Questo testo è l'oggetto della comunicazione presentata al Convegno "L'orso e il lupo: la presenza storica degli animali selvatici nell'appennino tosco-marchigiano" tenutosi il 6 giugno 1999 a Miratoio di Pennabilli (PU)

Gli atti del Convegno, a cura di Francesco Vittorio Lombardi e Walter Monacchi, sono stati pubblicati dall'Ente Parco Naturale Regionale del Sasso di Simone e Simoncello con il patrocinio di:
- Regione Marche
- Repubblica di San Marino, Segreteria di Stato per la Pubblica Istruzione, gli Affari Sociali, gli Istituti Culturali e la Giustizia
- Provincia di Arezzo, Assessorato alle Politiche del Territorio

Si ringraziano l'Autore e l'Editore


Ancora oggi nel gergo delle popolazioni del nostro Appennino - quello feretrano e quello della Massa Trabaria - ad una persona colpita da afonia, ci si rivolge, in tono sul faceto e l'interrogativo: "Hai visto il lupo?!".
L'espressione -indubbiamente residuale- è meno peregrina di quanto si pensi: ha smarrito il suo antico valore culturale e simbolico, che invece i Romani avevano vivo e concreto ma attesta una koiné che giunge a noi da lontano. Nel simbolismo arcaico uno dei poteri del lupo era quello fascinatorio il potere dello sguardo, per cui perdeva la voce colui che veniva scorto per primo dal lupo
1; potere numinoso assai avvertito anche nel Medioevo 2, che poi decade ma non si perde e diventa elemento comprimario nel mondo magico/stregonico, che tocca anche gli uomini dotati di certi "poteri", i maghi/guaritori, gli stregoni della rete protettiva che vanno dal mondo analfabeta e preindustriale a quello masmediatico 3.
Questo aspetto "fascinoso" del lupo entra e persiste anche nella letteratura "colta"
4. La credenza antica dell'uomo/lupo, del lupo mannaro, del licantropo e, per altri versi, dell'omo selvatico, giunge fino ai nostri giorni, partendo dalle culture indoeuropee, dove il lupo è il "varka", cioè il rapinatore 5. Anzi, secondo Erodoto, l'antico popolo dei Neuri una volta all'anno si trasformano per qualche giorno in lupi. Eredità trasferita al Medioevo e oltre, quando - nota Cardini  6 -,la "saga germanica" e anche la ugro/finnica ci presentano dei "guerrieri/belva", che dovevano la loro ferinità a procedimenti magico/rituali, alla danza, alla mimesi esterna, al vestirsi della sua pelle: e della belva, questi guerrieri, avevano il potere fascinatorio sull'uomo, la facoltà di fargli paura. Una ritualità ancestrale, che si riscontra in certi atteggiamenti dei cacciatori di lupi della maremma viterbese, chiamati a estirpare l'animale dall'area del Monte Nerone a partire dal 1823 e che si rivestivano delle pelli dei capi uccisi 7.
Ma il rapporto lupo/Appennino si sviluppa nel tempo senza cesure e su più versanti disciplinari, pur avendo nell'immaginario collettivo una costante significativamente negativa, con qualche variante che dà una caratteristica di peculiarità ad alcuni elementi della mitologia del lupo. In queste aree, infatti, convive l'equazione lupo/demonio, che in generale almeno altrove ebbe molta importanza in periodo medievale e nella letteratura cristiana, assieme ad una identificazione della figura demoniaca con la capra, anzi con il caprone, il maschio e altre forme animalesche, tanto che si può parlare di un "diavolo panzooico"
8.
Il lupo è problema non solo dell'immaginario ma del quotidiano dell'uomo della società agro-silvo-pastorale; ha fatto parte della realtà del pastore e del contadino/agricoltore e, in certe epoche, ha investito le stesse aree urbane e poi, per motivi diversi, il mondo della nobiltà e i costumi di corte, con, soprattutto, le cacce e l'araldica
