Svezia) del grande carnivoro.

Tuttavia ancora nel 1963 il massimo naturalista del tempo, Alessandro Ghigi, scriveva:

I lupi dovrebbero essere, se non scomparsi, estremamente ridotti di numero perché la loro presenza è indizio di uno stato arretrato di economia agraria e di civiltà.
Come naturalista posso anch'io desiderare che il lupo italico non vada completamente distrutto, ma a tale scopo si può provvedere anche relegando una famiglia di lupi in una grande fossa ben fatta che potrebbe essere costruita nel Parco Nazionale d'Abruzzo. Un branco di lupi vi potrebbe vivere in uno stato semiselvaggio.

Nel 1968 lo zoologo Simonetta stimava, in tutta Italia, una popolazione di circa 300 esemplari; pochi anni dopo (1972) questa era, a stime necessariamente approssimate, scesa a 200.

Il censimento eseguito dagli esperti del WWF coordinati da Erik Zimen e Luigi Boitani nel 1974 ha fornito infine un risultato estremamente preoccupante: dai monti Sibillini in Umbria alla Sila i lupi sopravvissuti non sarebbero più di cento. 

Questa la suddivisione approssimativa per massicci montuosi:

monti Sibillini-monti della Laga: 8 lupi
altopiano delle Rocche-Velino-Sirente: 5 lupi
monti della Tolfa-alto Lazio: 12 lupi
Malella-Parco Nazionale d'Abruzzo: 22 lupi
monti del Matese: 3 lupi
monti dell'Irpinia: 8 lupi
monti Alburni: 4 lupi
monte Sirino: 4 lupi
monte Pollino-catena costiera: 12 lupi
altopiano della Sila: 25 lupi

Il WWF, sulla base di queste risultanze e delle successive impegnatissime ricerche sull'ecologia di questo animale (che per molti studiosi appartiene ad una sottospecie peculiare, il Lupo appenninico [Canis lupus italicus]) ha ottenuto, grazie anche all'azione di propaganda e di appoggio del Gruppo Lupo Italia sorto nel suo seno, la protezione totale dell'animale da parte dei due ministri per l'Agricoltura che si sono succeduti dal 1970, Lorenzo Natali e Giovanni Marcora; e, quel che più conta, dal 22 novembre 1976, il divieto assoluto di adoperare, per qualsiasi motivo, i famigerati bocconi avvelenati.

Però, nonostante l'azione, iniziata nel 1970, tesa a riqualificare il lupo e a cancellarne l'ingiusta immagine di animale nocivo, nonostante il fatto che molte regioni interessate dalla presenza di questo carnivoro (Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata) si siano impegnate a risarcire gli eventuali danni provocati, ancor oggi i lupi continuano a morire in tutta Italia: vuoi per bocconi avvelenati che, pur se diminuiti drasticamente, in qualche caso sono ancora abusivamente utilizzati, vuoi per fucilate, vuoi per investimenti stradali, ogni anno il WWF e il Gruppo Lupo Italia debbono registrare dati certi di uccisioni per più di 10-15 esemplari: dal novembre 1975 al marzo 1976, nel solo Abruzzo, sono stati uccisi ben 13 lupi. Una cifra terrificante, se si considera la popolazione totale e il fatto che l'animale risulta protetto a tutti gli effetti. Di questi tredici, otto sono caduti vittime dei cacciatori e cinque di veleno, in quel periodo ancora ammesso per l'uccisione delle volpi.

Nell'inverno 1977 le cose sono andate ancora male, con almeno 10 uccisioni solo da dicembre a gennaio, sia nel Lazio, sia in Abruzzo.

Ma pur nella preoccupante situazione si possono fare alcune positive riflessioni: in primo luogo forse il numero totale dichiarato dagli studiosi del WWF ha peccato per difetto: non si spiegherebbe altrimenti come ancor oggi si possano verificare tante uccisioni; a meno che, come sostengono i pessimisti, non si stia dando fondo all'ultimo manipolo di lupi ancora presenti nell'Europa centrale. In secondo luogo l'atteggiamento della parte migliore dell'opinione pubblica e della stampa ha perfettamente compreso il valore dell'animale dal punto di vista ecologico, estetico, folcloristico; si moltiplicano le denunce, le pene per l'uccisione di un lupo sono aumentate dal gennaio 1978 fino ad un massimo di 3 milioni di lire (un bel successo se paragonate ai cospicui premi che meno di cinquant'anni fa la stessa operazione riscuoteva). Infine, l'iniziativa di reintrodurre cervi e caprioli nell'Appennino per ricostituire una base alimentare al lupo oggi ridotto in molti casi a frugare negli scarichi di rifiuti, sta dando i primi frutti.

L'importante è salvarlo: l'uomo ha bisogno di sapere che, non importa dove, esistono ancora luoghi ove nelle sere d'inverno il grigio fantasma dei boschi lancia alla luna il suo meraviglioso ululato.