Il
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nel 2001 da:
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l'inserimento in questo sito
PRESENTAZIONE
In ogni luogo
e tempo, l'orso ha occupato uno spazio speciale nell'immaginario collettivo:
ispirando miti e tradizioni, riti e toponimi, e suscitando al tempo
stesso paura ed attrazione irresistibili. Forse perché è
così simile all'uomo negli atteggiamenti e nei momenti più
cruciali, o perché le cure dell'orsa verso i cuccioli ricordano
tanto da vicino l'amore materno, un animale così grosso, fiero
e tutto sommato ben temibile per la sua forza, per la capacità
di sferrare un attacco improvviso o per quel suo incombere invisibile
tra le ombre della selva, non ha suscitato altrettanto odio e persecuzione
quanto altri carnivori predatori più piccoli ma, in fondo, assai
meno simpatici.
"Non
so bene perché, ma c'è nell'orso qualcosa che induce ad
amarlo", affermava un famoso scrittore straniero che il plantigrado
conosceva assai bene, è forse è stato proprio questo sentimento
misto di affetto e curiosità, tolleranza e rispetto, che ha permesso
al grosso bestione di sopravvivere, anche se con molte difficoltà,
fino ai giorni nostri. Ciò che non ha impedito, naturalmente,
a cacciatori e bracconieri di uccidere orsi a decine, a centinaia, o
addirittura a migliaia: prima che nuove iniziative, leggi più
avanzate e sopratutto un moderno spirito di riscoperta e rivalutazione
della natura non prendessero finalmente il sopravvento, consentendo
all'orso di affacciarsi, sia pure in numero ahimè quanto ridotto,
all'alba del terzo millennio.
Oggi in molti
luoghi del mondo la realtà è ormai profondamente cambiata,
e nessuno potrebbe ritenere che l'orso costituisca davvero una minaccia
per l'uomo: molti hanno invece capito che è proprio il contrario,
e che è prova dell'intelligenza dell'uomo percepire, ed accettare
la presenza e lo "spirito" dell'orso, quasi un nume benigno
capace di presidiare l'integrità delle ultime foreste e delle
più remote montagne.
Nel cuore
dell'Appennino Centrale, ad appena un paio d'ore d'auto da Roma e da
Napoli, il miracolo della vita dell'orso si perpetua, grazie alla crescente
armonia tra genti locali e natura, grazie all'istituzione dell'antico
e famoso Parco Nazionale d'Abruzzo, ormai quasi ottuagenario ma nella
piena esplosione di una nuova primavera. Gli abitanti locali sono orgogliosi
e gelosi dei propri orsi, non meno di quanto i visitatori esterni ne
rimangono colpiti e affascinati: insieme al Parco, stanno scrivendo
una storia unica ed esemplare, ammirata ed imitata nel mondo intero.
Una storia che è appena all'inizio, e che dovrà continuare
a lungo, dimostrando con i fatti concreti, e non solo a parole, che
conservare la natura è certo giusto e bello, ma anche possibile
e utile: e rappresenta in fondo la via migliore da seguire, l'unico
vero futuro.
Tra i molti
studi fioriti sul plantigrado, questa indagine storica di Gianluca Tarquinio
- profondo conoscitore del passato della Marsica e dei territori adiacenti,
e in più occasioni valido collaboratore del Parco - rappresenta
un ritorno alle radici autentiche del rapporto tra l'uomo e l'orso:
e consente di ricostruire fatti, sfatare leggende, ripercorrere vicende
poco note e comprendere meglio l'evoluzione via via realizzatasi. E'
un tuffo nelle fresche acque del passato più o meno recente,
un bagno rigeneratore nelle fonti autentiche di una terra "forte
e gentile", diventata ormai celebre nel mondo proprio grazie al
Parco, e all'orso che ne costituisce il più importante simbolo
vivente. Una ricerca da sfogliare con cura, da leggere con attenzione
e sopratutto da custodire nel cuore per tramandarne il significato ai
figli dei figli, perché possano continuare a convivere pacificamente
con il vecchio padre orso.
Roma - Parco
Nazionale d'Abruzzo, giugno 2001
FrancoTASSI
Direttore del Parco
Nazionale d'Abruzzo
INDICE
Premessa
Un po' di poesia
Toponomastica
Preistoria
Antichità
Dal XV al XVII secolo
Il XVIII secolo
Il XIX secolo
“L’orsa figliata”
Il XX secolo
La popolazione degli orsi
Riflessioni sulle cause che possono aver
determinato la riduzione della popolazione degli orsi
Bibliografia e Fonti
PREMESSA
Il seguente
lavoro rappresenta il nostro secondo studio storico sulla fauna del
Parco Nazionale d’Abruzzo; il primo, infatti, era dedicato al
Camoscio.
Anche il presente,
nonostante tempo e fondi limitati, è da intendersi come un primo
contributo per ulteriori ampliamenti e approfondimenti, è in
pratica il “punto della situazione”.
Differentemente
dalla ricerca sul Camoscio, animale che per propria indole fugge allo
sguardo dell’uomo e conseguentemente con poche segnalazioni storiche,
questa sull’Orso, un animale spesso individuabile nel proprio
habitat e motivo di grande orgoglio e prestigio per i cacciatori, specie
in passato, ha potuto servirsi di segnalazioni di zoologi e storici
che ne hanno tramandato la presenza nei propri lavori.
La metodologia
seguita è stata ancora una volta quella cronologica e di campionatura
(visto l’esiguità del tempo dei mezzi a disposizione),
che comunque ci ha permesso di avere una visione sufficientemente ampia,
sia per ciò che riguarda la popolazione del plantigrado sia ed
anche per l’individuazione di quelle che a nostro avviso sono
state le cause del suo aumento o regresso nel corso del tempo.
Il dato di
maggior rilievo emerso dalla ricerca è la mancanza di uno studio
scientifico sull’Orso anche quando si parlava della creazione
del Parco Nazionale d’Abruzzo, sorto proprio per tutelarlo (il
primo, infatti è di Giuseppe Altobello nel 1921) e l’assoluta
assenza, ancora oggi di una legge specifica ad eccezione di quella generica
sulla caccia del 1939 ( n° 1016 del 5 Giugno) recentemente riconfermata.
Naturalmente,
nella trattazione dell’argomento, non mancano gli aspetti per
così dire meno scientifici, ma più legati alla sfera del
folclore oppure atti a suscitare particolari curiosità
L’Aquila,
19 Gennaio 1997
Gianluca TARQUINIO
UN
PO’ DI POESIA
Riportiamo
alcuni versi di due poeti che nella loro produzione hanno menzionato
l’orso dal momento che è stato l’animale principe
dei loro paesi. Si tratta del pastore-poeta Cesidio Gentile detto “Jurico”
di Pescasseroli, del quale riportiamo i versi così come ci sono
giunti, senza apporvi alcuna correzione e del contadino-poeta Angelo
Aureli di Gioia dei Marsi, entrambi accomunati da una grande passione
per la storia locale e per i romanzi cavallereschi come l’Orlando
Furioso, la Gerusalemme Liberata e i Reali di Francia.
Cesidio
Gentile (Pescasseroli 1847- Civitanova del Sannio 1914)
A quel luogo pagherà il rifiuto
Gioia che non mi volle cor donare
Inderno là potrà chiamare aiuto
Nessuno il sentirà il suo gridare
Quanto l’onore suo tutto e perduto
A una pianta la farò legare
Al sol voler degli Orso e dei Lupi
E che son nascosti fra quegli andri cupi.
(da Leggenda Marsicana, canto V, ottava 100)
Se giunci
all’alto cresce il tuo spavento
Vedi un gran bosco che ti fa terrore
Ti stordisce le orecchie un gran lamento
Un’ orso reggia e sibilla un serpente
Che son di quel bosco abitatore
e l’ego ascolta fra quegli antri cupi
Dei Draghi il fischio e lulular dei Lupi.
(da Leggenda Marsicana, Canto VI, ottava 97)
Il fato
prepero un’accidente
Per contristar quel fedel’amante
In mezzo ai virgulti del piccio torrente
Ci stava accovacciato un’Orso grante
Dal lor parlar si mosse con spavente
Verso la bell’Alfana, andiede anzante
L’Alfana spaventata la donzella
Sopra, una sasso cascò senza cervella.
(da Leggenda Marsicana, Canto VI, ottava 143)
Grinfò
gli denti e arrotontò gli denti
Il fiere orso nell’antica grotta
Gli Cavrioli dai tanti spaventi
Tutti dal bosco fuggivano in fretta
Le Volpi ai lor’inganni stiedero attenti
Gli Lepri al primo assalto vanno in rotta
Pel gran timore fuggiva ogni belva
Dai cane seguite per la folta selva.
(da Leggenda Marsicana, Canto VIII, ottava 45)
Quel
Dio cotanto bone
Provede ai figli miei
I Dio nustrisci i figli
Del orsso e del leone
(da La fiduzia in Dio, quartina II)
Il cane
(NdA)
Se nel bosco
trova lorsso
Al soccorso
Griderà
(da Il pastore e il fido cane, quartina 62)
Angelo
Aureli (Gioia dei Marsi 1866-1941):
“Storia di tutti i paesi antichi di Gioia e di tutti gli antenati
benefattori”, in L.PALOZZI-W.CIANCIUSI-A.MELCHIORRE, “Breve
viaggio a Gioia dei Marsi e dintorni”, Ed. Dell’Urbe,
Roma 1982, p.83.
Nel detto
anno (1885, NdA) questo antenato
Dal cavalier Alesi fu chiamato
Lo mise in guardia a tutti i suoi armenti
Per ammazzare gli orsi a tradimento.
Quattordici
ne fece dei maggiori
E due orsacchiotti più minori
In quell’anno a sedici orsi fece strazi
Il valente cacciatore Antonio Orazi.
E tant’altri
poi ne fece a mano a mano
Quantunque si era fatto molto anziano
Il primo cacciator di tiro esatto
Antonio Orazi detto Giosafatte.
I due
cacciatori più sinceri
Furon Antonio Orazi e Francesco Neri
Antonio Orazi della Marsicana
Francesco Neri della Saggritana.
I primi
cacciator di questa terra
Orazi a Gioia e Neri a Pescasserra
I due tiratori più precisi
Quarantadue orsi ann’uccisi.
A l’Ente
Autonomo stanno registrati
I numerosi orsi ammazzati
E se non succedeva il terremoto
La vita sua stava ancora in moto.
(da Storia di tutti i paesi antichi di Gioia e di tutti gli
antenati benefattori, p.83)
indice
TOPONOMASTICA
Diamo qualche
indicazione relativa alla toponomastica abruzzese relativa al nostro
plantigrado così come ci è giunta dalle fonti bibliografiche
ed archivistiche consultate e studiate per il presente lavoro.
Il numero seguente ad ogni toponimo indica la fonte di riferimento.
Colle
dell’Orso (presso Scerni, prov. Chieti) -1
Colle dell’Orso (Val Fondillo di Opi) -2
Colle dell’Orso (presso Ovindoli) -2
Colle dell’Orso (nella Valle Roveto) -2
Colle dell’Orso (presso Campobasso) -3
Colle dell’Orso (presso Frosolone) -4
Col dell’Orso (nel Monte Panico) -5
Coppo dell’Orso (presso Magliano dei Marsi) -6
Coppo dell’Orso (presso Villavallelonga) -2
Cona dell’Orso (nel Monte Morrone) -7
Fonte dell’Orso (a Bucchianico, prov. di Chieti) -1
Fontana dell’Orso o Fonte Orsano (a Salle, prov
di Pescara) -1
Fonte Ursicchio (presso Caramanico, prov. Pescara) -1
Fonte dell’Orso (presso Pacentro, prov. L’Aquila)
-8
Fonte dell’Orso (nel Monte Morrone) -7
Feudo dell’Orsa (nel Monte Morrone) -7
Fonte de lu lacu dell’Orso (presso Isola del Gran Sasso,
prov. di Teramo) -9
Orsa (centro sul Monte Morrone, montagna conosciuta anche con
il nome di Orsa) -1
Orso (centro vicino Cerro al Volturno) -10
Orsogna (prov. di Chieti) -1
Valle Orsara (sul Monte Marsicano) -2
Valle dell’Orso (tra Macchiagodena e Carpinone, prov.
di Isernia) -11
Vallone dell’Orso (presso Pescasseroli) -11
Vado dell’Orso (nel Matese) -12
Pian dell’Orso (presso Pacentro) -8
Passaggio dell’Orso (Val Fondillo di Opi) -2
Inoltre ci sarebbe da aggiungere, fuori da territorio oggetto del nostro
studio e traendo le informazioni da L. MAMMARELLA (Lupi, Orsi e
Serpenti ed altra fauna selvaggia d’Abruzzo, Borgia editore,
Roma 1992), anche i seguenti centri:
Orsano
(Umbria)
Orsigna (Pistoiese)
Orsara (Capitanata di Puglia)
Orsomarso (Cosenza, dove compare anche il toponimo “Capo
dell’Orso”)
Ursini (Reggio Calabria)
Capo dell’Orso (Basilicata)
Bibliografia
1- L. MAMMARELLA
Lupi, Orsi e Serpenti ed altra fauna selvaggia d’Abruzzo,
Borgia Editore, Roma 1992, pp.51-52.
2- E.SIPARI Relazione del Presidente del Direttorio provvisorio
dell’Ente Parco Nazionale d’Abruzzo, Tivoli, Tip.Maiella
di A.Chicca, 1926, p.20 e nota.
3-U.D’ANDREA Campobasso dai tempi del Viceregno all’eversione
del feudalesimo (1506-1806), Vol.I, Gavignano (Roma) 1979,p.99.
4-M.COLOZZA Frosolone dalle origini all’eversione del feudalesimo,
Agnone 1931, p.94.
5-G. PRUDENZIO Descrittione d’Alvito et suo Contado,
in D. SANTORO Pagine sparse di Storia alvitana, Chieti, passim.
6- Archivio di Stato de L’Aquila (in avanti ASA), Sottintendenza
e Sottoprefettura di Avezzano, busta 12, fascicolo 105.
7-T.LECCISOTTI Abbazia di Montecassino, i regesti dell’Archivio,
indice volume V.
8-A.DI CESARE Conoscere un paese: Pacentro elementi di storia, politica,
demografia, religione, economica e sociale, Comitato “Pacinus”,
1966, p.21, tavola 3.
9- P.SELLA Statuti di Isola del Gran Sasso, in “Atti
e memorie del convegno storico abruzzese-molisano”, Casalbordino
1933, passim.
10- A. PERRELLA L’antico Sannio e l’attuale provincia
di Molise, Isernia 1889, passim.
11-G. ALTOBELLO Fauna dell’Abruzzo e del Molise, Campobasso
1921, vol. IV, passim.
12-GRUPPO ESCURSIONISTI DEL MATESE (a cura di) Itinerari del Matese,
Ed. della Comunità Montana del Matese, 1990 pag. 27.
indice
PREISTORIA
Consultando Biblioteche ed Archivi, per la realizzazione di questo lavoro,
ci siamo fatta la convinzione che la fauna cavernicola abruzzese sia
ancora poco studiata; viceversa, la speleologia regionale ha avuto un
notevole impulso di conoscenza.
Le testimonianze relative
all’Orso speleo abruzzese sono diverse già ad iniziare
dal territorio centrale del Parco Nazionale d’Abruzzo, dal quale,
comunque, proviene soltanto quella relativa al Pozzo degli Scheletri
che si trova presso Lecce nei Marsi. in località Sorgenti
le Prata (1484 metri s.l.m.). Dopo essere scesi per circa 40 metri
in verticale, si accede ad una sala lunga circa 40 metri ed alta 13
dove “sono numerosissimi gli scheletri di animali (caduti
occasionalmente nel pozzo come in una trappola)”; tra questi
resti si è trovato anche un canino di Ursus arctos marsicanus
(1).
Relativamente al territorio
marsicano la Wilkens mette in risalto alcuni fondamentali aspetti per
spiegare la presenza di resti ossei di animali nelle grotte dell’alveo
fucense: “non è escluso che gli animali venissero cacciati
altrove e portati a pezzi nelle grotte”; “la caccia
ai piccoli mammiferi e agli uccelli si afferma nella parte finale del
Paleolitico Superiore e del Mesolitico probabilmente come alternativa
alla caccia ai grandi animali che andavano rarefacendosi”,
come poteva essere il caso dell’orso e del camoscio e, in particolare
per quanto ci riguarda, “non è detto che tutti questi
animali venissero effettivamente consumati come alimento; alcuni di
essi potevano essere cacciati per la pelliccia”
(2).
Nella Grotta Continenza,
infatti, lo 0,67% dei resti ossei di animali rinvenuti al suo interno
e che riguardano il periodo del Mesolitico, appartiene al nostro Ursus
arctos, mentre solo lo 0,18% del totale risale all’era Neolitica.
Più interessanti sono
i dati che provengono dall’insediamento delle Paludi di Celano
che risalgono all’età del Bronzo finale e che ha restituito
sedici frammenti di osso del nostro plantigrado e si riferiscono alla
mandibola, al secondo metacarpo, al secondo metatarso e all’astragalo.