9. Il lupo, anzi, è un tema centrale nel rapporto uomo/ambiente, e progressivamente sempre più viene colto nei suoi caratteri di elemento ostile 10: anche se - osserva l’Ortalli - il lupo divoratore di uomini si può definire una “invenzione” del medio-evo 11. Fatto è che, rotti gli equilibri ambientali formatisi nell'Alto Medioevo, con la riduzione ad opera dell'uomo delle aree boschive e della selvaggina, la serietà del pericolo, il peso della paura, l'estensione della presenza, la ridotta capacità di difesa sono alla base di un radicale cambiamento di mentalità 12. Non a caso - scrive Le Goff - c'è un primo Medioevo dominato da un uomo che ha una visione pessimistica di sé stesso, debole, vizioso, umiliato davanti a Dio (dal IV fino al X secolo e ancora al XIII secolo), mentre dai secoli XII e XIII prende il sopravvento l'immagine ottimistica, "riflesso della immagine divina capace di continuare sulla terra la creazione e di salvarsi" 13. Stagione dell'ottimismo in parte anticipata dal Duby ai giorni delle grandi cattedrali - 1130/1280 - viste non solo come una "materializzazione teologica" ma anche come il nuovo sentimento dell'uomo: Dio è luce, l'uomo e la ragione, la felicità. E questa cooperazione alla salvezza si manifesta anche con un rapporto/collaborazione con l'ambiente 14.
Proprio le non poche ossessioni dell'uomo medievale (i vizi, il visibile, e l'invisibile, il miracolo, l'ordalia, l'aldilà, la memoria, la mentalità simbolica, il colore, ecc.) contribuiscono a fare del lupo un elemento sempre più di turbativa e di conseguenza oggetto di attenzione da parte di numerosi culti santorali
15.
Nell'Appennino del XII sec. tutto ciò è piuttosto documentato. La paura della "contaminazione" da carni "lupate", cioè uccise dal lupo, che è paura di influenze malefiche in un immaginario magico/superstizioso ma sottintende, direi progressivamente, anche una prudenza per la salute degli uomini, è codificata come divieto della consumazione e prima ancora della vendita dagli Statuti di varie comunità, come ricorda Cherubini
16: Montaione, Castel del Piano, Bagno di Romagna. Divieto che è presente a Pieve S. Stefano ancora negli Statuti del 1657, dove alla rubrica "De Beccai e loro obligo", si legge: "Et non possa vendere in detto Castello alcuna carne lupata  et stramazzata". Poi aggiunge: "Ma quella debba vendere di fuora" del macello 17.
Sono presenti anche taumaturghi locali, invocati come tutela dal lupo: il beato Raniero a Sansepolcro, il beato Torello da Poppi in Casentino, per non ricordare l'influsso del francescanesimo in un contesto ambientale che è stato definito la "Terrasanta serafica"
18. La presenza del lupo è documentata nelle colline di Rimini, del forlivese, in Casentino, sulle montagna della Valdichiana cortonese, a Bagno di Romagna 19. Sul finire del Medioevo e oltre, alcune testimonianze interessano la Valtiberina: attorno alla metà del sec. XIV, l'Estimo di Caprese Michelangelo ha una particella intestata a Stefano di Grazia, in località Farfaneto, definita "pastura d'orsi e di lupi e altre bestie selvatiche" 20. Anche negli Statuti di Monterchi e di Monte Agutelli del 1569 c'è una conferma, indiretta, sulla presenza del lupo: "Se un guardiano dicesse che alcuni suoi animali sono morti da "lupo o per inondazioni d'acqua" sia tenuto mostrare alli padroni il cuoio o pelle o qualche altra prova" 21. Sono ancora gli Statuti di Casteldelci - come è noto - datati al 1694 ma esemplati su quelli di Guidubaldo I del 1495 a informarci della presenza di orsi e di lupi "nella Valle di Casteldelce" 22. Mentre a S. Leo, il Commissario il 5 novembre 1634 si esprime su come pagare "paoli 20 per ciascun lupo che si ammazzasse" in risposta a tal Lazzaro di Cecco che aveva chiesto il dovuto compenso perché aveva ucciso dei lupi 23

