Questo articolo, pubblicato nel giugno 1999 sul n. 38 della rivista "La Bassa" (Associazione Culturale per lo studio della friulanità nel latisanese e nel portogruarese), si trova on line sul sito

www.angelfire.com/la/labassa/38c.html

Si ringrazia l'Autore e l'Editore


Un protagonista di una storia friulana assai poco raccontata è, senza dubbio, il lupo (canis lupus) abitatore delle selve che, sino al XVIII secolo, era stabilmente insediato nella Bassa, preferendo oltre ai boschi planiziali, le zone umide e paludose ove poteva trovare di che nutrirsi.

L’occasione di trattare del lupo viene dal ritrovamento in uno dei tanti mercatini che ormai propongono documenti, più o meno interessanti, del passato di una ricevuta per 10 ducati rilasciata il 23 marzo 1628 dal lovaro (cacciatore di lupi) Jacomo Petenario da Tarcint (Tarcento) a Zuanne Barborino di Torsa di Pocenia, che l’aveva ingaggiato "per cazzar un luppo da li suoi pradi".

Non è ovviamente questo piccolo documento, appartenente ad un privato, la sola testimonianza sulla presenza dell’animale Già P.C. Joly Zorattini in un articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista "Sot la Nape" cita un passaggio di un testo ove si afferma come il latisanese sia infestato dai lupi. Più importante è la testimonianza della toponomastica sulla quale mi vengono in aiuto Benvenuto Castellarin e Ermanno Dentesano, riportando circa il toponimo lovaria (tana dei lupi) presente in una vasta zona da Latisana sino a Gonars e Fauglis passando per Bicinicco, Castions di Strada, Talmassons, Mortegliano etc.

Sembrerebbe insomma che si sia venuto a creare nella antichità una sorta di "imperium luparii" che riguardava l’intero Friuli poiché i toponimi riguardanti l’animale si estendono a quasi tutto il territorio fra il Livenza e l’Isonzo e , com’è noto ci sono anche dei paesi interi che si rifanno alla presenza del lupo da Lovaria di Pradamano, a Lovea in Carnia, da Uccea a Valbruna (Wolfsbach).

Fra i toponimi più interessanti della Bassa, oltre alle varie lovaria, lovere, lovargie, si annoverano Prat dal lof a Gonars, Via dei lovi a Bicinicco, Bocca di Lovo a Gradiscutta di Varmo, Bosco del lovo a Flambro. Molto ricca è la terminologia riferentesi alle antiche paludi di Mortegliano: Trozo (sentiero) del lovo, Piz dei lovi, Vat dei lovi e, soprattutto, Sarvidilof che sta a significare luogo ove si va "a sarvi di lof" cioè a sorvegliare i lupi. Altro toponimo significativo è "uacagnan" che prende dal verbo "uacà", verso tipico del lupo.

Il toponimo più esplicito però è "silva lupanica", cioè la grande selva che si estendeva in gran parte della pianura friulana sino ad avanzato medio evo. In questa selva di cui oggi rimangono pochissimi angoli ,assediati dalle coltivazioni e dall’inquinamento, il lupo era il signore incontrastato ,capace di portare il terrore nei villaggi abitati perlopiù da contadini-pastori. Si pensa che addirittura l’ispirazione a Dante Alighieri circa la selva oscura sia venuta proprio passando da queste parti e, non a caso, egli vi colloca il brutto incontro con la lupa.

Il lupo e l’uomo nella pianura friulana hanno vicende si può dire parallele: vi giungono nel momento massimo della loro evoluzione di specie, si dividono il territorio, da una parte la civiltà dall’altra il "salvadi", si combattono praticamente ad armi pari. L’equilibrio è stato sconvolto soltanto dall’entrata in campo delle armi da fuoco.

La presenza del lupo ha, però, sollevato numerosi problemi che l’uomo ha trasferito dal campo del reale a quello dell’immaginario.