Lo studioso che li ha studiati osserva che:
“Anche l’orso era frequente oggetto di caccia; abbastanza
numerosi sono infatti i resti ossei di questo animale recuperati nello
scavo, almeno in confronto ad altri siti coevi. La presenza di cervi,
caprioli, orsi e cinghiali lascia ipotizzare l’esistenza di ampie
macchie in prossimità dell’abitato”
(3).
Per rimanere in ambito
marsicano, discorrendo della Grotta Cola, presso Petrella di Cappadocia,
Giustiniano Nicolucci ricorda il ritrovamento di due crani di orso speleo
fatto da alcuni abitanti del luogo e di altri tre crani, unitamente
ad undici mascelle e molti denti ed essa di orso. L’intervento
del Nicolucci, oltre a ricordare simili ritrovamenti fatti dal suo collega
Nesti nell’isola d’Elba e quelle del Savi vicino La Spezia
e quelle ancora del Costa che rinvenne resti di orso spleleo nelle grotte
limitrofe a Cassino che fissò il limite meridionale di questo
tipo di ritrovamenti a 41,45 gradi di latitudine, mentre quelli della
Grotta Cola determinano una latitudine a 42,20.
In pratica l’Autore
afferma che non si tratta di presenze di questo plantigrado anche nelle
regioni meridionali e non solo in quelle settentrionali. Inoltre si
afferma che proprio i cambiamenti climatici dell’epoca post-pliopncina
hanno determinato un habitat confacente al soggiorno dell’orso
speleo (4).
A questo punto possiamo
anche chiederci chi erano gli abitanti della Regione durante queste
ere della storia dell’uomo, e per rispondere ci serviremo di quanto
già abbiamo scritto in un altro e similare lavoro sulla fauna
abruzzese:
“E’
nella cultura bertoniana che cominciamo ad avere i primi resti ossei
(...). I bertoniani vissero sia nel versante adriatico, sia nella
parte interna della Regione e praticarono una caccia lungo i terrazzamenti
fluviali, sugli altopiani ed anche a quote molto elevate e preferirono,
quali luoghi per gli stanziamenti a carattere continuativo, le zone
a bassa quota ed i bacini lacustri e fra questi quello del Fucino”.
Dalle ricerche
effettuate in nelle grotte fucensi si è potuto affermare con
molta precisione che i bertoniani arrivarono in quest’area durante
la glaciazione Wurn 3 praticando la caccia come attività di sussistenza
(5).
Relativamente al massiccio
del Gran Sasso:
“ci
fu un tempo, nell’età dell’ultima glaciazione,
in cui il teramano ospitò animali nordici, cioè più
o meno grandi mammiferi, come Orsi, Cinghiali, Camosci, Caprioli e
Lupi” (6).
Resti ossei
di orso, entrando un po’ più nello specifico, sono stati
riprovati nel terzo strato della Grotta a Male di Assergi (Aq) e nella
Grotta Salomone presso Ripa di Civitella
(7).
Restando ancora in Abruzzo, diverse ossa dell’orso delle caverne
sono state rinvenute nella Grotta del Cavallone presso Taranta Peligna
(CH) dove “nel grande salone detto la “Bolgia”
(...) trovai quivi diverse ossa di grande Ursus spelaeus, un molare
e un canino, qualche altro frammento non determinabile, e alcuni metatarsali
e metacarpali di individuo giovanissimo”.
Sempre da quest’area, in uno scavo stratigrafico effettuato in
una cava in località Fonti Rossi, venne recuperato un canino
di orso speleo alla terza sezione della stessa stratigrafia
(8).
Quattro resti di questo animale, inoltre, provengono dalla Grotta dei
Piccioni presso Bolognano (PE)
(9). Concludiamo
questa nostra panoramica riportando la notizia del ritrovamento di resti
ossei di Ursus speleaus nelle montagne del matese
(10).
indice
ANTICHITA’
Prevalentemente montagnosa, la regione Abruzzo ha visto i popoli antichi
che l’hanno abitata dedichi anche alla caccia come ci viene ricordato
da una pubblicazione degli anni Quaranta del nostro secolo
(11).
Già Silio Italico, comunque, a proposito dei Marrucini (chietino),
dei Vestini (aquilano), dei Peligni (sulmonese) e dei Frentani (lancianese),
parla della loro attività venatoria e del particolare uso che
facevano delle pelli degli orsi abbattuti:
“Haud
illo levior bellis vestina iuventus
Agmina densavit venatu dura ferarum;
Marrucina simul Frentanis aemula pubes
Corfini populos, magnumque Teate trahebat
Omnibus in pugna fertur spatus, omnibus alto
Assuete volucrem coelo demittere fundae;
Pectora pellis obit caesi venatibus ursi”
(12).
Non vogliamo fare uno studio sulla caccia in uso tra questi popoli pre-romani,
bensì porre in risalto come quella all’orso riguardava
gran parte di essi.
Anche dal versante
del Cicolano, abitato dagli Equi e dagli Umbri, abbiamo delle informazioni
dal momento che le “montagne di Lionessa, Cantalice, Cascia,
Norcia, Civita Ducale, Civita Reale, d’Introdoco (...) fra le
giogaje (...) viveano (...) orsi, colle pelli de’ quali si faceva
fiera mostra i soldati di quelle regioni”
(13).
Una conferma della caccia all’orso praticata in Abruzzo l’abbiamo
anche da un bassorilievo che, almeno agli inizi di quest’ultimo
secolo, era visibile incastonato in un palazzo di Sulmona
(14)
e che uno storico descrisse come segue:
“Annosa quercus, quam iuxta ursus tribus canibus impetitus,
quem venator hastatus ferit”
(15).
L’epigrafe in questione vede la scena di caccia sovrastata dalla
seguente iscrizione (16):
T.ANNAVO.T.L
primo
orentilla baebiae
P
indice
DAL XV AL
AL XVII SECOLO
*
La prima notizia sul nostro plantigrado, relativa a questo periodo,
risale agli anni precedenti il 1415 quando il conte di Popoli, Restaino
Cantelmo (ucciso il 12 Settembre di tale anno), “fin alla
vecchiezza andava a incontrar gli orsi a caccia e li uccideva”;
il luogo di questa caccia con ogni probabilità è da ricercarsi
nella montagna del Morrone
(17).
Di qualche anno più
tardi, 1419, sono gli Statuti comunali di Isola del Gran Sasso (Te)
dove, all’art.87 si ha un ricordo toponomastico della presenza
dell’orso in quelle contrade dal momento che viene citata “la
silva de la fonte de lu lacu dell’orso”
(18).
Le notizie relative
al Quattrocento continuano al 1476 quando il duca di Calabria, Alfonso
d’Aragona, risponde da Castel di Sangro (dove si trovava per una
battuta di caccia all’orso) agli anziani di Bologna che lo avevano
pregato di intercedere per loro al Re di Napoli al fine di ottenere
il consenso per acquistare del grano nel Regno: “Magnifici
viri amicis regis paterni atque nostri carissimi, havemo receputo vostra
lettera et congratulamoci assai del vostro scrivere per videre quella
parte dell’amore et fede che in nui tenete non possere mancare
in ogni bisogno vostro che veramente ve lo possete persuadere el vostro
bisogno trovandone cqui in Castel di Sangro dove per la caccia de li
urci et per essere lo ayro frisco simo venuti (...)”
(19).
Da collocare sicuramente
al XV secolo, invece, sono alcune ceramiche prodotte a Castelli (Te)
che fanno parte della “Collezione della famiglia Medici”.
Nel relativo catalogo abbiamo rintracciato un vaso nel quale è
riprodotto un orso ed un altro rappresentante la scena biblica del Diluvio
Universale; l’ignoto Autore ha voluto “salvare” anche
una coppia di orsi che probabilmente era un animale abbastanza diffuso
tra i boschi di Castelli, quindi tra le montagne del massiccio del Gran
Sasso (20).
Del 1513 è l’indicazione
toponomastica di Colle dell’orso nel comprensorio di
Frosolone (Isernia) (21), mentre “nel
XVI secolo il territorio (Matese, NdA) era ancora popolato di selvaggina
abbondante e varia (...) gli orsi e i lupi erano causa di ripetute distruzioni
di armenti”
(22). Sempre riferita al
Matese è una pergamena del Febbraio 1541 nella quale, tra i privilegi
concessi ai suoi sudditi dal conte De Capoa d’Altavilla, signore
di Sepino, c’è “anche quello di andare a caccia
nelle selve con l’obbligo però di dare una parte del corpo
dei cinghiali, dei cervi e dei caprioli uccisi alla Curia Sepinale e
dell’orso la sola testa con tutta la pelle: “(...) urso
nero occiso per eosdem teneantur dare capud et coreum”
(23).
Relativa ad Alvito
è invece la notizia riportata da Giulio Prudenzio nel 1574: “Il
suo territorio è un luoco, che se li dice Fossa Maiuro, tondo
et concavo, dove alle volte spinti da cani et da cacciatori si ragunano
orsi spaventevoli et grossi; et nel basso, in un pratello si è
visto talhora l’uomo abbracciato con l’orso, hor sotto l’uno,
hor sotto l’altro; tandem l’orso, circondato da cani et
da gente, è restato morto.Nel tempo del Pincipe Squillace (1497-1506,
NdA), in un sol giorno ne furono hauti sette dei grossi et cinque
piccini. Et in loco è tale che vi possono stare intorno melioni
de persone, et ciascuna senza impedimento può vedere il tucto”
(24).
Il 15 Luglio 1575 il
sacerdote domenicano Serafino Razzi, in viaggio per l’Abruzzo,
si trova a Farindola nelle cui selve dice che ci sono orsi e lupi ed
afferma che “tiene questa Terra per insegna un core di orso”
e “dicasi che in lei son tre scuole (...) nella terza s’impara
il modo di affrontare l’orso” il tutto a testimonianza
della frequenza del plantigrado in quelle contrade
(25).
Ancora dai monti del
versante Peligno abbiamo la notizia che nel 1577 i signori di Anversa,
in particolare Antonio Belprato, andavano a caccia di orsi in qualche
montagna limitrofa come più tardi il monte Portella sarà
la meta di don Titta di Capua per la caccia al plantigrado (i Di Capua
saranno signori di Scanno e quindi di Anversa, dal 1602 al 1715, NdA)
(26).
Dall’inventario
di un nobile casato sulmontino redatto il 10 Novembre 1598 apprendiamo
che una pelle di orso, tenuta probabilmente per arredamento, era stata
pagata due ducati (27).
Comunque, sia agli
inizi del XVII secolo (1601) quando si ricorda la presenza degli orsi
in Abruzzo (nelle montagne dell’Abruzzo Ultra “sonovi
cacce, cos’ì d’uccellami, come di fiere, e vi sono
gli orsi”; mentre in quelle dell’Abruzzo Citra tra
gli animali rapaci viene citato anche il nostro plantigrado)
(28)
sia sul finire dello stesso secolo (1692) dove nella carta geografica
della Regione edita dal Pacichelli è disegnata una scena di caccia
al nostro animale (29), questo plantigrado è
sempre stato identificato con l’Abruzzo. Risalenti al XVII secolo
sono due quadri oggi conservati nella basilica di S.Maria di Collemaggio
a L’Aquila, entrambi raffiguranti l’orso ed entrambi opera
del frate celestino Carlo Ruther da Danzica.
indice
IL XVIII SECOLO
Le informazioni su questo secolo si aprono con quanto ricordato dal
Pacichelli che nel 1703 affermava che le montagne dell’Abruzzo
Citra erano ricche di boschi abitati da orsi
(30).
Nella prima metà del secolo, comunque, l’abate Pietro Antonio
Corsignani, che sarà anche il Vicario della Diocesi dei Marsi,
inizia a raccogliere materiale per la sua Reggia Marsicana, cioè
la storia di tutti i paesi della Marsica. Inoltre a scrivere ai parroci
di tutti i comuni chiedendo informazioni utili al suo lavoro e le due
relazioni che ci interessano e che egli cita nella sua opera, sono da
intendersi come risposte alle domande che andava ponendo.
Nel 1711, si legge,
don Antonio Rubini di Opi, tra la ricca e abbondante fauna locale
(31),
ricorda la presenza degli orsi sulle montagne limitrofe; cinque anni
più tardi, padre Francesco Maria Casaleta, un certosino del monastero
di San Bartolomeo di Trisulti, così scrive al Corsignani: “Unicuique
nostram satis cognitum, perspectumque est, inter Hernicos Montes in
Marsorum tuae Provinciae, confinibus, (et) foranibus petrae, (et) in
caverna maceriae, dictam Sacram Domun Trisultanam, a munduna conservatione
sejunctam, haud immerito jacere, quasi Cedrum, exaltatam in Libano,
quasi Cypressum in Monte Sion; ni a Lupis et Ursis, aliisque, feris
habitatam, (et) ex omnibus partibus per circuitum nemorosis, asperisque
vallatam montibus, ac speloncis imaginem horroris, (et) vastae solitudinis
proesefert (...)”
(32).
Certo, la caccia al
plantigrado era motivo di orgoglio per i cacciatori ed era un’attività
indispensabile per ogni nobile, ma al momento ci sfuggono le motivazioni
per le quali don Marco Dorotea di Villetta Barrea andava a cacciarli
andando incontro anche a denunce ai suoi superiori dell’Abbazia
di Montecassino come avvenne nel 1713 (33).
Dell’anno successivo è l’inventario dei beni del
barone Mazzara di Sulmona tra cui figura una pelle di orso presente
nell’arredamento del suo palazzo di Torre dei Passeri
(34).
La presenza dell’orso è ancora ricordata sulle montagne
del Salviano, vicino ad Avezzano, che viene definito “un ramo
degli appennini abitato da orsi (...) ed altri animali da caccia”
(35). Nel 1726, invece, il riferimento topografico
di Vallone dell’Orso compare nel territorio di Pescasseroli
in un atto notarile (36) e nel 1737 ne troviamo
un altro, Valle dell’Urso, a confine tra Carpinone e
Macchiagodena nell’alto Molise
(37).
Da un atto notarile rogato qualche anno prima a Sulmona, nell’Aprile
del 1729, sappiamo che nei feudi di Collefani e Pietrabbondante il barone
Nicola Nanni, uno degli affittuari dei pascoli di quei luoghi, si lamentava
che non gli sarebbero bastati neanche duecento ducati “per
evitare in qualche parte il gran pericolo e danno che facevano, in detti
feudi, giornalmente, gl’orsi, lupi et altre fiere” che
uccidevano e divoravano gli animali al pascolo
(38).
Sono ancora le informazioni provenienti dal territorio peligno che arricchiscono
la fine del Settecento. Agli inizi dell’ultimo decennio del secolo,
infatti, risalgono le notizie tramandateci da Michele Torcia: “non
eran di minor lucro (...) le cacciaggioni e particolarmente degli orsi,
tanto utili per la loro pelle, pel grasso e la carne”, ma
sono ancora le montagne che circondano Anversa quelle maggiormente frequentate
dal plantigrado dal momento che “quantunque questo paese sia
situato in mezzo ad asper montagne e che abbia dalla parte dell’Occidente
l’altissima rupe di Pizzo Marcello e la Casa dei Fiori (...) è
nido di orsi (...) per la caccia riservata al Marchese se forma una
delle più magnifiche e dilettevoli cacce del Regno. Le poste
sono numerose e sicure per natura, a segno che niun cacciatore può
essere offeso dal compagno nè dalle belve”.
L’Autore è ancora più preciso nell’indicare
i luoghi frequentati dall’animale quando, parlando delle grotte
che circondano Scanno dice che “la settentrionale, della Madonna
del Casale (...) imprime più terrore per gli orsi”
(39).
Per quanto riguarda il versante teramano, e meglio ancora il massiccio
del Gran Sasso, non abbiamo rintracciato molte notizie relative al Settecento;
sappiamo, però, che vi viveva nel 1751 e che nel 1756 venne abbattuto
quello che poi verrà definito come l’ultimo rappresentante
di orso su tali montagne
(40) (nella stessa epoca,
quello considerato anch’esso come l’ultimo rappresentante
della specie nella Basilicata, verrà abbattuto da un conte di
Sanseverino) (41).
Passando al versante opposto, nella sua opera dedicata al Molise, ed
edita nel 1781, il Galanti ci ricorda che “nei boschi del
Matese si trovano orsi e cinghiali”, mentre il De Lello,
sempre per questo territorio, ci da notizie più dettagliate:
“La caccia all’orso offriva alvuni motivi di guadagno.
Il cacciatore ne vendeva il grasso ricercato dalla medicina per la produzione
di rimedi e la pelle, tolta alla belva subito dopo uccisa ed osparsa
di una miscela di sale e allume. La pelle “di stagione”
ossia dell’orso ucciso tra Ottobre e Novembre e pertanto di pelo
lucido, aveva un valore di ducati 12-15, se larga 8 palmi di 15 fino
a 40 ducati se più larga. Qualcuno era solito mangiare la carne
dell’animale e, pare, che il sapore non differisse da quello del
caprone; i cacciatori riservavano per se le zampe e con esse preparavano
una vivanda che trovavano squisita.