Documenti e letteratura 

La presenza del lupo nelle terre prese a campione per la ricerca, risulta da una pluralità di fonti, che però solo parzialmente sono state indagate: manca, per es., la ricerca negli archivi marchigiani. I risultati, pertanto, non intendono porsi come un prodotto esaustivo e le conclusioni - se di conclusioni si può parlare - assumono i connotati di un approdo momentaneo.
Esplorati alcuni relitti toponomastici, vengono percorsi itinerari archivistici per le residue fonti documentarie, con particolare riferimento alla documentazione del Capitanato di Giustizia del Sasso di Simone, anche perché le fonti e le cronache edite solo saltuariamente si interessano al problema.
La toponomastica ci rende pochi e non sempre determinanti o diretti elementi circa la presenza del lupo; a volte è in connessione con attività di caccia al lupo o di una simbologia ad esso afferente. Lupaiolo è comunità in Comune di Piandimeleto; Ca' del Lupo è in comune di Pennabilli; Ca' Lupardi è menzionato nel Catasto Leopoldino di Badia Tedalda (1828) e ancora è vocabolo conosciuto tra Ranco e Rofelle; "Fossa lupaia" è una macchia tra Villa di Belvedere, in Comune di Sestino, e S. Gianni: toponimo moderno che è identificabile con la "foveam Lupariam", dove risulta collocato l'ultimo termine, nel 1637, per la divisione delle parrocchie di Colcellalto e di Palazzi
24. Nelle mappe confinarie del 1787, precisamente nella terza, siglata il 28 novembre, relativa al tratto Bascio/fiume Senatello, dividente i territori di Cicognaia e di Pennabilli, tra il fosso delle Caselle e il Fosso del Butrione, il termine n. 16 è collocato in "Luogo detto Val di Lupo" e il 17 è posto presso "Case di Malabarba l.d. Val del Lupo", in prossimità di una strada 25; un "Poggio del Lupo" si riscontra in carte confinarie andando dal Peschio, sul crinale, verso il Sasso di Simone 26.
Di una certa consistenza è la documentazione archivistica - anche se frammentaria - relativa alla zona Sestinate e al Capitanato di Giustizia del Sasso di Simone.
Nel libro delle Ragioni della Podesteria di Sestino, all'anno 1605 figurano due interessantissime poste in uscita, già note invero: "A Domenico di Geronimo del Regno di Napoli fratelli e compagni per una Lupa grossa presa nel Sasso, cioè nella macchia del Sasso, lire 56". "Ad Antonio di Pierozzo da Gubbio lupaio come sopra per sette lupattini vivi presi nella sud. Macchia a scudi uno per ciascuno, lire 49"
27. Nel 1611 forse lo stesso Geronimo, qualificato come "Geronimo di Marcello", "per haver amazzato due lupi nella macchia di S.A.S." figura tra i percettori di lire 56, con accanto una richiesta di precisazione: "Al Cancelliere dichiari se sono piccoli o grossi e si risolverà (?) questi sono dua lupi grandi come una volpe grande come per fede delli Rappresentanti della Petrella in Cancelleria"...28.
L'importanza del documento va oltre la testimonianza sul lupo. Quella di Gironimo di Napoli e di Antonio da Gubbio al Sasso di Simone non è una presenza casuale.
Infatti, nonostante una lotta generalizzata al lupo, non si escludeva che laddove ci fosse una più fitta presenza del predatore, si formassero degli esperti in quel tipo di caccia, che poi venivano richiesti in varie località. Federico II nel 1239, cerca in Abruzzo uomini capaci di confezionare bocconi avvelenati per i lupi e per le volpi. E nel 1585, vent'anni prima dei nostri Gironimo e Antonio, il Duca di Ferrara, Modena e Reggio domanda "lupari" del regno di Napoli per estirpare l'animale dai suoi territori. Lupari di Napoli vengono chiamati nel Granducato di Toscana sia nel XVI che nel XVII sec. E così si può spiegare questa presenza di "esperti cacciatori di lupi" nel Capitanato del Sasso di Simone
29.
Il 22 luglio 1612, si riuniscono i Consiglieri e rappresentanti la Podesteria di Sestino "nella solita sala del Palazzo del Sig. Capitano del Sasso" e uno degli argomenti principali, tra quelli affrontati, riguarda proprio la "convivenza" con il lupo.
"Atteso la lettera del Magistrato de Signori Nove delli 3 di luglio 1612 sopra il supplicato di Mastro Valerio Baldassarri e di Cesare suo figlio che domandano potere attendere a pigliare li lupi con le tagliole con ricevere scudi otto per lupo che si danno agli altri che amazzano lupi con detto artifizio /.../ dissero che in questa Podesteria non vi è mai stata provisione particulare che dispensa patente alcuna a chi amazza lupi e quando ne è stato amazzato alcuno l'hanno di gratia hauto il pagamento; e in questa Podesteria se ne sente pochi et almancho dieci, che non hanno fatto danno alchuno e il concedere tal licentia a Mastro Valerio e suo figlio sarebbe più presto danno che utile perché le tagliole piglierebbono presto li cani e li bestiami che li lupi e ne seguirebbe danno alla Podesteria"; pertanto fu espresso parere negativo: anche perché "vi sarebbe danno per il Gran Duca rispetto alla fida della Macchia che non si troverebbe chi fidassi per paura delle tagliole per esserci gran quantità di bestie d'armento"... 
30.
In effetti il problema sembra rimosso o non più drammatico e scompare dalle fonti documentarie locali; salvo un episodio del 1653, per un pagamento di 8 scudi a "Oratio di Masso dal Montirone" per aver ammazzato due lupi, anche se non aveva la licenza di lupaio
31. Se "scompare" dalle carte d'archivio, il lupo permane nell'area e ne dà conto Pier Antonio Guerrieri, che stampando la "Carpegna abbellita" nel 1667 scrive di "ricreazioni" in estate "et a tempo anche si esercita la caccia de lupi et altre fiere silvestre" 32.
La prima metà del Settecento presenta una regolare serie documentaria.