Non è però il lupo che noi conosciamo dalle belle immagini hollywoodiane dei film di successo. Non assomiglia a quello siberiano, né al marsicano, né al balcanico e tanto meno agli esemplari reintrodotti nel Mercantour francese. È il vecchio lupo europeo, dal pelame grigio scuro, dalle fauci pronunciate e dai denti particolarmente aguzzi. La sua particolarità anatomica più evidente è la coda, che farà nascere fantasie e detti. Più alto della media della sua specie ha un fisico sgraziato, ma una intelligenza marcata, qualità che hanno ereditato nei loro cromosomi alcune razze canine che ne derivano.

Nell’antichità di queste terre il dio Beleno era colui che, per i Celti, ammazzava le pecore e quindi era divenuto oggetto di culto, tanto che appariva vestito proprio di lupo.

L’animale predatore diventa ,invece, nel medio evo, immagine del male e dei peggiori vizi, incarna il demonio, anzi ne è suo messaggero in tutte le nefandezze che si possono attribuirgli. Le streghe, ad esempio, si fanno accompagnare al sabba non cavalcando la scopa, ma un lupo. E lupi sono i demoni che si accoppiano con esse. La apparizione di un lupo annuncia a chiunque lo veda morte violenta o, come minimo, fa sparire la voce.

Animale magico, fonte di tante superstizioni, esce ed entra dalla storia poiché le cronache dei paesi sono spesso doviziose di racconti su persone assalite dai lupi specie in prossimità del Tagliamento, ma anche ai margini delle paludi e dei boschi. E ciò non soltanto in lontani tempi oscuri ,ma per tutto il Cinquecento e buona parte del Seicento. Durante la stagione invernale i lupi possono costituire una autentica calamità e perdono la loro naturale timidezza per assalire gli ovili nei paesi e rapire bambini persino dalle culle, massacrando fanciulli pastori e quanto sorvegliano nei pascoli.

Il rimedio a tanta audacia della "mala bestia" pare essere la preghiera. Invocazioni dell’aiuto divino e dei santi protettori, processioni sin sul bordo della foresta, anatemi e maledizioni facevano parte di una liturgia abituale. Il sacerdote era chiamato a benedire pastori e armenti contro il lupo ed in particolare contro l’atroce infezione della rabbia che decimava gli animali e si dimostrava letale anche per l’uomo. Il lupo veniva del tutto identificato con il demonio ed era preso come cattivo esempio in materia morale.

Dove la preghiera non bastava entrava in campo la magia. I benandanti, portatori di una magia cosiddetta bianca, "lustravano" i campi anche contro i lupi ed ingaggiavano con essi, messaggeri del maligno, battaglie notturne. Anche la magia nera veniva impiegata, con sortilegi di varia natura per tener lontano l’animale selvaggio.

Una particolare pratica era quella dei preenti, sortilegi basati sul segno della croce, segnalati in varie parti del Friuli e sovente presi in esame dal tribunale della Inquisizione.

Generalmente si credeva che il segno della croce, o una croce bastassero per fermare il lupo e farlo fuggire.

Il modo più pratico ,però per arginare il fenomeno della invadenza dei lupi era quello di cacciarli. Di ciò si occupavano dei lovari, cacciatori di professione, che vivevano ai margini della società rurale e campavano del tender trappole. Il lupo catturato di solito veniva pagato dalle comunità in denaro sonante ,ma vi era anche un fiorente mercato del magico legato alle sue spoglie. La pelliccia era oggetto di commercio, ma anche i denti come portafortuna, fatti succhiare ai neonati per dare loro forza. Il fegato serviva dopo essere bruciato e polverizzato, per filtri amorosi. Gli organi genitali del maschio con analogo processo erano considerati il rimedio per l’impotenza senile. Gli occhi venivano mangiati per acquisire la vita notturna ,cosi le unghie delle zampe servivano a guarire alcune malattie dei piedi. Il lovaro era, dunque, sempre un individuo equivoco accusato di essere ,tra l’altro, un allevatore o un conduttore di lupi, ma utilissimo nel momento in cui s’aveva paura.