Altro gradagno, infine, proveniva dai cuccioli: allevati con pane e
con latte di pecora o di capra e ammaestrati, venivano dati in fitto
o venduti a compagnie di girovaghi. Il fitto rendeva un terzo dell’intero
guadagno annuo, detratte le spese; la vendita procurava un profitto
di 60-100 ducati.
La battuta all’orso si svolgeva nel modo seguente: individuato
il luogo frequentato dalla fiera, numerosi battitori, non meno di una
ventina, la scovavano e la indirizzavano verso gli agguati con urla,
fischi, sassate e frastuono di strumenti fragorosi. I cacciatori, numerosi
e ripartiti in gruppi di tre, per prestarsi all’occorrenza reciproco
aiuto, attendevano in silenzio coi fucili carichi e a baionetta innestata.
Quando la belva capitava a tiro, esplodevano il colpo e rimanevano immobili
finchè non fossero stati certi di averla uccisa; in modo poichè
l’orso ha la vista corta, avevano la possibilità di sottrarsi
alla reazione violenta dell’animale soltanto ferito”
(42).
In una causa discussa presso il Tribunale di Chieti nel Novembre del
1789 si apprende che nel passato mese di Agosto una vacca ed un vitello
di proprietà di Giuseppe Conti di Lettomanoppello vennero mangiate
dagli orsi presso Roccamorice e che tali fatti erano abbastanza frequenti,
infatti “la disgrazia di esser stata la suddetta vacca divorata
dagli orsi non accade solamente al suddetto conte, ma a tanti altri
che non si potevano salvare dalla incursione di dette feroci bestie,
che arrivano finanche a penetrate le mandre dei locati di Puglia, che
tenevano i loro animali nelle stesse montagne”
(43).
Ancora in un lavoro del 1789, a proposito dell’Abruzzo Ultra,
leggiamo che “la cacciaggione in questa Provincia non solo
ch’è abbondante, ma pure particolare in quella (...) degli
orsi” (44).
Le montagne della Valle Roveto a confine con lo Stato Pontificio sono
abitate, nel 1789, dal nostro plantigrado e sempre riferita a questo
anno è la notizia relativa alla presenza dell’orso nel
massiccio del Gran Sasso: “Immenso era il numero dei Daini,
e non scarso quello dè Cinghiali, ed Orsi colà (...) dé
terzi, ha parecchi anni che non se ne vede neppure uno”
(45).
La presenza dell’orso sul Gran Sasso, comunque, contrariamente
alle informazioni che si conoscevano finora, è ricordata ancora
nel 1796 “in quanto a regno animale (...) qui non mancano
i soliti abitatori dè monti, che per non equivocare colle denominazioni
volgari, indicherò coi nomi del celebre Linneo: (...) Ursus artos”
(46).
indice
IL SECOLO
XIX
Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, il Giustiniani
pubblica il suo lavoro sul Regno di Napoli nel quale sono riportate
diverse informazioni sulla presenza dell’orso nelle montagne abruzzesi.
Dalla sua lettura apprendiamo che il plantigrado in questione viene
segnalato nei centri di Accumoli, Bisegna, Cagnano, Capistrello, Cappadocia,
Colli di Macine (CH), Collelongo, Forcella, Gioia dei Marsi, Leonessa,
Monte Sabinese, Masellara (CH), Ortucchio, Pennapiedimonte, Pereto,
Pescasseroli, Pettorano, Pizzoli, Tagliacozzo, Trasacco e Villavallelonga
(47).
In pratica l’orso è rilevato “all’interno di
una sorta di mezzaluna le cui punte sono Accumoli, all’estremo
limite settentrionale del Regno, e l’area orientale della Maiella,
tra Pennapiedimonte e Palombaro (...), ma con due aree di particolare
concentrazione: le montagne che sovrastano l’Alta Valle del Liri
da Tagliacozzo a Capistrello e le montagne che cingono le sponde meridionali
del Fucino” (48).
Inoltre bisognerebbe aggiungere anche le segnalazioni che riguardano
Maiori, nella Diocesi di Amalfi dove si ricorda il toponimo Capo
dell’Orso e il Comune Orsomarso nella Calabria Citeriore
in diocesi di Cassano. Per quest’ultimo l’etimologia del
nome e l’emblema del paese rimandano al nostro plantigrado vista
anche la leggenda che lo vuole abitante in una grotta di quel circondario
(49).
Anche Michelangelo Morricone, nella sua “Fisica Appula”,
dice che nei primi anni dell’Ottocento nella montagna di Chiarano
(tra Villetta Barrea e Barrea) c’erano dei rifugi per gli orsi,
soprattutto nella Posta Affogata e nel Balzo della Capriola
(50). Era proprio in quest’ultima località
che nel 1713 don Marco Dorotea si recava per la caccia all’orso
(cfr. capitolo precedente).
Un interessante dipinto ad acquarello (cm.25,5 x 37), realizzato dallo
Xaverio della Gatta nel 1803, ci illustra una scena nella quale sono
rappresentati alcuni teramani (forse di Pietracamela) con un piccolo
orso ammaestrato che balla al suono di una zampogna
(51).
Questa particolare usanza verrà successivamente ricordata anche
da Leonardo Dorotea nel 1862
(52).
Nel 1806 si ha conferma, come si legge in una lettera inviata dalle
autorità del comune di Salle all’Intendente della Provincia
di Chieti in risposta ad una circolare, che nel bosco del Morrone, tra
Popoli e Sulmona, “sonovi anche degli orsi”
(53). Due anni più tardi una guardia civica di Gamberale
dichiarò che: ”nel mentre giravo meco (quelli de) la
Civica, uno di essa s’imbattè con un orso feroce; che per
non esser dello stesso vittima, gli tirò una schioppettata, che
su di esso restò morto”
(54).
Gli inizi di questo secolo, comunque, sono ben documentati sia dal lavoro
del Giustiniani che, per quel che riguarda l’autonomia di questo
lavoro, da quello di Domenico Demarco edito nel 1811. Quest’ultimo
Autore, parlando dell’Abruzzo Ultra Primo (pressappoco la provincia
di Teramo), afferma che “nella montagna più alta di
questa provincia e propriamente alle falde di essa, si trova qualche
orso” e, sulla scorta della relazione rimessagli da Giovanni
Thaulero: “Nei tempi andati gli orsi vi esistevano, perché
le selve non erano diradate, come oggi, e si vede in un luogo di montagna
detto Tottea un monumento della loro esistenza in molte teste di questi
animali ammazzati da un tal Rubeis, che ne faceva la caccia assaltandoli
nelle loro tane armato di un bracciale di ferro, e di un pugnale”.
E’ questa una relazione importante perché oltre a confermarci
la presenza dell’orso “nei tempi andati”,
ci informa anche della presenza di cacciatori specializzati. A nostro
parere é degna di merito anche l’individuazione nell’abbattimento
dei boschi una delle cause della scomparsa dell’animale (aggiunge
che per questo motivo gli orsi non formano oggetto di caccia “sebbene
se ne trovino alcuni nelle montagne, che la dividono dalla provincia
dell’Aquila, perché questi vi si incontrano talvolta sviati,
e costretti a fuggire dai boschi più lontani”) trovando
conferma in quanto accadeva nel versante del massiccio matese.
Non dimentichiamo che entrambi i passi riportati descrivono una situazione
risalente agli inizi dell’Ottocento.
Proseguendo ancora con la Statistica del Demarco, giungiamo alla relazione
dell’Abruzzo Ultra Secondo redatta quasi certamente da Alfieri
Ossorio e consegnata all’Intendente della Provincia, Colonna De
Leca: “Orsi ve ne sono in Lucoli, in Roccaraso e paesi vicini,
in Micigliano, e in qualche altro luogo. Ma la maggior quantità
è verso Pescasseroli ed Opi ed alle alture dell’appennina
catena di Valle-Roveto. Merita di menzionarsi Cirillo Cocuzza, campagnuolo
di Villa Vallelonga, famoso abbattitore di orsi, co’ quali viene
senza paura alle prese, e lottando li uccide”
(55).
Relativamente al Molise, invece, la Statistica del Demarco
non riporta alcuna presenza di orsi.
Entrando un po’ più nei dettagli, così come ce lo
permette la documentazione rintracciata finora, dopo aver ricordato
dell’Intendente di Salle e quanto tramandatoci dal Morricone,
passiamo alla lettera inviata dal Giudice di Pace di Pizzoli, un comune
della provincia aquilana confinante con il rietino, che il 10 Aprile
1810 inviava al capo della Provincia chiedendo speciali licenze di caccia
per alcune persone locali al fine di cacciare “lupi et orsi
in gran quantità” che stavano arrecando danni agli
allevatori (56).
Qualche anno più tardi, Domenico Romanelli ricorda che i monti
ed i boschi marsicani sono ricchi anche di Orsi
(57).
Particolarmente curiosa è la notizia riportata da Achille Costa,
ma forse potrebbe rappresentare una conferma alla frequentazione dei
boschi nel territorio di Pizzoli con quelli del rietino: “Nel
1821 due individui (di orsi, NdA) traversarono il (lago, NdA) Fucino,
cercando guadagnare le barche: uno restò morto, l’altro
scampò, malgrado molti colpi di archibuggio che gli si scagliarono.
Essi eran discesi dalle montagne del Cicolano”
(58).
Da un’altra corrispondenza, questa volta del 1827, sappiamo che
il Sindaco di Salle accennava agli orsi che infestavano i terreni dei
locali contadini e richiedeva una autorizzazione speciale all’Intendente
della Provincia di Chieti per permettere alla Guardia Civile l’abbattimento
dei plantigradi “conforme lei si è compiaciuta pratticare
negli anni caduti”, quindi era una caccia ricorrente; l’Intendente
acconsentì alla richiesta: “Si risponde che può
autorizzare quelli della Guardia Civica che sono notorii cacciatori,
alla caccia de’ specificati animali per venti giorni, con farmene
conoscere il risultato”
(59).
Conferme della frequentazione dell’orso in quei luoghi ci vengono
anche da due documenti del 6 e del 13 Aprile 1831
(60).
Quattro anni dopo, i Comuni citati dal Giustiniani come quelli maggiormente
frequentati dagli orsi trovano delle conferme: qualche orso tra le rupi
di Colle di Macine nel territorio di Palena; i boschi di Pennapiedimonte,
alle pendici della Maiella offrono sicuri ripari al plantigrado; addirittura
un “covile di orsi” è la zona di Villavallelonga
chiamata Cesa di Fuori, mentre nel dirimpettaio Vallone
di Vallecupa si pratica la caccia all’animale; le montagne
di Pescasseroli, Lecce nei Marsi e Collelongo sono sempre abitate dall’orso
e questo animale è molto frequente a Monte Anezze, di fronte
a Cappadocia e più specificatamente tra le boscaglie del Camporo
Tondo (61).
Invece la caccia all’orso effettuata nella stagione invernale
a Scontrone, è ricordata dal Kraven che nel 1835 giunse in viaggio
in tale zona “formano uno dei luoghi di solitudine che si
incontrano in questa provincia, nella quale gli orsi si riproducono
e nella stogione invernale sono oggetto di caccia; questa è una
specie di sport per cui il distretto divenne famoso qualche secolo addietro;
Castel di Sangro è nota per essere stata residenza di Alfonso
di Aragona, il secondo di tal nome. Continuando il cammino verso Alfedena,
incontrammo il guardiano di una vicina fattoria, il quale ci fece una
relazione molto vivace e interessante dell’incontro con questi
animali; confessava con grande ingenuità che la paura suscitata
da una tale impresa superava di molto tutte le sensazioni divertenti.
Egli descriveva in un linguaggio così animato che era quasi poetico
l’apparire di un grosso orso furioso per l’inseguimento
e per gli assalti di molti uomini armati; aggiungeva che nessun uomo,
sebbene di saldi nervi, potrebbe vedere un animale di questo genere,
dritto sulle zampe posteriori con il suo corpo alto una iarda, che allarga
le sue zampe anteriori per afferrare chiunque alla gola e che manda
fuori urli di rabbia, senza sentirsi battere fortemente il cuore. Tali
partite di caccia, che finiscono sempre con la morte della vittima,
tuttavia non sono rare e quasi sempre causano pericolose ferite o lacerazioni
agli uomini che vi si dedicano”
(62).
Siamo ora arrivati al lavoro di Achille Costa sulla fauna del Regno
di Napoli, sicuramente una delle prime organiche pubblicazioni sull’argomento.
Inserito nella terza famiglia, quella delle fiere, all’orso vengono
destinate poche ma interessanti righe: “L’orso trovasi
tra noi sulle maggiori altezze degli Appennini degli Apruzzi, siccome
nella Majella, nel Morrone, ed in Montecorvo o Gransasso d’Italia:
in quest’ultimo luogo però sembra quasi scomparso, là
dove un tempo occupava ancor le sue appendici, siccome esisteva eziando
in altre montagne degli Apruzzi. Nella Majella stessa è men che
prima frequente, e ciò a causa del continuo sminuire de’
boschi. La varietà che s’incontrano sono a pelo bruno,
nerastro, e roccioso”
(63).
Nel Parco d’Abruzzo, invece, si continua a dare la caccia all’orso
come viene ricordato in una relazione sul paese di Villetta Barrea del
1840 (64).
A questo punto fermiamoci un attimo per fare alcune considerazioni su
quanto abbiamo finora illustrato. Più di una volta ci è
capitato di leggere e poi riportare nel presente lavoro, notizie relative
a richieste di amministratori locali per armare delle guardie e delle
normali persone per dare la caccia a qualche orso che arrecava rilevanti
danni alle varie popolazioni.
A tale proposito, anche per evidenziare che spesso la cosa non era così
grave da necessitare di tante persone armate e di una spietata caccia
all’orso, la felice intuizione del compianto prof. Uberto D’Andrea:
“si trattava di un governo che, dopo aver fornito di armi
le guardie urbane a scopo di pubblico ordine, le faceva sfogare con
quelle stesse armi a spese e danno dei poveri plantigradi, che con il
vero e proprio ordine pubblico non avevano molto a che fare. Erano perciò
ammessi permessi di caccia continua e rinnovata, favorita dalle massime
autorità provinciali del tempo, e che doveva necessariamente
portare alla distruzione degli orsi”
(65).
Proseguendo la casistica continua ancora.
Il 23 Agosto 1840 il Giudice di Caramanico diede il consenso al locale
capo delle guardie civiche per poter effettuare la caccia all’orso
coadiuvato da “12 scelti urbani”
(66),
mentre il 6 Novembre dell’anno successivo il capo delle guardie
urbane di Salle rese noto all’Intendente di Chieti “un
orso di smisurata grandezza, da più giorni danneggia le querce
e le ghiande, come pure arreca de’ danni a questi pastori; e come
la neve è già prossima, così prego la sua eccessiva
bontà benignarsi autorizzare a dargli la caccia, avvalendomi
di otto scelti urbani, giusta compiacquere accordarmi nello scorso anno”
(67).
Bisogna fare attenzione all’ultima affermazione “giusta
si compiacquere accordarmi nello scorso anno” a testimonianza
della costante caccia che veniva fatta al plantigrado come pure intuibile
nell’episodio precedentemente ricordato accaduto 1827 a Salle.
Da quando scritto da Edward Lear nel racconto del suo viaggio in Italia
nel 1843 emerge che l’orso abita ancora le montagne di confine
tra Carsoli e la Marsica e che i boschi di Serra S.Antonio
presso Civita d’Antino una volta “si sapevano abitualmente
frequentati da orsi”; che negli ultimi anni sono scomparsi
dal Monte Fiascone, appartenente al gruppo del Terminillo nel comune
di Leonessa e che, nell’agosto del 1843, mentre il Lear era ospite
di Titta Masciarelli di Magliano dei Marsi, l’inglese apprenderà,
che “Ahimè, per i cacciatori o per gli scrittori di
racconti, orsi e briganti hanno cessato di esistere in queste tranquille
contrade” (68).
Nel 1849 la presenza dell’orso sui monti del Gran Sasso viene
documentata da Raffaele Quartapelle
(69), mentre
in generale, relativamente alla presenza del plantigrado, nelle montagne
a Nord dei confini del Regno di Napoli, viene ricordata in uno studio
del 1853 “l’orso e il camoscio segnano il confine naturale
dè più alti appennini al settentrione”
(70).
Sempre a quest’ultimo anno risalgono alcune monografie inserite
nel lavoro del Cirelli. “Pochi sono gli animali nocivi nel
tenimento di Sulmona (...) l’orso qualche volta si fa vedere fra
il Morrone e la Majella, presso il Guado di San Leonardo e si tiene
generalmente nel nostro distretto come un animale piuttosto mansueto
e poco nemico dell’uomo” (P.Serafini, p.56); Nella
parte più boscosa di Pettorano, Selvalonga, Difesa, Elcine, Collalto,
“si vede ancora qualche orso” (P.DE Stephanis,
p.101); e infine, a proposito delle montagne di Scanno, “gli
appassionati di caccia trovano in questi dintorni l’orso”
(G.Tanturri, p.123) (71).