Il Libro dei Saldi della Podesteria di Sestino (1705/1714), per l'anno 1713 porta tra le figure "stipendiate" appunto quella del "Lupaio".
Nel "calcolo delle entrate e uscite dal primo luglio 1706 a tutto giugno 1707" figura pertanto in uscita: "A Francesco di Battista Balchesini, patentato di Lupaio, lire sessanta per haver preso alla Tagliola nel Comune della Petrella l.d. il Poggio del Lazzeraccio un lupo"; con fede dei Rappresentanti di quel Comune, del 26 aprile 1707
33.
"A Francesco di Battista Balchesini patentato Lupaio, lire sessanta per aver preso alla tagliola nel Comune della Petrella, nella Macchia del Sasso, luogo detto Poggio Lazzeraccio, un lupo maschio " (1713)
34.
Sempre "A Francesco di Gio. Battista Balchesini patentato Lupaio, per aver preso un lupo maschio, come si dice nella fede de Rappresentanti, lire 60" (1714)
35.
È sempre la Famiglia Balchesini che mantiene, si può dire per eredità, la "patente di lupaio". Infatti nel 1725 sono i figli di Francesco, Gio. Battista e Antonio "fratelli e figli di Francesco Balchesini, Patentati Lupai (che riscuotono) per aver preso un lupo grosso, come si dice nella fede de Rappresentanti, fede con la ricevuta de 5 Agosto 1725, lire 56"
36. L'anno successivo: "Al Sergente Gio. Battista Balchesini patentato lupaio per aver preso due lupi grossi alle Tagliole, come si dice nelle Fedi de Rappresentanti, a lire cinquantasei dell'uno, in tutto lire 11" 37. Dalla "Ragione dell'Entrata et Uscita del Sig. Angelo Marini Camarlingo Generale della Podesteria di Sestino per un Anno a tutto Giugno 1728"... si ricava un altro episodio: "Al Sergente Gio. Battista Balchesini patentato lupaio per aver preso un Lupo grosso alla tagliola, lire 56. A Gio. Pavolo di Cosimo altro patentato lupaio per avere preso due lupatelli di latte a ragione di lire sette l'uno, lire 14. A Mario di Cherubino per avere ammazzato un lupo grosso in questo Capitanato, in virtù di Decreto del Magistrato Ill.mo de SS. Nove, del dì 7 ottobre I 728, lire 56" 38.
L'aumento dei "patentati" o comunque dei catturatori, probabilmente non è casuale e si dovrebbe pensare ad uno stato di particolare emergenza da lupi.
La stessa frequenza e il numero delle catture avvalorano questa ipotesi. Infatti si hanno catture anche nell'anno successivo. Nel "bilancio" del 1730 è iscritta la posta in uscita: "A Gio. Battista Balchesini lupaio per haver preso sotto dì 12. 9bre. 1729 un lupo grosso nel Comune di S. Donato, lire 56. Al medesimo lupaio per altri due lupi grossi presi nel Comune della Petrella, che uno sotto dì 27. 7bre. 1729, l'altro sotto dì 25. Xbre. 1729, secondo la fede e ricevuta, lire 112"
39.
Continuano gli episodi, scrupolosamente registrati tra le spese pubbliche.
Nel 1732: "AI Sig. Gio. Battista Balchesini e fratello lupai, per haver preso alla tagliola un lupo grosso sotto dì 23 dicembre 1731, lire 56". A lato figura la glossa:
"Produca la testa di d. Lupo, fede e ricevuta"
40. "Al Caporal Ligio Ligi altro lupa/o per aver preso un altro lupo grosso alle tagliole sotto dì 6 Aprile 1732, lire 56". E a lato altra precisazione: "Cassa come sopra per le sudette due parti di lire 56 l'uno, per avere trasmesso nell'Ufficio de SS.ri Nove le Teste de suddetti Lupi" 41. "Al Sergente Gio. Batt. e Antonio suo fratello Balchesini lupai, per aver preso alla tagliola due lupi grossi sotto dì (sic)... lire 112". Ulteriore precisazione a lato: "Altra volta si produca le teste, altrimenti la fede de Rappresentanti non servirà anzi vedute le teste" 42.
Una cattura del tutto singolare era avvenuta qualche anno prima, nel 1725, nel comunello di Lucemburgo, sempre nel territorio di Sestino.
L'attestano più testimonianze. Protagonista è Mario di Cherubino e testimoni sono Paolo Piccini e Gio. Maria di Tommaso, tutti del luogo. "Mario di Cherubino di Lucemburgo - testimonia il Piccini - il giorno del Venerdì santo cioè il 26 marzo 1725 ammazzò nel fosso del Baregnaio e Giuncheto un lupo grosso, zoppo da una gamba di dietro dalla parte sinistra, con un palo grosso e con delle pietre /.../ Io lo so, perché essendo io insieme a Gio. Maria di Tommaso nella chiesa di d. luogo e con Benedetto mio fratello a cavare sepoltura per il nostro curato che era morto, sentii chiamare Aiuto, Aiuto. Inde accorremmo tutti insieme e si trovò in detto luogo che è fra il fosso di Baregnaio e il Giuncheto distante da d. chiesa da due tiri d'archibusio, il med.mo Mario che inseguiva d. Lupo e con d. palo e pietre lo colpì e l'ammazzò nel fosso del Giuncheto". Precisa Gio. Maria: "Si accorse tutti e si trovò nel Giuncheto d. Mario di Cherubino che inseguiva d. Lupo e condottolo nel fosse l'ammazzò con un colpo nella testa e con di molte pietre che gli avventò"
43.
È evidente che l'animale era ferito, forse scappato ad una tagliola, dove aveva lasciato una zampa.
Un episodio simile - e quindi siamo in presenza di un "modus operandi" assai diffuso - è registrato il 22 aprile 1779 a Bagno di Romagna, in località Ranchetti: una "archibusata", gente che accorre e chi con la mannaia, chi con sassi assaltano e uccidono "un animale assai brutto", che, dopo consulto, l'esperto locale definisce "lupo bastardo"
44.
Le ricorrenti glosse e precisazioni nei documenti sestinati fanno supporre o qualche abuso o una diversa "politica" contro il lupo, probabilmente avvertito come presenza meno numerosa e pericolosa. In effetti la serie di pagamenti si interrompe - almeno nella documentazione locale - e non si hanno notizie, in bilancio, se non nei primi dell'800. Ma su come affrontare il "problema lupo" dalla metà del Settecento influisce anche un mutato quadro normativo di disattivazione delle patenti e della caccia all'animale, che poi costringono il Granduca a riattivare con bando del 21 marzo 1770 il costume dei "patentati" per il controllo delle presenze del lupo.