Le spoglie del lupo catturato venivano portate di casa in casa e poi esposte, specie se erano i comuni ad occuparsi della caccia stipendiando alcuni perché si inoltrassero nel bosco o nelle paludi a cercare le lovarie. Più solenni e complicate erano le grandi cacce bandite dal luogotenente, che oltre a richiedere un gran numero di uomini ,contemplavano anche grosse spese per i comuni interessati.

Con la tagliola e con la trappola attirato da un’esca, oppure stanato da una battuta nel suo habitat ,il lupo finisce per soccombere all'uomo e a lasciare per sempre il Friuli della pianura alla fine del Seicento e la zona montana un secolo dopo.

Un metodo elementare per catturare un lupo è lo scavare una fossa sulle piste di transito, solitamente percorse, mimetizzarla, sacrificando qualche animale, del quale cospargere ovunque il sangue per togliere l’odore dell’uomo, come esca. Il lupo affamato prende la preda e cade nella fossa fatta in modo che non possa uscire. A quel punto o muore per gli spuntoni che vi sono stati piantati e quindi di dissanguamento o viene finito con le "picche" ,lunghe lance, o con i forconi al successivo sopraggiungere dei cacciatori. L’uccisione del lupo con la picca diventa ad un certo punto una specializzazione tanto che negli elenchi degli uomini delle vicinie di diversi comuni friulani appare accanto al nome ed al patronimico la parola "picar" cioè colui che con l’asta acuminata ha il compito di finire il lupo.

Da animale reale è divenuto animale fantastico, soggetto preferito di favole, spesso importate, poiché le friulane non hanno trovato un trascrittore, di filastrocche, di racconti popolari ed anche di qualche pagina di letteratura. La sua fine ha coinciso con il trasformarsi dell’ambiente naturale e del clima anche nella Bassa Friulana.

In realtà il mito del "salvadi" ha lunga consistenza in Friuli. "Selvaticus" è colui che vive nella selva, isolato dai propri simili, in maniera primitiva e a contatto diretto con la natura. Non accetta regole né leggi, né religione tanto da essere chiamato "pagan", pagano. Vi sono poi i "salvans", vale a dire i "silvani" nella cui natura non c’è confine fra reale e fantasioso. Gli esseri della foresta suscitano sempre diffidenza: la fantasia popolare li ha conflusi con i lupi, poiché vivono "more luporum" senza patti sociali apparenti, tantomeno morali. In società che si caratterizzano per continue e solide costrizioni, il lupo è simbolo di libertà e, dunque, di trasgressione.

Tutte le bestialità equivalgono, dunque, al lupo, al vivere come il lupo, a comportarsi come lupi.

Del fatto che, al di là delle favole, non si creda alla chiamata in causa del lupo in talune vicende ne è riprova che nell’area friulana non sia sorta alcuna leggenda circa il lupo mannaro. Nel continente europeo, infatti, è comune il racconto circa taluni individui, i quali ,per influssi magici o naturali, specie nelle notti di luna piena, si trasformano in lupi e sgozzano uomini ed animali. L’ululato del lupo mannaro riempie di terrore gli spettatori di decine di film, e la sua evocazione fa parte di un ampio patrimonio favolistico.

In Friuli ci sono soltanto i lupi. Gli uomini possono trasformarsi in loro "conductores", cioè guide verso l’ovile o la casa del loro nemico affinché gli animali compiano vendette per conto loro. Talora viene narrato di giovanetti rapiti dai lupi che ne condividono la vita nella foresta, leggenda, che, altrove ha mosso la filosofia del "buon selvaggio" di Rousseau

Storicamente è stata una presenza importante. Nessun altro animale ha avuto tanta attenzione e spesso si è comportato con tanta vicinanza all’uomo si da assomigliargli pur nel contrasto. La "besteate" ha coinvolto nel suo mito religione e superstizione, società civile e economia agro pastorale, le persone e le comunità.

Il documento ritrovato pur non avendo molto valore in sé ci apre uno squarcio su un mondo quanto mai ricco di suggestioni anche per la Bassa Friulana.