Con una lettera del 13 Settembre 1861, invece, lo studioso di Villetta
Barrea, Leonardo Dorotea, in veste di Segretario dell’Amministrazione
delle Acque e Foreste del Regno, si era rivolto al Governatore dell’Abruzzo
Secondo Ulteriore manifestando la volontà del suo paese e di
quelli di Alfedena e Castel di Sangro, di offrire i propri boschi per
la caccia all’orso riservata al Re. Alla proposta non venne però
dato un riscontro positivo
(72).
Il Dorotea, comunque, già nella seduta municipale del suo Comune,
dove ricopriva la carica di Sindaco, tenuta l’ultimo giorno del
1860, fece approvare la proposta di vedere i boschi del suo territorio
dichiarati Riserva Reale di Caccia
(73).
Nello stesso anno si ha un dettagliato resoconto di una battuta di caccia
al plantigrado effettuata nelle montagne di Scontrone. L’Autore
racconta di aver fatto sosta a Castel di Sangro presso un conoscente
che dopo avergli ricordato la frequentazione di quelle contrade da parte
dei Re aragonesi per la caccia a questo animale, gli offrì da
mangiare un prosciutto proprio di carne d’orso orgogliosamente
ucciso da lui stesso. Sollecitato, l’ardimentoso cacciatore inizia
a raccontare la sua avventura:
“Stavamo ai primi di Dicembre, e corse voce che uno di questi
animali si fosse mostrato nelle campagne di Scontrone; varie mandre
di pecore depredate il confermavano. Le nevi erano cadute ed era facile
trovar la traccia della fiera. Munito di un buon fucile a due canne,
e con la corrispondente baionetta, nonché di una brava coltella
da caccia, per tutti gli eventi, io partivo un bel giorno silenzioso
di quì, con due amici cacciatori anch’essi armati di fucile,
i quali si recavano a testimoni del mio ardimento, avendo io scommesso
in pubblica riunione che l’orso sarebbe stato ammazzato da me.
A notte avanzata giungemmo al sito sospetto, indicatoci da un villano.
Era precisamente così: le tracce della fiera apparivano visibilissime.
I miei amici si fermarono colà. Io mi avanzai solo. Per più
tempo m’inoltrai ardito su di esse, studiandole tacito ed attento;
e lungo tratto tenni loro dietro, fino a che non mancarono. Fino allora
mi ero aiutato colla luna; sventuratamente si covrì anche questa.
Mi trovavo in un sito scabroso, alpestre, sopra un terreno disuguale;
a pochi passi mormorava un fiume, quale non so, giacchè non avevo
minimamente cognizione del sito ove stavo. Pur non ostante cercai inoltrami;
ma mi abbattei presto in macchioni e siepi, da cui tutto mi facea una
legge di allontanarmi. E poi, o era preoccupazion dell’anima o
sentivo rimuovere qualche cosa là entro; sicché mi misi
in agguato. Il rumore si accrebbe man mano e infatti un’orsa sbucò
fuori, seguita da due orsacchini. Per quanto grande fosse il mio coraggio
e il mio sangue freddo, rabbrividii. Era uno smisurato animale. Esso
si avanzò gravemente, fiutando verso il sito ove stavo io, come
se qualcuni glielo avesse indicato, o meglio, come se mi avesse visto.
Gli orsattoli la seguivano. Mi era stato raccomandato di far silenzio
e non muovermi dal mio posto, ed io mi regolai appunto così.
Quando l’animale fu a poche passi da me, in modo che nol potevo
sbagliare, spianai il fucile e trassi il colpo. Nel momento spesso però
la fiera fece un movimento col capo, come a voltarsi indietro. Ciò
mi fece fallare il colpo, il quale invece andò a percuotere uno
dei figliuoli. Sudai freddo; ero perduto. Tu saprai che l’orsa
non perdona mai ciò. Un urlo del quale rintronarono le circostanti
campagne si udì, e con occhio sanguinoso e gettante fuoco l’irritata
madre si scagliò irremissibilmente sul sito ove stavo. Io avrei
dovuto in quella circostanza tirare il mio secondo colpo, e poi atteggiarmi
alla difesa con la baionetta in canna; ma perdei i lumi e gettando a
mia volta un grido, che fu di terrore, abbandonai il posto per rinvenire
un rifugio. Ma anche in quella confusione, in quella cecità,
un rapido sguardo da me dato mi mostrò pur troppo come cercassi
un impossibile. Ritirata non ne aveva. Allora, nell’orgasmo in
cui mi trovava, mi voltai di botto (l’orsa, cacciando affannosi
fremiti, mi stava ormai dappresso), e fattomi animo mi piantati saldamente
a terra e sparai la seconda volta il fucile. La fortuna volle aiutarmi,
la luna brillò tra le negre nuvole che avvolgevanta. Io potei
ben mirare nella fronte della mia nemica, questa stramazzò al
suolo. Anche io caddi o lasciai cadermi; avevo fatto un ultimo sforzo.
Le gambe più non reggevano, le pupille mi si appannavano. In
quello stato fui soccorso dai due miei amici. Avevano udito i colpi;
accorrevano presso di me a vederne il risultato. La loro sorpresa fu
estrema nel mirar morta l’orsa ed un orsattolo, ed infatti l’avventura,
riportata in città, fece epoca, tanto era stata arrischiata nel
tempo stesso e fortunata. Sicché ora tu mangi, caro mio, la zampa
dell’animale che fu ad un punto di mangiare l’amico tuo”
(74).
Nel 1862 il già citato Leonardo Dorotea diede alle stampe il
suo lavoro sulla caccia nel Caraceno (così chiamava l’Alto
Sangro) dove descrive le abitudini del plantigrado e ricorda gli episodi
accaduti a Pescasseroli, di un orso che aveva attaccato dei buoi e di
un altro suo simile che stava mangiando un bue caduto in un crepaccio.
Descrive anche l’indole pacifica dell’animale nei confronti
dell’uomo dal quale, però, all’occorrenza per difendersi
“si eleva (...) sui due piedi di dietro, cinge l’uomo
tra le sue branche (...). Salselo un tal Marchionni di Castel di Sangro
che volle seguire un orso ferito; si ebbe dilacerati i gluzii, le gote,
ecc.”. Il Dorotea continua ricordando la presenza in Villetta
Barrea di cacciatori d’orsi (cacciatore era pure lui) e che “la
carne di orsacchino lattante è squisita; buona quella di ogni
altro orso giovine, compreso l’epate; pessima quella dell’orso
vecchio; cibo da ghiotto sono le zampe”
(75).
Quest’ultima affermazione conferma quanto da noi precedentemente
descritto a proposito della caccia all’orso nel matese.
Inoltre il Dorotea ricorda anche come lui stesso ha trovato squisiti
tali arti e come pure buoni sono i prosciutti che si ricavano con la
carne dell’orso; infine suggerisce i metodi per avere una battuta
di caccia proficua.
Una conferma alla tecnica di difesa dell’orso nei confronti dell’uomo
viene da un episodio accaduto nel 1864 quando uno dei più esperti
cacciatori di Pescasseroli, mentre era a caccia presso il Balzo
del Caprio, a causa del mancato funzionamento del suo fucile, non
potette sparare e l’orsa che aveva puntato gli si alzò
minacciosamente davanti, ma per sua fortuna il plantigrado si limitò
soltanto a “minacciarlo”
(76).
Molto più ricca di informazioni è invece la descrizione
delle tecniche di caccia all’orso nel tenimento dell’Alto
Sangro tramandataci, a completamento del suo già ricordato articolo,
da Leonardo Dorotea: “L’orso non si caccia se non raramente
nel tenimento del capoluogo, ma in quello di Scontrone, Alfedena, Barrea,
Villetta, e specialmente poi in Civitella, nel feudo del Duca di tal
nome. La caccia di questo animale si fa in diversi modi. Ordinariamente
si pongono lungo una linea estrema del bosco, ove si presume, o dove
si ha scienza che dimori l’orso, ad una certa distanza l’un
dall’altro colà intorno a venti contadini, che addimandano
menajuoli, e questi armati di scure la maggior parte, il resto di schioppetti.
All’altro estremo, o dove per causa di balze od altro ostacolo
la linea del bosco praticabile è più breve, si pone in
aguato, lo dicono posta (dal postarsi), quasi altrettanto numero di
cacciatori. Percorrendo i primi di contro gli ultimi il bosco, e facendo
schiamazzo con ursi, ed a quando a quando tirando de’ colpi di
schioppo, avviene che l’orso intimorito, cerca di uscire dal bosco,
e si dirige appunto là ove sono postati i cacciatori. Se questi
sono esperti ed animosi, lo attendono alla minore distanza possibile
(che l’orso preoccupato dal romore a tergo, non sospetta imboscata,
e non si accorge del cacciatore) talvolta sino a due o tre passi. La
ragione di averlo vicino sta nel poter scegliere un luogo vitale a dirigere
il colpo, mentre, attesa la tenacità della sua vita, ferito in
altro luogo non cade; e se pur va a morte, è perduta la preda,
dilungandosi in altri boschi,e non cessando dal cammino, se non quando
non gli riman più vita. Niun pericolo sovrasta al cacciatore,
così oprando; e noi possiam ben dirlo per lunga esperienza in
questa caccia, perché la belva indietreggia sempre al colpo,
e fugge assai ratta se non fu tocca, o lievemente. V’ha però
una eccezione, quando cioè trattasi di orsa che seco conduca
i suoi orsatti. Guai a quel cacciatore che sceglier volesse, invece
della madre, uno dei figli per preda ! Incorre ancor pericolo, se volesse
tener dietro ad orso ferito, o se battendo altra via, s’imbattesse
con esso. Ogni sinistro avvenuto in queste cacce, e noi ne siamo stati
alcuna volta testimoni, è avvenuto per aver voluto trasgredire
questo precetto di rimanersi fermo nel luogo dopo tirato il colpo, e
di non emettere voce affatto. Sel sanno un Marchioni, i due Virgilio,
un di Janni ec. Altro modo di far caccia all’orso si è
quello di cercarlo nel bosco sulle orme che lascia nelle prime nevi
che cadono in novembre sino a fine di dicembre, o nelle ultime da febbraio
a marzo, mentre comunque ne’ restanti mesi del verno si rimanga
ne’ boschi ed in mezzo alle nevi, non è reperibile perché
le prime orme van cancellate dalle nevi successive, ed esso non più
imprime, mentre si addormenta, e rimane in questo stato d’ibernazione
intorno a quaranta giorni. Fanno eccezione le orse, a causa del bisogno
che hanno gli orsatti di poppare (...) L’orso ghiotto di frutta
selvagge, e tra esse, delle pera, mela, ne sale gli alberi. Si conosce
dall’averli sfrondati, e diramati. Se ancor vi rimangon frutta,
perché è certo che allora ch’ei vi ritorna, postansi
in quelle adiacenze i cacciatori; specialmente se splende la luna, possono
sparargli comodamente. Se siasi avvezzo a visitare qualche mandra di
pecora per predarne alcuna, lo che spesso avviene, anche là sogliono
postarsi per averlo a tiro. Se infine vien dato di conoscere qualche
covo di orsa, che abbia dei figli, o si reca di uccidere la madre per
aver vivi i figli, o di predar questi: quella sia lungi. Questi orsatti
son quelli poi, che si addestrano a diversi giuochi, e che conducono
que’ giullari che vivono la loro vita a spese dell’altrui
curiosità”.
Al 1869 risale l’ultima pubblicazione relativa alla Marsica, quella
di Antonio Di Pietro che conclude quella triade di Autori fondamentale
per la storia di questa sub-regione abruzzese formata con il Febonio
e il Corsignani. Il Di Pietro, a pagina 297 del suo lavoro, parla delle
montagne di Opi dove vivono “gli orsi che presentano buona,
ma diffcile caccia a quei robusti abitanti”
(77).
L’Ottocento è stato anche il secolo che ha visto l’Abruzzo
visitato dagli ultimi viaggiatori stranieri; oltre a quelli finora citati,
è opportuno ricordare anche il Kaden che ci testimonia la presenza
dell’orso nelle montagne di Valloscura (oggi Roccapia) il quale,
insieme allo Stieler e al Paulus, in un altro successivo lavoro, ricordano
ancora la presenza dell’orso nelle montagne di Pettorano, centro
vicino il precedente Roccapia (78).
Contrariamente a quanto affermato dal Delfico, invece, che voleva nel
1756 l’ultimo rappresentante del plantigrado nel massiccio del
Gran Sasso, Jules Gourdault, pubblicando nel 1877 il resoconto del suo
viaggio in Italia afferma che alle falde del Gran Sasso “si
stendono splenditi paesaggi di tipo elvetico; pascoli immensi; foreste
di querce e di abeti, dove vivono l’orso e il camoscio”
(79).
Le osservazioni del Gourdault, in contraddizione a quelle del Delfico,
rimandano alla polemica riportata dal Lopez a proposito della fauna
del Gran Sasso (80). Infatti alcuni autori hanno
posto in dubbio la presenza dell’orso su quel gruppo montuoso,
ma a noi interessa sottolineare il fatto che tutti in qualche modo,
forse in discordanza con le loro stesse conclusioni, riportano notizie
sull’esistenza del plantigrado nel Gran Sasso , mentre Achille
Costa aveva aperto il suo lavoro sull’orso dicendo che “sebbene
oggi esso sia stato completamente distrutto entro i limiti della nostra
provincia, mentre ancora vive in quella dell’Aquila, non sono
rari i vecchi che ricordano le uccisioni degli ultimi orsi i quali abitarono,
quasi senza forse, il Gran Sasso e, certo, le montagne ad esso vicine,
così p.es. i monti di Castelli”.
L’Autore concludeva il suo contributo affermando che “in
ogni tempo l’orso appartenne alla nostra provincia non soli intenti
storici, ma così vicini a noi che può dirsi scomparso
da ieri” (81).
Sempre nel 1877 abbiamo un’altra conferma che le montagne di Pescasseroli
erano particolarmente preferite dal plantigrado in questione. Essa ci
viene data da una nota relativa a Carmine Grassi e Carmine D’Addario
che come guardie “hanno prestato un più speciale servizio
circa la Reale Riserva di Caccia essendo stati dal Municipio distaccate
in quelle contrade dove è noto di esser l’ordinaria stazione
del maggior numero di orsi”.
Concludiamo la trattazione delle notizie sull’orso nel corso dell’Ottocento
dando uno sguardo all’Alto Molise. Da una pubblicazione del 1889
apprendiamo che “alle spalle del monastero (di San Vincenzo
al Volturno, NdA), vicino Cerro, è situata Rocchetta (...) e
Orso dalle cui radici nasce il Volturno (...). La incurvatura delle
colline di Castellone nasconde Pizzone (...) di fronte ad una montagna
(...) quasi tutta boscosa, nella quale trovasi l’orso di cui si
fa annualmente particolare caccia”
(82).
Oltre alla citazione della caccia al plantigrado è da sottolineare
il significativo nome dato ad una contrada della zona: Orso.
Sempre per questa area, in una monografia di Venafro edita nel 1877,
leggiamo che un ipotetico osservatore da questa città vedrebbe
le montagne della catena delle Mainarde “ove spesso si dà
la caccia all’orso”
(83).
Nel corso di questo secolo, comunque,“l’orso di tipo
marsicano” è ricordato anche nel territorio di Juvanum
e “nelle foreste di Vastogirardi e Capracotta dove si racconta
di un prete, don Anselmo Di Ciò, il quale, trovando spesso divelti
i lacci da lui posti per prendere le pernici, si appostò e scoprì
che il ladro abituale era un grosso orso”
(84).
Dalla Statistica del Sipari, infine, si ricava che nel periodo
1828-1898 vennero uccisi novantuno orsi e sei orsacchiotti nelle montagne
di Barrea, Villetta Barrea, Civitella Alfedena, Opi, Pescasseroli, Lecce,
Gioia, Villavallelonga, Settefrati e Castellafiume e che tra i cacciatori
si misero in rilievo Francesco Neri e Francesco Sipari da Pescasseroli,
Filippo Tarolla da Barrea, Leonardo Dorotea da Villetta Barrea e Antonio
Orazi da Gioia dei Marsi
(85).
Tra questi andrebbero
menzionati anche altri validi cacciatori come Vincenzo Graziani e Giacomo
Di Ianni da Villetta Barrea, Cirillo Cocuzza da Villavallelonga che
non vengono citati nella Statistica del Sipari
(86).
indice
L’ORSA FIGLIATA
“Chiedesi
licenza uccidere orsa figliata bosco Difesa resa nociva causa continua
strage vaccini”. Con questo telegramma della prima decade
dell’Agosto del 1877 e con preghiera di “far correre”,
il sindaco di Pescasseroli si rivolgeva alla Direzione delle Regie Cacce
e Pesche.
Si trattava di un’orsa, con due orsacchiotti al seguito, che a
causa delle sue incursioni, stava rendendo difficile la vita degli allevatori
locali i quali avevano ormai raggiunto il limite della loro sopportazione.
Il giorno 15 dello stesso mese, il sindaco pescasserolese ricevette
disposizioni:
“Mandi due Cacciatori Reali a Pescasseroli per vedere se possibile
con l’aiuto delle guardie locali scacciare orsa da località
dove si dice fà strage di vaccine. Se poi tale risultato non
fosse possibile, i cacciatori uccidano orsa e facciano ogni diligenza
prender orasacchiotti vivi”.