Non mancano però episodi che sono estremamente importanti proprio per illuminare sulla continuità della presenza del lupo e su una sua particolare pericolosità. Tra l'altro è un periodo di grandi e continue lamentele di alcune comunità sestinati, poste sui tragitti delle strade maremmane: lamentele che sono dovute all'eccessivo carico del bestiame portato ad estivare sulle pasture appenniniche. Non è da escludere, quindi, come Cherubini ha scritto, che il lupo facesse da "compagno non troppo desiderato" delle mandrie e dei greggi in occasione della monticazione e della demonticazione
45.
È del 1781 una delle denunce più gravi contro la presenza del lupo nella nostra zona (una presenza, che però è attestata coeva piuttosto numerosa anche nel territorio di Bagno)
46, contenute, in sostanza, nel dispositivo di un "Partito" della podesteria di Sestino del 26 giugno di tale anno:
"Considerato il grave danno e la strage che fanno ogni anno i Lupi de bestiami che pascono alla Campagna con rovina de poveri proprietari, il che succede per non esservi persone che attendino alla caccia de medesimi con la tesa delle tagliole, sapendo che in questi luoghi vi è solamente Luca Balchesini che sia provisto degli arnesi necessari per bene eseguire e con buon successo d. Caccia da Lui medesimo e da Suoi antenati più volte esercitata e che assumerebbe questa impresa quando le fosse accordata la patente di Lupaio, da esso in altri tempi tenuta, tanto per se che per Michele di lui figlio, desiderando il pubblico che egli di nuovo la intraprenda per estirpare questi pericolosi e dannevoli animali; ordinorno darseli copia del presente partito che potrà servirli per attestato de danni, che essi annualmente cagionano e della di lui abilità, acciò con esso possa presentarsi dove et appresso di chi occorra per ottenere la mentovata patente"
47.
Il partito ci dà diversi elementi informativi ma soprattutto è esplicito sulla aggressività e numerosità dei lupi, parlando di "strage". La situazione, sia per numero, sia per la tecnica di cattura consentita è chiaramente assai diversa rispetto a quella documentata per il primo '600.
Ai primi dell'800 il lupo riappare come "calamità pubblica" se iscritta nuovamente in bilancio, anche nei capitoli di previsione, una spesa cospicua. Nel bilancio di previsione della Comunità di Sestino del 1816, tra le uscite figura: "Per l'uccisione dei Lupi, lire 350"
48.
La cifra è piuttosto considerevole. Per es. è pari alle spese fiscali e per alimenti dei carcerati, ed è pari anche alla somma stanziata per il mantenimento dei dementi. Lo stipendio del Maestro di scuola è di poco superiore, lire 368. Per ordine di grandezza è al 20° posto su 35 poste di spesa.
Non ho rintracciato altra documentazione, anche se può apparire strana una spesa "una tantum". Merita, però, sottolineare che il periodo - gli anni dal 1815 in poi - sono tra i più difficili del secolo per carestie, mortalità e intemperie.
Cito, in proposito, il passaggio di un solo documento, una deliberazione di Sestino del 27 settembre 1816, per una supplica a S.A.R.I., tesa all'esenzione dalla tassa prediale "poiché la loro Comune ha inverni che durano sette mesi all'anno; che la parte selvosa, pascolativa e sterile comprende sette ottavi del terreno /.../ e un solo ottavo la porzione seminativa /.../ che da tre anni a questa parte la più orribile carestia si fa sentire nella Comune per cui non pochi individui sono morti di fame"
49.
Sulla calamitosità del periodo c'è una nutrita letteratura. Mentre la documentazione d'archivio, sul nostro problema, pare arrestarsi a questa data
50. Ma documentazioni di aree vicine - come nel Rettorato di Sant'Agata, cui si riferisce la successiva citazione - confermano una presenza del lupo ancora inquietante per le popolazioni rurali: "Adì, 17 marzo 1806. Stante li danni che vanno recando in questa Giurisdizione i Lupi, che in buon numero, e fino a sei e più uniti girano anche in vicinanza di questa terra, fu affissa Notificazione d’ordine de P.P. Rappresentanti col premio di scudi otto a chi prenderà o ammazzarà entro i confini di questo Rettorato una Lupa femmina e di scudi cinque ogn'uno di essi animati maschi" 51. Una presenza consistente è denunciata ancora nel territorio di Bagno di Romagna 52 per cui anche la ripetuta legiferazione in materia in ambito toscano dimostra l'attualità del problema e la continuità di una vicenda all'interno di un ecosistema di "normale" evoluzione/involuzione.
Le modalità con le quali si affronta il "problema lupo" in Toscana dal sec. XVI, sono rispecchiate o derivate da una serie di Bandi granducali, che si riflettono, ovviamente, nelle pratiche locali e che ci aiutano a comprendere le modalità di cattura, le autorizzazioni con patenti, la figura del lupaio, i pagamenti, ecc. La materia, in parte già codificata negli Statuti locali, può essere esemplata su alcuni testi, cronologicamente strategici.
Il primo è un Bando del Granduca di Toscana del 5 dicembre 1570 "Sopra lo Ammazzare Porci et Lupi", con il quale si concede "l'ammazzare o pigliare Porci e Lupi (in varie Bandite). ..purché non si ammazzino, o piglino con archibusi o rete di qualsivoglia sorte". Il Cantini, che ha chiosato il contenuto del bando nella sua raccolta sulla legislazione toscana
53, spiega che le molte bandite introdotte dai Medici, erano diventate il rifugio dei due selvatici tanto che "i Lupi e i Cignali non solamente si trovavano nelle Maremme nella stagione dell'inverno e in quella della estate nelle Montagne, come succede presentemente (scriveva nel 1803) ma anche nel cuore della Toscana ne' luoghi popolati e vicini alle Città s'incontrano questi animali, i quali recavano grandissimi danni al bestiame e agli abitatori della campagna".