I Cacciatori Reali cui si fa riferimento erano Donato De Vivo e Pietro
Graffeo; giunsero nel paese durante la mattina del giorno 17 e la battuta
venne organizzata per due giorni dopo, ecco la relazione nella quale
non mancano toni di carattere comico:
“(...) Nel giorno 19 andante con discreto numero di persone
si andò nel bosco Difesa per scacciarsi l’orsa figliata
resa nociva pei danni già indicati, e che in seguito all’opera
dei battitori venne fuori da quei boschi un numero di orsi che nessuno
sapeva o credeva di potersi essere. Tutti quegli animali spaventati
dal rumore e dai pochi colpi sparati ad aria dai battitori, si diressero
per le più elevate parti del bosco, dove per mancanza del numero
dei cacciatori, non erano poste, e per dove neppure poterono essere
sviati dai battitori stessi perché anche questi erano in picciol
numero, mentre per contrario la contrada è molto estesa. Per
tal modi non solo nessuno degli orsi potè essere ucciso, ma ancora
si trovarono diretti per siti dove non poterono ricevere la benchè
minima offesa, e da dove, come assicurano i pastori che vi stanziano,
si fermarono nelle vicine contrade. Anzi qualcuno dei detti animali
si è fatto rivedere in siti più vicini a quest’abitato,
ma non trattandosi dell’orsa pericolosa, sono stati lasciati senza
molestia. Riguardo alla suindicata orsa figliata, pare che anch’essa
siasi restituita ne’ siti della sua passata stagione, come assicurano
le guardie rurali, ma non mai è ancor caduta nelle poste de’
cacciatori. Neppure sene sono avuti ulteriori danni a causa del perfetto
allontanamento delle vaccine da quei siti”
(87).
Stando a questa relazione,
il bosco della Difesa si conferma ancora come quello maggiormente
frequentato dal plantigrado.
indice
Il XX SECOLO
Pubblicata
nel 1903, la guida all’Abruzzo di Enrico Abbate, contiene diverse
informazioni sul nostro animale. Innanzi tutto, nella prima parte del
suo lavoro, l’Autore scrive che “l’orso bruno
vive ancora specialmente nella provincia d’Aquila, nel gruppo
della Meta, ormai quasi distrutto negli altri monti dei quali è
certo abitò il Gran Sasso, i monti di Castelli e della Maiella”.
Dalla seconda parte, invece,
estrapoliamo altre notizie che mettono in luce anche un processo di
estinzione della specie che ormai, nel 1903, avrebbe portato quasi inesorabilmente
alla scomparsa dell’animale se non fosse stato tutelato in un’area
protetta come successivamente avvenne con la creazione del Parco Nazionale
d’Abruzzo.
L’Abbate ci ricorda
che nel territorio di Leonessa (Ri) il “monte Tiria, a Nord-Est
del Terminillo (...) si trovano (...) anche orsi”; che nella
grotta Cola di Petrella Liri il prof.Nicolucci “vi rinvenne
avanzi di orsi spelei”; che a Villetta Barrea “si
caccia l’orso e il camoscio ormai quasi disperso”;
che nelle montagne della Meta “quasi ogni anno si fa la caccia
all’orso, che però si va rendendo molto raro”;
che l’altopiano delle Cinquemiglia era “una volta frequentato
da Lupi e da Orsi” e che nelle montagne del Morrone esiste
anche un monte Orso
(88).
Ma questo secolo, in
virtù dell’esistenza della Reale Riserva di Caccia nell’Alto
Sangro, si apre con delle richieste di risarcimento a causa di danni
provocati dall’orso. Dalla documentazione rintracciata apprendiamo
che molto spesso i proprietari di terreni e di animali chiedevano dei
rimborsi per danni causati dal plantigrado, ma in molti casi le Guardie
campestri, inviate sul posto per gli accertamenti di rito, negavano
la responsabilità dell’orso perchè mancavano tracce
inconfutabili; in altri casi c’erano addirittura dei tentativi
di frode.
A solo titolo di esempio,
nel 1906 tal Pietrantonio Ricciardi di Pescasseroli chiese un rimborso
di 1400 lire perchè, a suo dire, un orso gli aveva ucciso una
vacca svizzera, ma il ritardo di due mesi con il quale aveva presentato
l’istanza di rimborso fece sospettare alle Guardie del Parco che
il Ricciardi aveva volutamente aspettato tanto tempo al fine di mascherare
le vere tracce del responsabile (forse cani selvatici) e tentare la
carta del rimborso che, chiaramente, non venne concesso
(89).
La casistica del genere,
comunque, è molto vasta.
Il 1907 è un
anno importante per le popolazioni marso-altosangrine dal momento che
il Re decise di venire in questi territori, ricadenti in una ex Riserva
Reale di Caccia, per fare una battuta all’orso. Fin dal 5 Novembre
vennero effettuate delle ricognizioni, la mattina successiva vennero
fissate le poste nel Vallone Martino (territorio di Villavallelonga)
e vennero coinvolti ben 150 battitori.
La caccia, iniziata
alle ore 9,30 e terminata alle 14 dell’8 Novembre, si risolse
con il presunto ferimento di uno dei due orsi avvistati, mentre il Re
si limitò a tirare soltanto contro un capriolo che riuscì
a ferire, ma “nella emozione pei due orsi visti non ci occupammo
del capriolo, sebbene difficile trovarlo, perchè non avevamo
cani”.
Molto più “pomposa”,
e non perfettamente corrispondente alla verità, è una
corrispondenza inviata da Villavallelonga il giorno 11 Novembre da Luigi
Bianchi dove, enfaticamente, racconta che “poche ore bastarono
per tradurre in atto il sospirato desiderio perocchè tre orsi
(fuggendo il quarto) di eccezionale grandezza si slanciarono sul circuito
dei cacciatori, ed il Re, con una meravigliosa intrepidezza sparò
pel primo ferendone uno (...) allora i colpi si succedono l’uno
dopo l’altro, e gli orsi, benchè feriti sen fuggono”
(90).
Certo, in qualsiasi
epoca, i giornalisti sono sempre uguali quando bisogna accattivarsi
le simpatie di qualche personaggio importante !
L’orso, quindi si conferma un frequentatore delle montagne abruzzesi
come ci viene sottolineato anche nel 1911 dal naturalista Alfred Stenitzer
quando, riferendosi ai monti della Regione, dice che “anche
gli orsi e i lupi che dimorano nelle zone di montagna, non sono per
lo più pericolosi poiché sfuggono l’uomo ed osano
assai di rado avvicinarsi ai centri abitati”
(91).
Il 7 luglio del 1914,
un altro naturalista, Enrico Festa, giunse in queste zone e precisamente
a Villetta Barrea per una serie di escursioni zoologiche. Il 22 agosto
successivo, il Festa, insieme a tali Nicola Tarolla, Luigi Cimini e
un Pescasserolese, si preparò per una battuta di caccia all’Orso
in un’area dove precedentemente ne fù avvistato un esemplare,
ma nelle tre battute che seguirono, nessuna ebbe esito favorevole.
Successivamente, come
il naturalista stesso racconta, “in una piccola grotta (...),
ebbi l’occasione di vedere il giaciglio di un Orso che vi aveva
dormito un giorno o due prima. Il giaciglio era fatto di foglie secche
colà ammucchiate da bestione, e si vedeva ancora l’impronta
del suo corpo. Il 24 agosto facemmo un’altra cacciata all’Orso
nei boschi di proprietà dei Signori Antonucci di Civitella, alle
falde del Monte Obbaco, uno dei contrafforti del Monte Amaro. In quei
magnifici e pittoreschi boschi sono abbondantissimi i lamponi e le fragole,
di cui sono ghiotti gli Orsi. Il guardiano del feudo ci aveva assicurato
che ivi abitava un individuo di media grandezza.
Incominciata
la battuta, i battitori scovarono la belva in una fitta forra, ma uno
di essi volle portarsi avanti ai compagni per sparare egli stesso all’Orso,
e questo accortosene, forzo la linea dei battitori e se ne tornò
indietro”.
In seguito, Enrico
Festa, si dilunga a parlare delle usanze del plantigrado e di alcune
curiosità ad esso legate: “i cacciatori locali ne distinguono
die varietà: gli Orsi cavallini e gli Orsi porcini. (...) Mi
fù da varie persone che vive nell’Abruzzo la tradizione
che lo Czar delle Russie avesse regalato al Re Ferdinando II di Napoli
una coppia di Orsi, che questi liberò nei Monti dell’Abruzzo.
Non so quale fondamento possa avere tale diceria. L’Orso
dell’Abruzzo si ciba preferibilmente di frutta silvestri, gemme,
radici, bulbi e tuberi; nei luoghi frequentati dagli Orsi si vede il
terreno intorno ai cespugli tutto scavato. Soltanto quando l’alimento
vegetale scarseggia, aggredisce animali vivi per cibarsene, specialmente
giovani vitelli, pecore, asini”.
Il 26 agosto, non senza
aver promesso di studiare meglio tutto il materiale relativo al nostro
plantigrado, il Festa partì da Villetta per tornarsene a Torino
(92).
Durante il suo viaggio in Abruzzo effettuato nel 1914, Estella Canziani
rimase meravigliata al sentire una particolare superstizione aquilana
che voleva “le prime ciocie di orso che indossa un ragazzo
guariscono un animale dai dolori di pancia (tali orso si trovano sulle
montagne e ci sono curiose credenze su di essi)”
(93).
Nel 1920, Casimiro
Del Principe, un esperto cacciatore e conoscitore di orsi, scrisse un
interessante articolo nel quale emerge che le montagne dell’Abruzzo
aquilano, della Valle del Liri, della Marsica, del Fucino nonchè
di Castel di Sangro e della provincia di Caserta, sono l’habitat
consueto del plantigrado. L’articolo è anche ricco di ricordi
di cacce e soprattutto delle usanze alimentari e delle caratteristiche
della fuga dell’animale; l’Autore ricorda pure i tipi di
caccia praticati e i luoghi particolarmente preferiti dall’orso:
Conca della Rocca, Cantoniera dei Campitelli, la Buca, il Balzo
Travagliuso, Posta del Principe, Balzo del Caprio, Insellatura del Balzo
del Caprio, Forcella Salero dove qualche anno prima erano stati
avvistati ben cinque orsi che procedevano in fila indiana ed erano talmente
grossi che all’inizio erano stati scambiati per somari, Piccola
Rocca, Sella dei Tre Confini e Forca dei Tre Confini. Ricorda anche,
come qualche anno addietro (1914), durante una battuta di caccia coordinata
dall’onorevole Erminio Sipari, avvenne una specie di strage: “fu
ferita un’orsa e furono uccisi due bellissimi orsacchiotti malgrado
gli urli ed i comandi in contrario del deputato, che ne fece una malattia”
(94).
E’ del 1921,
comunque, il primo studio di carattere pseudo-scientifico sull’orso
nel quale si evidenzierà la distinzione di Ursus Arctos e
Ursus Arctos Marsicano.
L’Autore, Giovanni
Altobello, in tale anno pubblicò a Campobasso il suo fondamentale
lavoro sulla fauna dell’Abruzzo e del Molise dedicando il quarto
volume ai carnivori, specie nella quale ha inserito il notro animale.
Dopo una lunga introduzione generale sull’orso, anche di carattere
storico, l’Altobello specifica che “in Italia l’Orso
non vive se non nell’Abruzzo, esso è scomparso nel resto
della penisola e le sue ultime catture nelle Alpi rimontano a più
di venti anni addietro. Nel Trentino qualche individuo compare proveniente
dal Tirolo. Nell’epoca quaternaria vivevano invece nella nostra
penisola diverse specie di Orsi ed i più comuni erano rappresentati
dall’U. e speleus, dall’U. arctoideus e dall’etruscus”.
Entrando nella descrizione
dell’orso abruzzese e molisano (dialettalmente chiamato Urs,
Urz, Urze e più amichevolmente Tata-urze), l’Autore
parla del colore del pelame, della dentatura, del cranio, tutte caratteristiche
particolari, con le quali questo tipo di orso “può
scientificamente, per la regione che attualmente abita, nominarsi Ursus
arctos marsicanus”. Rafforza questa affermazione descrivendo
l’anomalia da egli stesso rilevata in due crani, di orsa e orsacchiotto,
catturati nel territorio di Villavallelonga.
E’ opportuno
ricordare che le popolazioni altosangrine distinguono i loro orsi in
quello cavallino (con una dieta prettamente erbivora) e in
quello porcino (a sua volta con una dieta carnivora).
L’Altobello continua
il suo articolo elencando i luoghi dei quali il plantigrado è
un abituale frequentatore: “I fitti boschi di quella zona
montana che va da Pizzone a S.Pietro Avellana nel Molise e si estende
nell’Abruzzo aquilano dall’alta valle del Sangro sino a
quella del Liri, danno ancora ospitalità al nostro Orso che trova
nelle asperità di quella regione, non del tutto manomessa, un
asilo ancora sicuro”.
Dopo aver dato anche
qualche informazione di carattere storico, l’Autore descrive l’indole
pacifica dell’orso che diventa aggressivo soltanto se minacciato;
descrive le sue abitudini alimentari che sono per lo più vegetariane,
ma “il nostro orso è stato un pericoloso carnivoro
solo dall’ottobre 1899 al novembre 1902, epoca in cui s’iniziò
e finì la sua tutela colla istituzione della Riserva di caccia
data in omaggio da quei comuni montani al nostro Re: allora tutte le
vaccine pericolate, tutte le capre ed i vitelli, tutte le pecore divorate
dai lupi diventarono tante vittime degli Orsi per il rimborso del danno
da parte dell’Amministrazione della Casa reale che nell’ultimo
anno arrivò a pagare fino a L. 70.000 d’indennizzi. Da
una mia accurata inchiesta risulta che rarissimamente qualche capo di
bestiame sbandato può finire aggredito dall’Orso, ma che
invece tutti i danni che si lamentano sono dovuti sempre ai lupi voraci
che infestano quella regione”.
L’Altobello descrive
anche le tane dell’orso, le sue usanze diurne e notturne, la particolare
abitudine dell’orsa che abbandona al proprio destino l’orsacchiotto
più debole per seguire quello più robusto e, come esempio,
oltre agli studi del Krementz e del Brehm, cita un avvenimento raccontatogli
da un conoscente fidato accaduto qualche hanno addietro nelle montagne
di Villetta Barrea: ”un pastore nelle prime ore di un mattino
vide un’Orsa con due orsacchiotti diretti verso una fitta macchia
e si accorse che mentre uno di questi rimaneva da presso la madre, l’altro
stentava a seguirla restandole molto indietro. Diverse volte la madre
si fermò, incitò con qualche grugnito il ritardatariio
a seguirla, teornò indietro a spingere il piccolo, ma accortasi
infine che il poverino non si trovava in condizione di camminare e d’internarsi
nel bosco, incollerita, lo morde, lo calpesta, lo ammazza e con poche
zampate gli scava sul posto una fossa e ve lo seppellisce. Dopo aver
così compiuta la crudele bisogna, la madre spartana con l’altro
orsacchiotto agile e svelto sparisce nel fitto mentre che il pastore
che aveva assistito a tutta la drammatica scena, riavutosi dallo spavento
e dallo stupore, poco dopo disseppellisce il cadavere ancora caldo che
s’affretta a mandar subito in paese”.
Lo studioso conclude la relazione parlando delle cause dell’orsa
che sono “molto gradite a quelle popolazioni e un Orso ammazzato
rappresenta sempre un boccone prelibato: io stesso che le ho saggiate
le ho trovate tenere e di ottimo sapore”
(95).
Si torna a parlare del plantigrado, in un articolo del 1921 e ancora
per una battuta di caccia effettuata da un altro monarca italiano, il
Duca di Aosta. Dopo aver manifestato la sua meraviglia alla notizia
dell’esistenza dell’orso anche in libertà, C.Stelluti
Sala autore dell’articolo in questione, circoscrive la presenza
del plantigrado “sul massiccio montuoso, tra la conca del
Fucino e la provincia di Caserta per le cime e le forre di monte Maturi,
monte Marcolana, la Rocca, il Mal Passo, monte Panico, Col dell’Orso
(...) e per i territori di Pescasseroli, Opi, Villa Vallelonga, nella
pittoresca alta valle del Sangro e tra i passi di Forca d’Acero
e di Gioia Vecchia”.
L’articolo contiene anche informazioni sulle usanze dell’orso,
sull’indole delle popolazioni locali, sulle Reali Regie Cacce
e chiaramente sull’esito positivo della battuta di caccia: “in
pieno galoppo, l’orso si era gettato verso la posta dell’on.
Sipari, e veniva poi colpito a morte dal sig. Pietro Neri, di Pescasseroli,
che a 80 metri, con ammirevole precisione, gli cacciava una cartuccia
Graziani (palla a quattro pallottole) sul dorso !”
(96).
Le notizie sulla presenza del plantigrado nelle montagne che ricadono
nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo ormai sono sempre
riferite a questo Ente dove soltanto i racconti dei pastori rappresentano
qualcosa di inedito.
Nel 1923 venne rinvenuto, nel territorio di Pescasseroli, un orso ucciso
da cui venne recuperata soltanto la testa che successivamente venne
portata nel Museo Zoologico del Parco
(97).
Nel 1924, comunque, la sottoprefettura di Avezzano informa il Prefetto
de L’Aquila che “nel territorio del Comune di Villavallelonga
sono stati catturati tre orsacchiotti dell’età di circa
tre mesi”. Dietro disposizioni del Presidente del Parco Nazionale
d’Abruzzo i due animali vennero consegnati al Giardino Zoologico
di Roma, mentre il terzo, “in atto di omaggio”,
venne donato al Presidente del Consiglio dei Ministri; inoltre “sul
posto si trovava un operatore cinematografico inviato dall’Ente
Autonomo del Parco” (98).
Secondo il Sipari, altri tre orsacchiotti furono catturati l’11
Aprile 1925 presso la Difesa comunale di Villavallelonga, sul monte
Rapanella; forse si trattava degli stessi
(99).
Quest’ultima notizia ci rimanda alla Relazione sul Parco Nazionale
d’Abruzzo di Erminio Sipari, nel paragrafo relativo al “Lavoro
di propaganda” dove si ricorda che la Commissione dell’Ente
si era impegnata con la Casa Schillings per la realizzazione di un film
propagandistico del Parco. Del film due negativi dovevano essere consegnati
all’Ente stesso che ne avrebbe avuto l’esclusiva per l’Italia
ripromettendosi “anche un lucro”.
L’operatore della Schillings, Alfred Trautwein, lavorò
a Pescasseroli nell’agosto del 1923: “di animali allo
stato di vita libera l’operatore ha ritratto cinque camosci, un
ghiro ed alcuni uccelli; per gli orsi è stato sfortunato perchè
essi sono passati davanti all’obbiettivo soltando al crepuscolo
o prima dell’alba quando le condizioni di luce non erano favorevoli.
L’operatore e la guida che gli faceva compagnia nelle gelidi notti
che passavano appostati in alta montagna, hanno così veduti nel
1923 ben quattro orsi di diversa grandezza, di cui uno per tre volte;
ed una sera assistettero all’inseguimento di un puledro, che finì
col precipitare da un appicco e fu subito raggiunto ed azzannato dall’orso
che se ne cibò. L’on. Sipari, nel 1924 ha fatto procedere
ad alcune battute ed è così riuscito a far filmare di
pieno giorno diversi orsi”
(100).
Purtroppo, sia di questo film che del precedente girato a Villavallelonga,
al momento non esiste alcuna traccia negli archivi del Parco Nazionale
d’Abruzzo. Ma se la prima relazione pseudo-scientifica, come abbiamo
visto, risale al 1921, negli anni 1938-39 abbiamo un articolo che ci
parla del rapporto dell’orso con gli altri animali e ci da informazioni
sulle abitudini del plantigrado, infatti: “girano per le selve,
mangiano frutta selvatiche, fragole, ghiande, uova di formiche, e, di
tanto in tanto, con discrezione, si concedono qualche passeggiatina
nei seminati per un assaggio di patate e di granturco. Di tanto in tanto
anche, quasi per una cura anti-anemica, ricostituente, visitano le greggi,
ma anche in questo necessario diversivo di nutrizione, non sone ineducati:
il lupo in una mandria di pecore vi fa una strage, spesso senza portarne
via nessuna, l’orso invece adocchia la meglio in carne, e se la
va a mangiare in santa pace. Nei mesi invernali si mettono in letargo,
o -per dire più propriamente- nello stato ibernante, e .... arrivederci
a primavera, quando la natura con il suo risveglio, invita ad amare!
Con l’uomo l’orso non è cattivo, sempre se non molestato:
diffida di lui e, di solito, fugge alla sua presenza. E’ che il
più spesso, anche l’uomo trova logico fare altrettanto,
ma -più delicato nel sistema nervoso- riporta di frequente dagli
incontri con l’orso turbe emotive a tipo eretistico o.... dissenterico!
Anche i cavalli ed i muli hanno dell’orso un ingiustificato timore:
lo avvertono a distanta, s’impennano, fuggono all’impazzata.
L’asino (...) invece non si dà quasi per intesa della vicinanza
del plantigrado, e non mostra troppo preoccuparsi di lui. I bovini,
poi, sono buoni amici dell’orso, che nelle fredde nottate di autunno
trova spesso comodo e caldo il coricarsi pacificamente in mezzo alle
vacche pernottanti sui pascoli. I cani da caccia ne hanno invece un
sacro terrore: in luoghi di beccacce, tre volte la vicinanza dell’orso
ha fatto abbandonare ai miei cani la cerca, che non hanno voluto riprendere
se non portati lontano dal luogo sospetto; lo stesso fanno i segugi.
I mastini circondano ed inseguono la belva, ma ... a rispettosa distanza:
seolo qualche soggetto giovane, ardito ed inesperto, osa avventarsi...
per restare fracassato sotto il forte ceffone correzionale”
(101).
Per quanto concerne le uccisioni di questo animale, dalla Statistica
del Sipari sappiamo che nel periodo 1908-1925 vennero abbattuti cinquantasei
orsi e sette orsacchiotti nei monti di Barrea, Villetta Barrea, Pescasseroli,
Settefrati, Lecce, Collelongo, Villavallelonga e Trasacco. Rispetto
ai dati dell’Ottocento si evidenzia uno spostameto del plantigrado
in direzione del versante marsicano del Parco, come confermato dalla
tabella n.1.
Le notizie sull’orso
ormai sono strettamente legate alla vita del Parco Nazionale d’Abruzzo
che oltre ad una programmazione sempre più diretta alla salvaguardia
del nostro plantigrado, deve registrare anche uccisioni per cause indirette
(l’orso investito da automobili, da treni, ecc.), ma deve soprattutto
combattere contro il bracconaggio che ancora oggi, in modo più
o meno periodico, miete vittime tra questa specie
(102).
C’è da
dire che il plantigrado continua anche a far registrare sue incursioni
a danni di allevatori ed apicoltori come avvenne nel 1969 rispettivamente
a Bisegna dove uccise sette pecore ferendone un’altra ventina
e ad Opi dove rimase impigliato nelle reti che circondavano delle arnie
in località Pesco di Iorio
(103). Sempre
in quest’anno abbiamo il racconto di un’orsa con due orsacchiotti
che era caduta, a causa di un tetto pericolante, dentro una stalla con
delle pecore che stritolò quasi tutte e due anni dopo,a Barrea,
“un magnifico esemplare di orso, del peso di oltre due quintali,
rimase inprigionato tra i cavi di acciaio che un proprietario di arnie
aveva posto a difesa dei suoi alveari già altre volte visitati
e danneggiati dall’orso”
(104).
indice
LA POPOLAZIONE DEGLI ORSI
Nel corso
di questo lavoro non sono certamente mancate notizie storiche che, almeno
indirettamente permettono di farci un’idea sulla quantità
degli orsi che abitavano la Regione.
Già nel 1513, nel territorio di Frosolone (IS), i nostri plantigradi
causavano ripetuti danni al patrimonio armentizio di quei luoghi facendo
ipotizzare una notevole presenza.
Ma a dir poco sconvolgente è la notizia del 1574 riferita al
tenimento di Alvito dove “in un sol giorno ne furono hauti
sette di grossi et cinque piccini” !
Alla facilità di contatto e certamente ad una popolazione consistente
di orsi è da rimandare l’affermazione del Razzi (1575)
quando, citando i tre insegnamenti che venivano impartiti alla popolazione
di Farindola (Pe) c’è anche quello di affrontare l’orso;
un tale insegnamento non sarebbe stato necessario se l’animale
fosse stato abbastanza raro.
Una notizia simile a quella del 1513 è tramandata nel 1729 relativamente
a due centri altomolisani: Collefuni e Pietrabbondante.
Più preciso risulta essere il Giudice di Pace di Pizzoli (Aq)
che, a proposito del suo comprensorio, lo dice frequentato da “orsi
in gran quantità”. Abbastanza generica è invece
l’informazione tramandataci dal Romanelli (1819) a proposito dei
monti marsicani che secondo lui erano anche ricchi di orsi e Villavallelona,
un comune di questo comprensorio, la località Cese di Fuori,
nel 1835 è addirittura definita un “covile di orsi”.
Indicative potrebbero
essere le informazioni del 1843 in cui la Serra di S.Antonio
a Civita d’Antino è abitualmente frequentata dal nostro
plantigrado; nel 1877, invece, nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo,
avevamo visto che che già si parlava di un “maggior
numero di orsi” e nel 1889, nel territorio di Pizzone, si
faceva annualmente la sua caccia.
Il massiccio del Gran
Sasso, invece, è quello da dove provengono notizie sempre discordanti
tra loro e dove già al 1756 (erroneamente come abbiamo potuto
constatare dai dati acquisiti) si voleva far risalire l’ultimo
rappresentante di questa specie: nel 1811 vi viene citato soltanto qualche
orso nel versante teramano, mentre sempre nello stesso anno, nel luogo
chiamato Tottea, cè addirittura “un monumento”
della loro esistenza rappresentato da “molte teste di questi
animali ammazzati da un tal Rubeis”.
Nel 1915 lo zoologo
Enrico Festa, dopo aver ricordato la presenza di crani dell’Orso,
così si esprimeva sulla popolazione del nostro plantigrado: “gli
Orsi si trovano ancora in numero discreto nelle montagne che fiancheggiano
la parte alta della vallate del Sangro”
(105).
Nel 1917, anno della
prima pubblicazione sul Parco Nazionale d’Abruzzo, registriamo
un regresso della popolazione dell’orso (rispetto a quanto prima
affermato) dal momento che si parla di “non molti rappresentanti
dell’orso bruno dell’Appennino”
(106).
E’ nel 1925,
comunque, che abbiamo il primo dato ufficiale della popolazione dell’orso,
infatti, in una lettera inviata al Re da Erminio Sipari, si legge che
nel Parco c’è una popolazione di almeno 40 unità.
Nel 1928 e nel 1931 si ebbero due tentativi di censimento che fornirono,
rispettivamente, le cifre di 50 e 20 Orsi come il minimo certo. Due
anni dopo il numero degli Orsi è dato in aumento “grazie
alla vigilanza”
(107).
Il numero più
alto di Orsi venne censito nel 1944 con la presenza di circa 200 animali
(a nostro avviso un dato sicuramente esagerato), numero che andò
sempre più diminuendo: 150 nel 1950 e 1951; 100 nel 1964; 70-100
nel 1970-1971; 45-80 nel 1983
(108). Nel 1949,
però, il Sindaco di Collelongo così scriveva alla Direzione
del Parco: “tutti gli agricoltori del Camune lamentano danni
considerevoli arrecati dagli Orsi nei campi seminati a granturco. Negli
scorsi anni i danni erano limitati e si riferivano solo a qualche piccola
zona del territorio di Amplero; quest’anno invece, tutte le zone
vengono giornalmente devastate. Si vede che il numero degli Orsi è
aumentato sensibilmente”
(109).
E’ evidente che
l’affermazione del primo cittadino di Collelongo non è
conforme alle cifre del periodo 1944-1950 che invece registrava un costante
regresso del plantigrado. Il Leporati, per il 1949, forniva la cifra
di 70-110 Orsi affermando che era più numeroso del Camoscio.
L’autore, inoltre, aggiunge che “durante la guerra ha
subito una notevole diminuzione e poichè alle truppe di passaggio
anche i bracconieri hanno con ogni mezzo dato la caccia a questi grossi
animali più che per le loro carni abbondanti, per l’alto
valore commerciale della pelle. Ci è stato riferito che una pelle
di maschio adulto è stata pagata fino a 80.000 lire. Per altro
per le sue abitudini notturne, per il suo fiuto ed udito finissimo,
per l’abitudine che esso ha di vivere nel più fitto dei
boschi e fra rocce e dirupi ed anche per la difficoltà che offre
la sua caccia, i danni subiti da questo animale sono statai molto inferiori
a quelli subiti dalla precedente specie” (il Camoscio, NdA)
(110).
Precedentemente abbiamo
un’importante relazione sull’argomento. Scrivendo al suo
amico e naturalista Enrico Festa, direttore del Regio Museo Zoologico
di Torino, Nicola Tarolla, direttore pro-tempore del Parco, il 6 Gennaio
del 1930 così si esprimeva sulla popolazione del nostro plantigrado
“In quanto agli orsi, credo che siamo al principio della saturazione.
Infatti nella scorsa buona stagione sono comparsi degli Orsi in località
dove mai si erano visti. Il 28 scorso Dicembre fu ammazzato un orsetto
nei boschi di Scontrone, versante di Roccaraso. A memoria d’uomo
non si ricordava la presenza di Orsi in quei monti (...). A mio parere,
non vi sono meno di settanta orsi attualmente; e ciò, oltre che
rilevarlo da quotidiane osservazioni, si deduce anche dal continuo crescendo
di danni che essi arrecano al bestiame ovino. Ogni giorno sono lagnanze
e proteste da parte dei proprietari di bestiame. E spero che nel prossimo
autunno la Commissione Amministratrice di questo Ente si decida a far
effettuare qualche battuta.” (111).
Quest’ultima
affermazione farebbe ipotizzare ad una caccia selettiva che, comunque,
non verrà mai effettuata.
L’11 Ottobre
1954, il sindaco di Barrea, rivolgendosi al Direttore pro-tempore del
Parco, Francesco Saltarelli (11 Ottobre 1954), oltre a tramandarci la
notizia dell’aumento della popolazione dell’orso, auspicava
un intervento dell’Ente a favore di coloro che avevano avuti i
raccolti rovinati dall’animale: “Caro Don Ciccio, ogni
tanto, pur troppo, debbo darti qualche fastidio. Questa volta è
la questione dei nostri amati orsi. Un annata veramente disastrosa per
il raccolto del grano turco. Quest’anno gli orsi si sono veramente
risvegliati a dispetto di chi non crede che nel Parco vi sono e in gran
numero. Ciò mi fa piacere ai fini del Parco, ma debbo
anche riferirti che i danni causati al granone è grave perché
sono stati quasi distrutti tutti i campi. Nel mio Ufficio piovono denuncie
in quantità da parte di cittadini danneggiati. Non si può
far proprio nulla per sedare il malcontento della popolazione ? Non
si può in qualche maniera rimediare almeno per quest’anno,
in attesa di regolari provvedimenti ? Tu capisci d’altra parte
che così non può correre. Un rimedio ci vuole”
(112).
In una pubblicazione
sul Parco Nazionale d’Abruzzo, curata dal direttore pro-tempore
Francesco Saltarelli, a proposito del numero degli orsi presenti nel
Parco si legge che essi si avvicinano ad un centinaio (113).
Altra informazione
della popolazione del nostro plantigrado ci viene dalla relazione della
Commissione che afferma di essere stata
“piacevolmente sorpresa dall’abbondanza dell’orso
e dal fatto che sia ancora largamente diffuso, anche abbastanza lontano
dal parco. Secondo fonti degne di fede, esisterebbero ancora un centinaio
di orsi in Abruzzo e parecchie dozzine vivrebbero nel Parco”
(114).
PARTE I
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COMUNI
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1927
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1928
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1929
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1931
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1934
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1935
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1936
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1937
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1938
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1939
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1940
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1941
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VILLALAGO
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RIVISONDOLI
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MONTENERO VC
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SCONTRONE
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ALFEDENA
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BARREA
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CIVITELLA A.
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VILLETTA BARREA
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OPI
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PESCASSEROLI
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BISEGNA
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GIOIA DEI MARSI
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LECCE NEI MARSI
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ORTUCCHIO
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COLLELONGO
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VILLAVALLELONGA
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TRASACCO
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LUCO DEI MARSI
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CIVITA D’ANTINO
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CIVITELLA ROVETO
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CASTRONUOVO
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SAN VINCENZO V.R.
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x
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BALSORANO
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CAMPOLI A.
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SETTEFRATI
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PESCOSOLIDO
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PICINISCO
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VAL CANNETO
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CARDITO
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SAN DONATO V.C.
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PIZZONE
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x
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CASTELNUOVO V.
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x
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|
PARTE II
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COMUNI
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1942
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1943
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1946
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1947
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1948
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1949
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1952
|
1953
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1954
|
1955
|
1956
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VILLALAGO
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x
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RIVISONDOLI
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x
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MONTENERO VC
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SCONTRONE
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ALFEDENA
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BARREA
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CIVITELLA A.
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VILLETTA BARREA
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OPI
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PESCASSEROLI
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BISEGNA
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GIOIA DEI MARSI
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LECCE NEI MARSI
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ORTUCCHIO
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COLLELONGO
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VILLAVALLELONGA
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TRASACCO
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LUCO DEI MARSI
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CIVITA D’ANTINO
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CIVITELLA ROVETO
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CASTRONUOVO
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SAN VINCENZO V.R.
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BALSORANO
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CAMPOLI A.
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SETTEFRATI
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CARDITO
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SAN DONATO V.C.
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PIZZONE
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CASTELNUOVO V.