Un successivo "Bando generale di Bandite e Sbandite di caccie e Uccellagioni ecc." del 17 settembre 1612, conferma, nella sostanza, i divieti già espressi contro la caccia ai lupi nelle bandite e ai lupai piena facoltà di uso di Tagliole, lacci "o altri loro simili ordigni", comandando a tutti la più ampia collaborazione in favore dell'opera dei lupai. Uno "status" che in seguito verrà ribadito e ampliato di privilegi
54.
Un terzo Bando è dell'11 maggio 1618
55 e riguarda soprattutto la Romagna Toscana. In sostanza si ribadisce che non è "mai prohibito ad alcuno in alchun tempo pigliare o ammazzare lupi" eccettuato in alcune bandite ma con le armi consentite. I lupai e tutti gli altri autorizzati alla caccia dell'animale non possono essere impediti da nessuno e per nessun motivo dal mettere "tagliole, lacci o altri simili ordigni". Per chi li contrasterà è prevista addirittura la galera; "E le comunità, dove si ammazzeranno li Lupi, siano tenute dare, pagare a detti lupai o altre persone destinate per tale effetto, quello che per la patente fatta loro si dispone" ecc. 56.
Ognuno di questi dispositivi sottolinea il particolare "status" che gode il lupaio, evidentemente in conseguenza della sua particolare funzione pubblica.
"Status" ben più evidenziato nel "Bando per i Lupai del 22 luglio 1744"
57. Poichè svolgono una attività di grande interesse generale, vengono loro riconosciuti privilegi del tutto straordinari. Possono portare la spada, lo spiede, l'accetta ed anche "l'archibuso a palla", insieme però agli armamenti da lupaio: "Che per portare le stanghe, taglioni ed altri loro bagagli da luogo a luogo siano provveduti di bestie e carriaggi dalle rispettive Comunità, con somministrare loro spaghi, fune ed altre cose... Che non sia fatta pagare loro nessuna tassa o pedaggio... Possono fare taglioni e stanghe dove ne avranno bisogno ...". Per ogni lupo che avranno ammazzato "sia pagato il premio di scudi 8 d'oro per ciaschedun lupo grosso e scudi uno per ogni lupettino"... "Che nessuno ardisca offendere o maltrattare detti lupai"... "Che detti lupai siano in tutti i luoghi ricevuti ed alloggiati da tutti gl'Osti e respettivamente da tutti i camarlinghi ed altri Deputati delle Comunità e che tutti i Governi, Commissari ed altri Ufiziali di Giustizia prestino ad essi ogni necessaria assistenza" 58.
La figura del Lupaio ha storia antica. Nasce con Carlo Magno che nel "Capitulare de Villis", volendo affrontare con determinazione la guerra al lupo istituisce i "Lupari", e si precisa: "Dei lupi ci comunichino quanti ognuno di loro ne abbia presi e ce ne facciano pervenire le pelli. E nel mese di maggio cerchino dovunque i lupacchiotti e li prendano, tanto con veleno ed esche o tagliole, quanto con fosse e cani"
59.
I risultati di questa legislazione non furono da poco, se Frotario di Toul, risponde al re: "la vostra generosissima saggezza... affidò alle mie mani l'ovile della santa chiesa così che mi opponessi ai morsi degli irruenti lupi e li reprimessi e ammazzassi con tutta l'energia di cui fossi capace. Poiché non è ancora il tempo di rendere il conto di quella lotta, tuttavia riferirò intanto al vostro zelo come ho combattuto nell'uccisione fisica de' lupi. Dopo che mi affidaste quell'episcopato, io uccisi nelle vostre foreste 240 lupi, e dico io uccisi poiché furono presi sotto il mio personale comando"
60.
I lupari o cacciatori di lupi dall'età di Carlo Magno sono giunti fino alle soglie dell''800. Tale figura, non è del tutto continuativa, stante anche i costi che comportava ma anche in conseguenza - e lo si è visto - di stagioni di maggiore o minore presenza del predatore. A volte si è preferito semplicemente la taglia. Si può dire, invece, che la strumentazione di caccia resiste a lungo nel tempo: reti, fosse, archi, balestre, trappole, bocconi avvelenati, come si desume da più fonti, anche Valtiberine.
La documentazione rintracciata per il Sasso di Simone, suggerisce che non fossero solo le sue macchie e il suo ambiente rifugio del lupo ma che questo tratto dell'Appennino tra Valtiberina e Montefeltro rappresentava un habitat assai adatto alla presenza del lupo. Che tra Sasso di Simone e crinale appenninico verso la Valtiberina corresse una delle più antiche e frequentate strade della transumanza può aver favorito lo spostamento dell'animale lungo i tratturi percorsi dai bestiami e dagli uomini. Una presenza, però, numericamente incostante e forse non solo per l'efficacia o meno della guerra scatenata contro di esso; piuttosto anche per il variare delle condizioni ambientali e antropiche dal '500 in poi, che hanno segnato l'esistenza del lupo e la vita di popolazioni, passate da una densità eccezionale a metà Cinquecento, al dimezzamento a cominciare dagli anni Novanta e a una costante diminuzione, tra morbilità, periodi pandemici e persistenza di una lunga inversione climatica fino a tutto il Settecento. L'equilibrio torna a rompersi con l'Ottocento, quando aumento della popolazione e avversità naturali segnano fortemente alcuni periodi. Nelle mutazioni climatiche e dell'antropizzazione dell'ambiente può leggersi non solo una minore o maggiore attenzione dell'uomo per il lupo ma anche il mutare di suoi comportamenti e quindi una sua maggiore o minore pervasività e pericolosità. Una storia che continua anche oggi, in una realtà più complessa per la montagna del Sasso di Simone e dell'Appennino centrale, con nuove "mitologie", "favole metropolitane" e una rinnovata competizione uomo/lupo, indirettamente riesumata dalla realizzazione di Parchi e di Riserve naturali.

  

1 G. ORTALLI, Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel Medioevo, Einaudi 1997, p. 66 e n. 42, con bibliografia e ampia citazione degli autori latini in materia; G. CHERUBINI L'italia rurale nel basso Medioevo, Laterza 1966, p. 200.

2 Cfr. CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., pp. 200ss.

3 Cfr. M. RENZI, Il rospo d'oro. Dal Montefeltro alla Valtiberina. Viaggio tra le magie ancora nascoste dell’Appennino, Editoriale Delfi, 1998.

4 ORTALLI, Lupi genti culture, cit., p. 89 e, per gli autori italiani, soprattutto nota 130.

5 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., p. 201.

6 F. CARDINI, Alle radici della cavalleria medievale, La Nuova Italia Editrice 1981, pp. 77ss.. Sulla densa simbologia e sulla mitografia relative al lupo, con una estesissima letteratura, citiamo, con relative bibliografie: i due tomi delle settimane di studio del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, XXXI, L'uomo di fronte al mondo animale nell’Alto Medioevo, Spoleto 1985; Ortalli, Lupi genti culture, cit., soprattutto la parte Il, Natura, storia e mitografia del lupo nel medioevo, pp. 57-122; CARDINI, Francesco d’Assisi e gli animali, in "Studi francescani", 1-2(1981), pp. 7-46; Id., Il lupo di Gubbio. Dimensione storica e dimensione antropologica di una "Leggenda" in "Studi francescani", 3-4 (1977), pp. 315-344; G.P. CAPRETTINI, San Francesco, il lupo, i segni, Torino 1974.

7 G. ALLEGRETTI, Quando la Massa Trabaria non dette più travi, in Sergio Anselmi (a cura di), La montagna tra Toscana e Marche. Ambiente, territorio, cultura, società dal medioevo al XIX secolo, Franco Angeli 1985, pp. 227,228.

8 P. BOGLIONI, Il Santo e gli animali nell’Alto Medioevo, in: L'uomo di fronte al mondo animale nell'alto medioevo, Spoleto 1985, cit., Il, p. 966.

9 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., p. 202; CARDINI, il lupo di Gubbio, cit., p. 340.

10 ORTALLLI, Lupi genti culture, cit., p. 57.

11 Ivi, pp. 68ss.

12 Ivi, pp. 109,121; CHERUBINI, L'Italia rurale, Cit. p. 201. Cfr. per alcuni aspetti: G. Duby, L'economia rurale nell’Europa medievale, Laterza 1984; F. CARDINI, "De Finibus Tusciae". Il medioevo in Toscana, Arnaud 1989; B. ANDREOLLI - M. MONTANARI, Il bosco nel Medioevo, CLUEB Bologna, 1988; O. CAPITANI, Storia dell'italia Medievale, Laterza 1986; CHERUBINI, Signori contadini borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso medioevo, La Nuova Italia 1974.

13 J. LE GOFF, L'uomo medievale, p. 5, in J. Le Goff(a cura di), L'uomo medievale, Laterza 1988; R. MORGHEN, Medioevo Cristiano, Laterza 1965; G. DUBY, Le origini dell'economia europea. Guerrieri e contadini nel Medioevo (a cura di V. Fumagalli), Mondadori,1972; R. PERNOUD, Medioevo, un secolare pregiudizio, Bompiani 1999.

14 G. DUBY, L'arte e la società medievale, Laterza 1982, pp. 111ss.

15 LE GOFF, L'uomo medievale, cit., pp. 30 ss.; ORTALLI, Lupi genti culture, cit., pp. 110 ss. Cfr. in generale: V. FUMAGALLI - G. ROSSETTI (a cura di), Medioevo rurale. Sulle tracce della civiltà contadina, Il Mulino, 1980. Cfr. inoltre il saggio di Andrea Czortek in questo stesso volume.

16 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., p. 203.

17 Archivio di Stato di Firenze (ASF), Statuti Comunità Soggette, Statuti di Pieve S. Stefano, n. 1657.

18 CARDINI, La donazione della Verna a S. Francesco, in "Quaderni di vita e cultura francescana", 2, Firenze 1994, p. 26.

19 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., p. 198; I. RICCI, Il Beato Ranieri dei Minori Conventuali di S. Sepolcro, Sansepolcro 1944, p. 17; e a proposito della Valdichiana, Giovan Battista Del Corto, scrive: "Anche nell'agro castiglionese la parte montuosa aveva larga coltivazione boschiva. Lo si rileva dalli Statuti e dall’Archivio di quel Comune, dove rammentavansi daini, cervi, caprioli, fagiani e lupi della selva comunale"  (sec. XIII): DEL CORTO, Storia della Val di Chiana, rèprint Forni 1974, p. 152, n.3.

20 A. ANTONIELLA - A. MORIANI, Il vicariato di Anghiari al momento della rilevazione catastale del 1428-29, in G. RENZI (a cura di), La Valtiberina, Lorenzo e i Medici, Leo S. Olschki 1995, p. 222.

21 Archivio Comunale di Sansepolcro (ACSS), Serie I, f. 7, Statuti di Monterchi e di Montis Agutelli del 19 aprile 1569, Rubrica XXIIII, c. 35r.

22 G. RENZI, Casteldelci territorio di frontiera tra Urbino e Firenze dal '500 al '700, III conferenza a cura del Comune di Casteldelci (2 agosto 1992), Villa Verrucchio 1993, p. 37.

23 Archivio di Stato di Pesaro, Legazione, Lettere dalle Comunità, Montefeltro, b. 17: devo questa segnalazione alla cortesia del dott. Marco Battistelli, che pubblicamente ringrazio.

24 Archivio Vescovile di Sansepolcro, Nullius di Sestino, Visite dell'Ordinario, Tomo unico: ad annum; per le carte confinarie tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio: ASF, Piante moderne, Vicariato di Sestino.

25 ASF, Piante moderne, cit.

26 Devo la segnalazione al dott. F.V. Lombardi, che ringrazio della cortesia.

27 Archivio Comunale di Sestino (ACSI), f. 319,1V, Libro delle ragioni della Podesteria di Sestino, c. 17r.

28 Ivi, c. 46v. La glossa è del cancelliere Leandro Pasqui, in data 24 novembre 1611.

29 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., p. 211.