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Tab. 1 -
Comuni dai quali provengono le rivendicazioni di rimborsi per danni
causati dagli Orsi; dati ricavati da ASPNA “Danni Orso: 1925-1956”.
indice
RIFLESSIONI
SULLE CAUSE CHE POSSONO AVER DETERMINATO LA RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE
DEGLI ORSI IN ABRUZZO
L’Avvento del Governo borbonico nel 1806 e soprattutto la Legge
del 1863 sull’affrancamento del Tavoliere di Puglia, che mise
fortemente in crisi l’industria armentizia -con la quale viveva
la maggior parte della popolazione abruzzese- avviandone l’inesorabile
declino, nonchè i disboscamenti atti alla creazione di nuovi
terreni per l’agricoltura e l’apertura di nuove strade,
fanno si che il nostro plantigrado (ma anche altre specie oggi protette
come il camoscio il lupo e probabilmente anche la lince) si rifugga
in luoghi ancor più inaccessibili oppure cambi completamente
area oppure, nel caso peggiore, inizi a scomparire (115).
Parallelamente a questo,
il compianto prof. Uberto D’Andrea, come abbiamo già visto
in precedenza, e che qui ci piace riportare nuovamente, indicava un’altra
causa che sicuramente ha influito con un certo peso sull’esistenza
del plantigrado: “Si trattava di un governo che, dopo aver
fornito di armi le guardie urbane a scopo di pubblico ordine, che faceva
sfogare con quelle stesse armi a spese e danno dei poveri plantigradi,
che con il vero e proprio ordine pubblico non avevano molto a che fare.
Erano perciò ammessi permessi di caccia continua e rinnovata,
favorita dalle massime autorità provinciali del tempo, e che
doveva necessariamente portare alla distruzione degli orsi”
(116).
L’archivista
napoletano Michele Torcia, nel 1792, commentando la caccia all’orso
praticata nel Cicolano al tempo di Silio, scriveva che questi animali
“ivi cacciati, ora estinti ed in breve estinguendosi, e ingiudiziosamente
per tutto l’Abruzzo” (117). E’ innegabile la
preoccupazione del Torcia, ma ancor più significativo è
quanto ci ricorda relativamente al territorio peligno: “Non
era di minor lucro (...) le cacciaggioni (...) e in particolare degli
Orsi tanto utili per la loro pelle, pel grasso e la carne, e di cui
ora vi sarebbe col solito sciocco furore estinta la buona razza se il
sovrano col solito suo buon cuore non avesse frenato tal furore con
editto proibitivo di tal caccia” (118).
Se queste appena citate
a nostro avviso sono le cause più ricorrenti che hanno costretto
l’orso a diventare ancira più raro alla vista dell’uomo,
è pur vero che fin dalla metà del Settecento una parte
di studiosi approvava i disboscamenti come un valido mezzo per allontanare
gli animali nocivi dai paesi come ebbe a scrivere Giovanni Delfico nel
1743: “era necessario lo sboscare in vicinanza delle popolazioni,
tanto per endervi l’aria meno stagnante, che per tener lontano
gli animali feroci” (119).
Una normativa di salvaguardia,
comunque, tardava ad arrivare, ma arriverà per un’altra
specie altrettanto rara, il camoscio. Questo ruminante nel 1913 ebbe
una Legge specifica che ne vietava la caccia in un territorio ben delineato,
ma per l’orso nulla di tutto ciò.
Ci si potrebbe appellare
alla Riserva di Caccia Reale creata nel territorio altosangrino, ma
in essa non è che era vietata la caccia al plantigrado, anzi
si può dire che era ufficializzata anche se per circostante ben
precise.
Sono significative
le parole di Erminio Sipari quando illustrò il destino del nostro
animale dopo la chiusura della Riserva Reale di Caccia nel 1878: “Grande
fu l’accanimento con cui lo spirito venatorio dei naturali, compresso
per sei anni, si ridestò non appena tolto il divieto: in un solo
anno bel 27 furono gli orsi uccisi” e dopo la chiusura del
1912: “I cacciatori della valle, e specialmente quelli di
Pescasseroli e di Villavallelonga, nonchè altri che accorsero
questa volta anche dalle Provincie limitrofe e dalla capitale, armate
di carabine e di fucili express, per cui i loro colpi erano quasi infallibili,
si dettero di nuovo ad una campagna contro l’orso decimandoli
notevolmente” (120).
In pratica, non appena
la Legge lo permetteva, il plantigrado era oggetto di caccia sistematica
anche perchè “oggetto desiderato”, “compresso
(...) per anni” come ebbe a dire il Sipari e quindi più
appetibile.
Erano, invece, autorizzati
ad uccidere un orso, soltanto se attaccati, a condizione di salvare
eventuali orsacchiotti, le Guardie campestri del comune di Pescasseroli
(ma sicuramente anche degli altri che ricadevano nei confini del Parco)
come recitava l’art.5 del “Contratto di trattativa privata
per l’affittanza alla Federazione Pro Montibus delle pendici dei
monti della Difesa comunale, Monte delle Vitelle e Schienacavallo comprese
tra Monte Tranquillo e Monte Schienacavallo di proprietà del
Comune di Pescasseroli”: “(...) dovendo il diritto di
cacciare esser riservato esclusivamente alla Federazione Pro Montibus
(...). E’ però fatta eccezione per i pastori (...) per
i vaccari (...) per le guardie campestri (...) che conserveranno il
diritto di difendere il gregge e le loro persone dall’aggressione
degli Orsi. Ove la selvaggina, ed in particolar modo l’Orso, si
accresca in numero tale da destare preoccupazione per i danni che ne
potrebbero derivare sia agli animali che alle persone, potrà
essere indetta dalla Federazione Pro Montibus qualche partita di caccia
per un determinato numero di capi e nella concessione dei relativi permessi
si avrà speciale riguardo per i cacciatori di Pescasseroli”
(121).
L’idea di una
caccia selettiva era sempre viva !
E’ del 1931 l’ultima
grande battuta ufficiale all’orso e del 1939 la Legge che ne vietava
la caccia (122), ma si badi bene, è una Legge generica e non
pertinente al solo orso, anzi, fino ad oggi, pur considerandolo una
delle specie più preziose da salvare, l’orso marsicano
non ha ancora meritato una normativa ad hoc ! (123).
indice
BIBLIOGRAFIA
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indice
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3 J. DE ROSSI MAZZORIN I resti faunistici dell’insediamento
dell’Età del Bronzo finale delle Paludi di Celano: campagne
di scavo 1986-1989, in “Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità”... cit., pp.165-173, passim.
4 G. NICOLUCCI La grotta Cola presso Petrella di
Cappadocia nella Provincia dell’Abruzzo Ulteriore II, in “Atti
della R.Accademia di Scienze Fisiche, Matematiche di Napoli”,
Vol.VII, Napoli 1877: relazione letta nell’adunanza del 10.2.1877,
vedilo in G. PANSA Biblioteca Storica degli Abruzzi, L’Aquila 1964,
n.1273. Sullo stesso argomento vedi E. SIPARI, dove a p.18 scrive: “Nella
stessa grotta, nel 1866, Fabrizio Blasetti rinvenne numerose ossa di
plantigrado nonché due crani completi a conferma delle frequentazioni
della grotta temporalmente continua da parte dell’orso”.
5 G.
TARQUINIO Testimonianze storiche della presenza del Camoscio in Abruzzo
e nelle aree limitrofe (primo contributo), ricerca inedita commissionata
dal PNA, L’Aquila 1996, p.11; è possibile consultarlo presso
il Centro Studi del Parco Nazionale d’Abruzzo.
6 C. CAPPELLI-R.FARANDA Storia della Provincia di
Teramo dalle origini al 1922, 2Volumi, Teramo 1982, Vol.I, pp.14-15.
7 S. PANNUTI Gli scavi di Grotta a Male presso L’Aquila,
estratto dal “Bullettino di Paletnologia Italiana”, n.s.
anno XX, Vol.78, Roma 1969, p.243 e D. FRUGONESE Studio paleo-climatologico
nel settore Nord di Teramo, parte prima, in “Quaderni del Museo
di Speleologia Vincenzo Rivera”, L’Aquila 1978, p.44.
8 U. RELLINI L’uomo fossile della Maiella,
in “Atti e Memorie del Convegno storico abruzzese-molisano, 25-29
Marzo 1931”, Casalbordino 1933. pp.1-2.
9 G. CREMONESI La grotta dei Piccioni di Bolognano
nel quadro della cultura dal Neollitico all’età del Bronzo
in Abruzzo, Giardini Editori e Stampatori, Pisa 1976, p.184.
10 R. DI LELLO La caccia nel Matese, Piedimonte
Matese, 1988, p.13.
11 W. MERLINI Il profumo della terra, soste in Abruzzo, Ed.Carabba, Lanciano 1940, pp.23-32.
12 SILIO ITALICO De bello punico, libro VIII, versi
558-564.
13 M. TORCIA Viaggio nel paese dei Peligni alla
fine del Settecento, ristampa Polla 1986 dell’edizione di Trani
1783, pp.31-35. Erminio SIPARI evidenzia come Orazio ci tramanda il
ricordo dell’orso nel Vulture: mirum quod.../ut tuto ab atris
corpore viperis/dormirem et ursis... mentre Ovidio ricorda quello della Lucania:
Fordus lucanis provolvitur ursus an antris/quid nisi pondus
iners, stolidaeque ferocia mentis ?, cfr. Relazione del Presedente del
direttorio provvisorio dell’Ente Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo
alla commissione amministratrice dell’Ente stesso, nominata con
Regio Decreto 25 marzo 1923, Tivoli 1926, p.21. Anche a Roma, in epoca
repubblicana, si ricordano combattimenti nelle arene e nei circhi tra
venatores, cacciatori, ed orsi come quello del 169 a.C. organizzato
da Scipione Nasica e Centulo che “fecero venire 63 pantere 40
orsi e 10 elefanti”,. Anche Augusto, nei vivaria (gabbie per l’esposizione
di animali), che probabilmente si trovavano al Celio o nelle adiacenze
dell’odierna basilica di S.Giovanni e Paolo, vi mise degli orsi
che poi servivano per i combattimenti circensi , anche effettuati in
maniera sadica per entusiasmare maggiormente le folli: “un animale
carnivoro contro un erbivoro, oppure due carnivori diversi e nemici
tra loro o la curiosità di un combattimento inusuale in natura
come per esempio una tigre contro un orso”. Tra i cacciatori più famosi ci è giunto il ricordo di Carpophorus che nel corso di
un solo combattimento uccise un leopardo un leone ed un orso. La provenienza
di questi orsi, comunque, pare che era africana , dalle montagne dell’Atlantide,
cfr. A. MONODORI Anfiteatri, circhi e stadi di Roma, Newton Compton Editore,
Roma 1982, pp.57, 60, 62, 64, 67.
14 Il bassorilievo è visibile “nella
cantonata del palazzo Tabassi, all’estremità della via
Ercole Ciofano”, cfr. G.PANSA I ludi venatori dei Peligni, Roma
E.Loescher e C. Editori, 1908, p.267, estratto dal “Bull. della
Comm. arch. comunale”, fasc.IV, anno 1907.
15 LUPOLI In mutilam veterum corfiniensem inscriptionem,
Napoli 1786, p.381, vedilo in G.PANSA I ludi venatori, cit.
16 G. PANSA I ludi venatori, cit.
* Precedentemente al periodo preso in considerazione
in questo capitolo, abbiamo potuto rintracciare soltanto le informazioni
che seguono. Nella vita nel monaco anacoreta San Franco da Assergi,
un paese dell’aquilano ricadente nel massiccio del Gran Sasso,
vissuto nel XII secolo in quelle contrade, si racconta anche della sua
convivenza con un’orsa e i suoi orsacchiotti: “Tunc quia
ultra velle Savinenses alpes in monte castrum Assilicum ursa cum tribus
ursulis prima fistinavit. Ubi sub rupibus in quadam spelunca cellula
antra construens, eadem ursa cum genitis iam adultis plurimi tempore
cum ipso mansuete et familiariter conversate, asperam vitam deduxit”.
Anche Giovanni Altobello ricorda la convivenza tra un santo ed un orso:
“tale domesticità dell’orso è esaltata nella
leggenda di San Gallo in cui si apprende che il Santo trascorreva i
suoi giorni in compagnia di un Orso che l’aiutava e l’assisteva
nel suo alpestre romitaggio”; cfr. G. ALTOBELLO Fauna dell’Abruzzo
e del Molise, Campobasso 1921, Vol..IV,p.13. Un’orsa, invece,
contrariamente alla propria indole, braccata dai cacciatori, andò
a rifugiarsi sotto le vesti di San Gisleni che pendevano da un albero,
cfr. P. GALLONI Il cervo e il lupo, caccia e cultura nobiliare nel medioevo, Ed. Laterza, Bari 1993, p.118. Per avere una panoramica più dettagliata
sull’argomento, cfr. M. MONTANARI Uomini e orsi nelle fonti agiografiche
dell’Alto Medioevo, in “B. ANDREOLLI-M. MONTANARI Il bosco
nel Medioevo”, Bologna 1988, pp.55-72. Il Corsignani, inoltre,
a proposito delle montagne del territorio di Carsoli, ricorda che il
poeta Francesco Petrarca (1304-1374) lo indicava infestato da “Orsi,
Lupi, Leoni, Aquile e Serpi”, vedilo in “Reggia Marsicana,
ovvero Memorie topografico-storiche di varie colonie, e città
antiche e moderne della provincia de i Marsi e di Valeria....”
Napoli 1738, Ristampa Forni in due Volumi, p.196 del primo volume.
17 E. SIPARI Relazione... cit., p.20.
18 P. SELLA Statuti di Isola del Gran Sasso, in
“Atti e memorie del Convegno storico abruzzese-molisano”, Casalbordino 1933, p.654.
19 V. BALZANO Documenti per la storia di Castel
di Sangro, Aquila 1935, parte terza, p.73 doc.133.
20 G. PRUDENZIO Descrittione d'Alvito et suo
Contado, in D. SANTORO "Pagine sparse di storia alvitana",
Chieti pp. 86-87.
21 CARSA (a cura di) Le maioliche cinquecentesche
di Castelli, Pescara 1989, pp.302 e 625.
22 M. COLOZZA Frosolone dalle origini all’eversione
del feudalesimo, Agnone 1931. p.94.
23 R. DI LELLO La caccia nel Matese, Piedimonte
Matese, 1988, p.25.
24 G. ALTOBELLO Fauna dell’Abruzzo e del Molise,
Campobasso 1921, Vol.IV, pp.15-16. Su questo aspetto è più
preciso il Galloni, op.cit.p.81: “Ai signori che concedevano in
uso parte dei loro boschi spettavano tributi che non erano mai generici;
ma ad alto coefficiente simbolico. La caccia era un linguaggio atto
ad esprimere il potere e la natura dei suddetti tributi lo conferma.
Essi consistevano soprattutto in parti di selvaggina. Tra esse, quelle
più spesso destinate all’omaggio signorile erano la testa
e le zampe di orsi e cinghiali, la testa e la spalla anteriore destra
dei cervi”.
25 S. RAZZI Viaggio in Abruzzo (inedito del XVI
sec.) a cura di B. CARDERI, Japadre Editore, L’Aquila 1968, passim.
Cfr. anche A. PROCACCI Storia di Farindola dalle origini ai nostri giorni,
Sulmona 1989, p.11. Sullo stemma del comune di Farindola, invece, da
uno studio specifico abbiamo la seguente descrizione che è dissimile
da quella descritta dal Razzi che probabilmente doveva averne visto
uno più antico: Torre a più ripiani in uno scudo ancile
con sovrastante corona”, cfr. A. DI DONATO La sfragistica comunale
in Abruzzo prima dell’Unità d’Italia, Ed. Tracce,
Pescara 1994, p.427.
26G. PANSA Miti, leggende e superstizioni d’Abruzzo,
Sulmona 1924, ristampa Forni, Bologna 1978, p.271; anche E. SIPARI Relazione...
cit. p.20. Il Pansa, a pag.341 del suo lavoro ricorda anche un’altra
leggenda che vede la giovane “Dobrizza (...) a causa di una tempesta
fu costretta a riparare (...) in una spiaggia distante tre giornate
da Tagliacozzo, ossia le marine di Vasto e Atessa. Quivi, assediata
dai corsari (...) fu miracolosamente salvata da Corinaldo, figliuolo
di Mundilla Orsini signore di Tagliacozzo, il quale aggiravasi colà
per dare la caccia agli orsi ed ai lupi”.
27U. D’ANDREA Notizie relative a catture
e uccisioni di lupi in provincia di Aquila tra gli anni 1810-1823 e
1877-1924, Tipografia Abbazia di Casamari (Fr), 1976, p.31 nota 23.
28 S. MAZZELLA Descrittione del Regno di Napoli,
Napoli 1601, ristampa Forni, Bologna 1970, pp.227 e 250.
29 G.B. PACICHELLI Il Regno di Napoli descritto
e illustrato, Napoli 1703, passim.
30 G.B. PACICHELLI Il Regno di Napoli descritto
e illustrato, cit. parte III, p.5. Inoltre, agli inizi di questo secolo
risale un piatto di ceramica prodotto a Castelli (Te) raffigurante una
battuta di caccia all’orso con cani pastori abruzzesi, cfr. A. BOCCAZZI-VAROTTO
Parco Nazionale d’Abruzzo, Marcello Ferri Editore, L’Aquila
1982, p.XXXVII.