30 ACS, f. 319,I, Partiti della Podesteria di Sestino, cc. 4ss.

31 ACS, f. 320,IV, Partiti della Podesteria di Sestino, ad annum.

32 P.A. GUERRIERI, La Carpegna abbellita et il Monte Feltro illustrato, Urbino 1667, rèprint Forni 1974, p. 32 (Della Carpegna abbellita, Parte prima). Tra gli studiosi che si sono interessati della fauna "storica" nell'area del Montefeltro e della Massa Trabaria, segnalo: Francesco Vittorio Lombardi, L'antica presenza degli Astori nel Montefeltro, estratto da "Storie Locali", 3, Quattro Venti, Urbino 1998; V. LOPPI, Relazione delle cose naturali che si trovano nel territorio di Sestino, detto altrimenti Potesteria del Sasso di Simone e sua situazione, in G. Renzi (a cura di), Il Sasso di Simone. Scritti di naturalisti toscani del Settecento, Studi Montefeltrani, Serie monografica, 10, Nobili Editore 1990, dove, a p. 36, vengono elencati "li animali salvatici che fanno nel territorio già detto (di Sestino) sono de quadruppidi, lepri, volpi, tassi canini, e tassi porcini, vi sono ancora gatti salvatici, martarelli, faine, puzzole, scoiattoli, ghiri, ricci, LUPI".

33 ACS, f. 304, Libro di saldi della Potesteria di Sestino, c. 11r.

34 Ivi, c. 30v.

35 Ivi, c. 36r.

36 Ivi, c. 83v.

37 Ivi, c. 87r.

38 Ivi, c. 95v.

39 Ivi, c. 105rv.

40 Ivi c. 111v.

41 Ivi, c. 114v.

42 lvi, c. 133r,

43 ACS, f. 5, Lettere, testimonianze del 4 giugno 1728, cc. non numerate.

44 S. FABIANI, "Aiuto! Aiuto! Al lupo! Al lupo!". Una caccia nel territorio di Poggio alla Lastra nel XVIII secolo, in Pier Giovanni Fabbri - Giuliano Marcuccini (a cura di), Comunità e vie dell’Appennino tosco-romagnolo, Bagno di Romagna S. Piero in Bagno 1997, pp. 162 ss.

45 CHERUBINI, L'Italia rurale, cit., pp. 202, 203. Per le notizie locali: ACS, f. 322, I, Partiti della Potesteria di Sestino, cc. 39ss, anno 1777; f. 322, I, Libro di deliberazioni e partiti Comunità di Sestino, cc. 39ss; e: G. RENZI, Allevamento e transumanza nel Capitanato di Giustizia deI Sasso di Simone e nel Vicariato di Pieve S. Stefano in documenti del Settecento, in Lidia Calzolai, Maurizio Kovacevich (a cura di), Allevamento mercato transumanza sull’Appennino. Atti del convegno, CREAAP, Sestino-Badia Tedalda 2000, p. 70.

46 FABIANI, "Aiuto! Aiuto! "; cit., pp. 174 ss.

47 AC5, f. 322, I, Libro di deliberazioni e partiti della Comunità di Sestino, c. 83r.

48 ACS, f. 35, Lettere e istanze, cc. 896, 919. La "voracità dei lupi" in Toscana è denunciata ancora attorno al 1812-13: cfr. C. PAZZAGLI, L'agricoltura toscana nella prima metà dell'800. Tecniche di produzione e rapporti mezzadrili, Leo S. Olschki 1973, pp. 302-03.

49 ACS, f. 35, Lettere e istanze, cit., carte non numerate.

50 Cfr., con relativa bibliografia: L. ROMBAI - M. SORELLI, Demografia, insediamento, mestieri nel vicariato di Sestino tra la fine del XVlII e la metà del XIX secolo, in S. Anselmi (a cura di), La montagna tra Toscana e Marche, cit., pp. 234 ss.; I. BIAGIANTI, Economia e società in Valtiberina e nell’Appennino toscano tra '700 e '800: la vendita dei patrimoni ecclesiastici, in Anselmi (a cura di), La montagna tra Toscana e Marche, pp. 275 ss.; CHERUBINI, L'evoluzione demografica ed economica della valle, in G. F. DI PIETRO - G. FANELLI, La Valle tiberina toscana, EPT Arezzo, 1973, pp. LIII ss.

51 Traggo il documento, senza indicazione archivistica, dalla cartella del convegno. "Otto scudi per un Lupo. Sulla presenza del lupo tra Toscana, Marche e Romagna", Sant'Agata Feltria, 1 novembre 1987, i cui atti, purtroppo, non mi risulta che siano stati dati alle stampe.

52 FABIANI, "Aiuto! Aiuto!" cit., pp. 182 ss. Per la Romagna toscana, cfr.: A. SILVESTRI, La fauna selvatica dell’Appennino tosco­romagnolo, in Gian Luca Corradi, Natale Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere 1997, p. 146.

53 L. CANTINI, Legislazione toscana raccolta e illustrata, Firenze 1803, Tomo VII, pp. 264-65.

54 CANTINI, Legislazione toscana, cit., Tomo XIII, pp. 394-95.

55 CANTINI, Legislazione toscana, cit., Tomo XV, pp. 64 ss.

56 Ivi, p. 78.

57 CANTINI, Legislazione toscana, cit., XXV, pp. 139-141.

58 Ivi, p. 140. Di un certo interesse è il commento del Cantini:
"Il lupo è un animale quadrupede della specie de' cani, feroce, forte e avido di carne. Abita nelle Selve e si lancia su gli Animali viventi, dei quali spesso fa strage. Il Governo Toscano, a cui premeva la conservazione del bestiame, emanò questo Editto, che è meritevole delle lodi degli Uomini saggi, tanto più che nel corso di non molti anni produsse il favorevole effetto di diminuire nel Gran Ducato la quantità de' Lupi, i quali in oggi assai di rado danno molestia a Pastori" (Ivi, p. 141).

59 Cit. in ORTALLI, Lupi genti culture, cit., p. 75.

60 Ivi, p. 76.