31 A. RUBINI, manoscritto sulla Terra di Opi del
1711, p.2, passim.
32 P.A. CORSIGNANI, Reggia Marsicana, ovvero Memorie
Topografico.storiche di varie colonie e città antiche e moderne
della Provincia dei Marsi, Napoli 1738, ristampa Forni, Bologna, in
due volumi,Vol.I, p.143.
33 U. D’ANDREA, Notizie... cit, p.63, nota
73.
34 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni di orsi
e lupi in provincia di Chieti durante i secoli passati, Tipografia Abbazia
di Casamari (Fr), 1988, p.21.
35 C.U. de SALIS MARSCHINIS Viaggio attraverso
l’Abruzzo (1789), rist. Polla dell’ediz. di Trani 1906.
36 ARCHIVIO DI STATO DE L’AQUILA (in avanti
ASA), Fondo Notai del Distretto della Marsica, notar G. Scaccia di Pescasseroli,
b.104, vol.II, c.96r.
37 M. COLOZZA Frosolone... cit., pp.96-97.
38 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni..., cit.,
p.30.
39 M. TORCIA, Saggio itenerario pel paese de’
Peligni fatto nel 1792, Napoli 1793, ristampa A.Polla con il titolo
di Viaggio nel paese dei Peligni alla fine del settecento, Cerchio 1986,
pp.99, 110 e nota a, 149.
40 Rispettivamente E. SIPARI Relazione... cit.,
p.22 e L. MAMMARELLA Lupi, orsi, serpenti ed altra fauna selvaggia in
Abruzzo, Borgia Editore, Roma 1992, p.43.
41 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni..., cit.
p.20.
42 B.M. GALANTI, Descrizione dello stato antico
ed attuale del Contado di Molise, Napoli 1781, ristampa Forni di Bologna
1973, parte seconda, p.47. R. DI LELIO, La caccia nel Matese, Stampa
Sud, Piedimonte Matese, 1988, p.35.
43 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni...
cit.,
p.24.
44 V. CORRADO Notiziario delle Produzioni particolari
del Regno di Napoli e delle cacce riservate al Real Divertimento, Napoli
1792, pp.154-155.
45 G. NARDI Saggi sull’agricoltura, Arti e
Commercio nella provincia di Teramo (20.2.1789), in “La montagna teramana, risorse e ritardi” a cura del Consorzio Aprutino Patrimonio
Storico-Artistico Teramano, Andromeda Editore, S.Gabriele dell’Addolorata
(Te), 1995, p.123.
46 O. DELFICO Osservazioni su di una piccola parte
degli Appennini, lettera del 2.3.1796 da Teramo diretta al marchese
Filippo Mazzocchi, pp.30-31.
47 L. GIUSTINIANI Dizionario geografico ragionato
del Regno di Napoli, Napoli 1797-1806, passim.
48 L. PICCIONI Il dono dell’orso. Abitanti
e plantigradi nell’Alta Valle del Sangro tra Otto e Novecento,
in “Abruzzo Contemporaneo”, 2/1996 n.s. pp.63-64.
49 L. GIUSTINIANI Dizionario...cit., voce Orsomarso.
50 M. MORRICONE, Fisica Appula, vedila in U.D’ANDREA,
Notizie relative... cit., p.71.
51 PINACOTECA “C.Barbella” di Chieti
(a cura di), Il costume popolare abruzzese tra il ‘700 e ‘800,
Marino Solfanelli Editore, p.130, tav.LI.
52 G. ALTOBELLO, Fauna dell’Abruzzo e del
Molise, Campobasso 1921, Vol.IV, p.13. Anche il DI LELLO, come abbiamo
già scritto a proposito del Matese, ricorda questa particolare
usanza.
53 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni... cit.,
p.25.
54 Idem.
55 D. DEMARCO (a cura di), La Statistica del Regno
di Napoli nel 1811, Roma 1988, Accademia Nazionale dei Lincei, Tomo
I, pp. 11 19, 121.
56 U. D’ANDREA, Notizie relative... cit.,
p.19.
57 D. ROMANELLI Antica topografia del Regno di
Napoli, Napoli 1819, ristampa Polla 1982, pag. 20.
58 A. COSTA Fauna del Regno di Napoli, Napoli 1839, pag 8.
59 A. COSTA Fauna del Regno di Napoli, Napoli 1839, pag 8.
60 Idem.
61 DEL RE Descrizione topografica, fisica, e economica,
politica dè Reali dominj al di qua del faro nel Regno delle Due
Sicilie, Napoli 1835, 2 volumi, pp 201,221, 361 e 448 del 1° volume.
62 R. K CRAVEN Excursions in the Abruzzi and Northern
Provinces of Naples, in two volums, London 1837, traduzione di Ivo Di
Iorio con il titolo di Viaggio attraverso l’Abruzzo e le Province
settentrionali del Regno di Napoli, Sulmona 1979-1982, pp 38-39.
63 A. COSTA, Fauna del Regno di Napoli, cit., p.8.
64 U. D’ANDREA, Villetta Barrea dal 1806 al
1984, Tipografia Abbazia di Casamari (Fr), 1991, pp.89-90.
65 U. D’ANDREA, Catture ed uccisioni... cit.,
p.27 nota 14.
66 Idem p.27.
67 Idem
68 E. LEAR, Viaggio illustrato nei tre Abruzzi,
Sulmona 1974, ristampa dell’edizione del 1846, pp. 13, 79-80,
84, 146.
69 E. SIPARI Relazione... op cit pag 22. Sempre
nel 1821 abbiamo la conferma, da parte di Pietro Colletta, che gli orsi
vivono in Abruzzo dal momento che per migliorarne la razza “poco
feconda e tapina” il Re di Napoli Ferdinando IV accettò
il dono “dell’Imperatore di Moscovia (...) di grossissimi
esemplari moscoviti”; questa storiella non è mai stata
confermata nonostante le minuziosissime ricerche fatte condurre da Erminio
Sipari (cfr. Relazione.... op cit pag 22 e nota 1); cfr anche A. CHIGI,
La caccia, Torino 1963, pag 486.
70 A. RACIOPPI Il Regno delle Due Sicilie descritto
e illustrato, Napoli 1853, Vol., p.49.
71 F. CIRELLI Il regno delle Due Sicilie descritto
e illustrato, Napoli 1853, volume IV, passim
72 U. D’ANDREA Memorie storiche di Villetta
Barrea, Tipografia Abbazia di Casamari, 1987, p.227.
73 U. D’ANDREA Leonardo Dorotea economista
e patriota, Colleferro 1974, pp 121-122.
74 R. COLUCCI Abruzzi e Terra di Lavoro, scene e
impressioni, Napoli 1861, rist. Polla, Avezzano 1983, pp. 94-95.
75 L. DOROTEA Della caccia e della Pesca nel Caraceno,
sommario zoologico, Napoli 1862, pp. 5-8.
76 C. DEL PRINCIPE Caccia all’orso in Abruzzo,
in “L’Abruzzo”, a.I, Maggio 1920, n.5, p.271.
77 A. DI PIETRO Agglomerazioni delle popolazioni
attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano 1869, ristampa Polla con il
titolo Storia dei paesi della Marsica; M. FEBONIO Historia Marsorum
libri tres, Napoli 1678; P.A. CORSIGNIANI, op cit.
78 W. KADEN Wandertage in Italien, Stoccarda 1874,
trad. a cura di F. Cercone in “Sulmona negli scritti di viaggiatori
tedeschi nel XVIII-XIX secolo”, p.27.
79 J. GOURDAULT L’Italie illustrée
de 450 gravures sur bois, Parigi 1877, capitolo XI, passim.
80 C. LOPEZ Fauna del Gran Sasso, in “Monografie
della Provincia di Teramo”, G. Fabbri editore, Teramo 1892, volume
1° pp 267-269.
81 A. COSTA op cit.
82 F. PRINC. LUCENTEFORTE Monografia fisico-economico-morale
di Venafro, Cassino 1877, parte 1° pag 54.
83 A. PERRELLA L’antico Sannio e l’attuale
Provincia di Molise, Isernia 1889, ristampa Forni di Bologna, 1972 pag
116.
84 L. PORRECA Passeggiate in Abruzzo, Montemurro
editore, Matera 1957 pag 151.
85 E. SIPARI Statistica... op cit pp 275- 283.
86 Per il Cocuzza cfr. L. MAMMARELLA Lupi, Orsi
e serpenti ed altra fauna selvaggia d’Abruzzo, Borgia editore,
Roma 1992, pag 46 e per il Di Ianni cfr. U. D’ANDREA Villetta
Barrea dal 1806 al 1984, tipografia Abbazia di Casamari (FR), 1991 pag
76.
87 ARCHIVIO COMUNALE DI PESCASSEROLI (in avanti
ACP), Cat.IX, cl.1, b.1, passim.
88 E. ABBATE Guida all’Abruzzo, Roma 1903,
parte prima p.117, parte seconda pp.21-22, 180, 215, 267, 150.
89 ACP , Cat. IX, cl.3, b.1; anche ARCHIVIO STORICO
DEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO (in avanti ASPNA), busta “Danni
orso”, anni 1925-56).
90 ARCHIVIO CENTRALE DI STATO IN ROMA (in avanti
ACS), Fondo Real Caccia Gran Cacciatore, b.422: Caccia all’orso
effettuata da S.M. il Re il giorno 7 Novembre 1907, passim.
91 A. STENITZER Aus dem un Bekanten Italien, Monaco
1911, p.113.
92 E. FESTA Escursioni zoologiche sui monti della
Vallata del Sangro (Abruzzi), in “Bollettino Musei di Zoologia
ed Anatomia Comparata della R. Università di Torino”, n
692, volume XXX, del 27 febbraio 1915 pp 9-12.
93 E. CANZIANI Attraverso gli Appennini e le terre
degli Abruzzi, a cura di D.GRILLI-M.LUISI-V.BONANNO, Sulmona 1979, p.18,
traduzione dell’edizione di Cambridge del 1928.
94 C. DEL PRINCIPE op. cit. p.278. Inoltre, quella
specie di processione ci ricorda quanto raccontatoci dal sig. Cesidio
Notarantonio (classe 1921) nell’estate del 1995: “ricordo
che nell’Ottobre vidi una processione di ben sei orsi che procedevano
verso la Fonte della Cerretta”.
95 G. ALTOBELLO op. cit. pp. 14-20.
96 A. STELLUTI-SALA Con il Duca delle Puglie alla
caccia dell’Orso in Abruzzo, in ”Il Giornale d’Italia”
(16/10/1921, pag. 3). Inoltre, per avere ulteriori informazioni sul
plantigrado, soprattutto di carattere narrativo, si possono leggere
i racconti del guardiaparco L. COCCIA Orsi, Lupi, Camosci, Pescasseroli
1980, passim; e quelli dei pastori in A. BOCCAZZI-VAROTTO Il Parco Nazionale
d’Abruzzo, op. cit., passim.
97 E. SIPARI Relazione... op.cit., p.88.
98 ASA Fondo Questura, cat.F, Busta 1, passim.
99 E. SIPARI Relazione... op. cit. pag. 88 nota
1. Il fratello di Erminio Sipari, Carmelo, “preferiva la vita
attiva di agricoltore e di cacciatore; e molte pelli d’orso attestano
ancora, nel palazzo dei Sipari, la sua valentia in quest’ultimo
esercizio”, cfr. B. CROCE Pescasseroli, in “Storia del Regno
di Napoli”, Ed. Laterza, V edizione, 1984, p.333.
100 E. SIPARI Relazione... op. cit. pag, 205 nota
1.
101 E. D’ANDREA Nel regno degli Orsi e dei
Camosci, in “Almanacco del cacciatore” anno XVI-XVII (1938-39)
p.131.
102 A solo titolo esemplificativo ricordiamo che
nel 1972 venne rinvenuto un Orso ucciso perchè investito da un’autovettura
lungo la strada tra Collelongo e Trasacco; travolto da un treno lungo
la linea ferroviaria Castel di Sangro-Sulmona in località Renaro
(1981); ancora investito dal treno è un altro orso nel 1982;
Oppure i plantigradi morti perchè vittime di bracconieri nel
1973 (loc. Ferroio di Scanno); 1974 (loc. Val Fondillo di Opi); 1979 (loc.
Valle Vona di Rocca d’Evandro-Caserta); 1981 (loc. Macchia della
Rocca di Pescasseroli); 1982 (loc. Monte Pietrascritta di Ortucchio,
ben tre orsi); 1982 (loc.Vallone Selvabella di Ortucchio); 1982 (loc.
Colle
Bellaveduta di Alfedena); 1892(loc. Acqua Rionero di Alfedena); 1983
(loc.Vallone di Lecce Vecchio); 1983 (loc. Padura di Val Fondillo di
Opi); 1984 (loc.Valle Lacerno di Campoli); fermiamoci qui, in pratica
l’orso del Parco Nazionale d’Abruzzo è braccato da
ogni confine; Tutte queste informazioni sono state tratte da ASPNA,
busta “Fauna varia”.
103 Articoli apparsi su “La Gazzetta di
Pescasseroli”, giornale indipendente diretto da Giovanni Santoro,
numeri del 4.5.1969 e del 15.6.1969.
104 F. SALTARELLI Il Parco Nazionale d’Abruzzo,
estratto da “Giardino Zoologico”, anno II, n. 6, senza data,
pp.5 -6.
105 E. FESTA Escursioni zoologiche ... op. cit. pag 12
106 R. PIROTTA Il Parco Nazionale d’Abruzzo,
Roma 1917, p.22.
107 G. BONELLI La caccia in Italia, Milano 1933 pag 78
108 S. ARDITO Stanno ammazzando l’Orso bruno,
in “Airone” a. IV n° 39 (luglio 1984, pag 45)
109 ASPNA busta “Varie fauna”, passim
110 L. LEPORATI Una escursione nel Parco Nazionale
d’Abruzzo alla ricerca del Camoscio e dell’Orso, in “Diana”
n° 8 del 30/4/49 pp 163-166
111 ASPNA, busta “Varie fauna”, passim..
112 ASPNA, busta “Varie Fauna”, passim.
113 F. SALTARELLI Il Parco Nazionale d’Abruzzo,
op. cit. p.5.
114 Documenti sul Parco Nazionale d’Abruzzo,
a cura del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, Direzione
generale per l’economia montana e per le foreste, Pavia 1966,
p.14.
115 Per avere un quadro più completo sulla
nuova situazione determinatasi con l’avvento del nuovo governo,
cfr. G. TARQUINIO Aspetti economici, sociali, religiosi e demografici
di Pescasseroli (secc. XII-XX), Roma 1995, pp.75-131; si invita il Lettore
a riportare prima la errata corrige.
116 U. D’ANDREA Catture e uccisioni... cit.
p.27 nota 14.
117 P.A. CORSIGNANI Reggia Marsicana... cit. p.
118 M. TORCIA Viaggio nel paese dei Peligni...
cit. p.99.
119 G. DELFICO Memorie per la conservazione e riproduzione
dei boschi della provincia di Teramo (17.1.1743), in “La montagna teramana, risorse e ritardi” a cura del Consorzio Aprutino Patrimonio
Storico-Artistico Teramano, Andromeda Editore, San Gabrile dell’Addolorata
(Te), 1995, p.79.
120 E. SIPARI Relazione... op.cit., pp.55-56. L’Autore,
inoltre, si auspicava un notevole sviluppo turistico della zona, ma
a nostro avviso si contraddice quando a p.214 afferma che il movimento
turistico avrebbe dato fastidio agli animali a differenza degli abitanti
locali che avevano imparato a convicere con l’orso. Per meglio
sottolineare quest’ultimo aspetto, il Sipari riporta la seguente
informazione “a Cappadocia, prov. dell’Aquila, è
ancora vivo un carbonaio il quale aveva abituato per lunghi anni un
piccolo orso (...) ad accorrere al suo richiamo, e che spesso era compensato
da un po’ di cibo” (p.216). Per il “fraterno”
e rispettoso rapporto uomo-orso cfr. gli articoli di Enrico D’Andrea
apparsi sui numeri del 15 Luglio 1949 (Intervista con l’orso marsicano)
e 15 Giugno 1950 (Il racconto del pastore caraceno) sulla rivista venatoria
“Diana” nonchè i racconti del guardiaparco Leucio
Coccia Orsi, Lupi, Camosci, Pescasseroli 1980 e l’articolo di
G. SGATTONI A spasso con Orsi e Camosci nelle foreste dell’Alto
Sangro, in “Alto Adige, n° 11 del 13 gennaio 1953
121 ACP, Categoria XI, classe 1, busta 11, passim.
122 Legge del 5 Giugno 1939, n.1016 “Approvazione
del testo unico delle norme per la protezione della selvaggina e per
l’esercizio della caccia”; all’art.3 l’orso
è incluso nella selvaggina stanziale protetta e all’art.38
si specifica il divieto di cacciarlo, ma è sempre citato insieme
ad altri animali.
123 Per la battuta di caccia del 1931 cfr. L. PICCIONI
Il dono dell’orso, cit. pp.19-20.
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